domenica 16 ottobre 2022

Le ansie di Elvira

 

Elvira era abituata ad alzarsi e a coricarsi presto. Prima di andare a letto si preparava i vestiti che avrebbe indossato la mattina dopo. In casa cercava di sbrigare le faccende domestiche velocemente. Non sopportava di vedere montagne di panni da stirare: appena erano asciutti, prendeva il ferro da stiro e accendeva la radio. Cominciava a pensare alla cena nel pomeriggio per non ritrovarsi all’ultimo momento a dover improvvisare. Faceva la spesa prima che la dispensa o il frigo cominciassero a svuotarsi.

Al lavoro cercava con largo anticipo il materiale che le sarebbe servito per le sue lezioni; a volte era tale la sua smania che nel giro pochi giorni preparava due volte la stessa lezione.

Suo marito le diceva scherzando:

- A forza di programmare, anche la tua morte vorrai anticipare!

Quando doveva intraprendere un viaggio le piaceva prepararsi in tempo. Il marito, ogni estate, finché i bambini furono piccoli, si era occupato di organizzare i viaggi itineranti per l’Europa. Adesso che era in pensione si era rilassato e non aveva voglia di pensare a programmare niente.

Elvira, nonostante le sue ansie e paure, era riuscita a organizzare alcuni viaggi col marito: una volta erano andati a N. York, poi alle isole Canarie e a Creta, ma tutto ciò prima della pandemia.

Nel 2020 avevano pensato, per le vacanze di Pasqua, di andare in Marocco. Anche questa volta se ne era occupato lei e come il suo solito non aveva dormito bene fino a quando non aveva trovato il volo e gli alberghi dove alloggiarsi, ma a causa della quarantena dovettero rinunciare. Elvira conservò tutto il materiale che aveva raccolto in una cartella.

Amava molto il suo lavoro d’insegnante, ma le lezioni a distanza l’avevano affaticata e un po’ scoraggiata. Quando era tornata a scuola, dopo i mesi di pausa forzata, non aveva ritrovato quella gioia che l’ aveva accompagnata per anni. Allora cominciò a guardarsi dal di fuori: osservando i ritmi, lo stress, gli orari, la competizione che c’era tra professori per avere riconoscimenti, decise di cambiare la sua vita, andando in pensione. Aveva sessantacinque anni.

Passarono i mesi in fretta e nel frattempo sua figlia ebbe un bambino. Elvira dimenticò la gita in Marocco rimasta in sospeso e si concentrò nei viaggi a Madrid, per andare a trovare il nipotino.

Una sera d’inizio primavera andarono a cena a casa di amici, dove tra gli invitati c’era una coppia molto simpatica che raccontò che desiderava andare in Argentina.

- Perché non venite con noi? Vorremmo andarci a Novembre, disse Sara

- Non sarebbe una brutta idea, disse Elvira.

- E’ da tanti anni che sogno questo viaggio, disse Mauro, il marito di Sara.

Elvira sapeva che si trattava di un viaggio lungo e impegnativo, ma le piaceva il fatto che Mauro avesse vissuto in Argentina fino a quindici anni e che poi con la famiglia abruzzese fossero rientrati definitivamente in Italia. Le sembrava una storia emozionante che Mauro ritornasse in Argentina dopo sessant'anni di lontananza.

Dopo quella sera Elvira pensò a quel viaggio come una grande impresa, lo voleva, ma a sua volta lo temeva. Ogni tanto si scriveva con Sara, ma in realtà ancora non avevano deciso niente, solo avevano stabilito all’incirca le date di partenza e di ritorno.

A maggio cominciò a guardare per conto suo i voli per Buenos Aires e a cercare materiale per il viaggio. Ma sentiva che suo marito era poco coinvolto e per Sara e Mauro era troppo presto per fare il biglietto aereo. Cercava di calmarsi e si diceva: non correre troppo, lascia fare agli altri.

D’estate andarono in Spagna, prima a trovare la figlia e il nipotino, e poi al mare. Elvira a metà agosto si sentiva a disaggio, soprattutto la notte faceva fatica ad addormentarsi pensando al viaggio in Argentina; non avere niente di concreto in mano la faceva soffrire. Riguardò i voli e vide che nel periodo in cui volevano partire il prezzo era piuttosto aumentato. Chiamò subito Sara, che ancora era col marito al mare, nella costa abruzzese.

- Questa sera abbiamo invitato a cena degli amici argentini che viaggiano molto e riescono sempre a trovare voli economici, peccato che non ci siete anche voi, domani ti saprò dire, disse Sara.

- Ho visto che, nelle date che avevamo scelto, i voli sono troppo costosi.

- Sposteremo le date.

- Le cose sono più complicate, noi abbiamo anche programmato un viaggio a Madrid, non so se potremo spostare date.

- Non ti preoccupare, sappiamo che sarebbe bello fare questo viaggio insieme a voi, ma capisco che sia difficile fare combaciare tutto, disse Sara.

A Elvira sarebbe piaciuto poter incontrare Sara e Mauro per parlarsi e capire bene le esigenze di ognuno, ma non fu possibile. Alla fine di agosto Sara e Mauro, spostando di quindici giorni le date del viaggio, trovarono dei biglietti aerei abbastanza convenienti, a Elvira e il marito quelle date non andavano bene. Di spostare il viaggio in primavera Sara e Mauro non ne erano convinti e alla fine decisero di partire da soli.

Elvira ne fu un po' dispiaciuta, ma forse anche un po’ sollevata: finalmente avrebbe potuto smaltire l’ansia accumulata.

- Dato che il viaggio in Argentina è saltato, cosa ne diresti di andare noi due in Marocco? Disse il giorno dopo Elvira al marito.

- Mi sembra una buona idea, ma io non ho voglia di organizzare niente.

- Perché non ci facciamo aiutare da una agenzia di viaggi?

- Se ci pensi tu, per me va bene.

Elvira l’indomani andò intimorita e non del tutto convinta in agenzia:

- Chissà che giro pesca mi proporranno, chissà che disguidi ci saranno, non ci voglio pensare.

Le spiegazioni della ragazza dell’agenzia convinsero Elvira e dopo averne discusso col marito scelsero il tour delle città imperiali.

E fu così che per la prima volta parteciparono a una gita organizzata. Elvira era contenta e sollevata, ma sotto sotto le era rimasta il timore che qualcosa nell’organizzazione potesse andare storto, ma cercava di scacciare via questo pensiero.

Tutto andò meglio del previsto, senza ritardi né intoppi. Ibrahim, la guida, era bravo e simpatico. Il gruppo di partecipanti era eterogeneo, formato da italiani, spagnoli, messicani, portoghesi e brasiliani. L’età media era sui cinquant’anni. La maggior parte erano coppie di fidanzati o coniugi, ma c’era anche un gruppo di amici. Ibrahim parlava bene sia italiano che spagnolo e ogni tanto aggiungeva un po’ di portoghese. Elvira parlava con tutti, le piaceva conoscere gente nuova e subito fece amicizia con alcuni di loro.

Non ci poteva credere di esser finalmente in Marocco, le sembrava un sogno. Anche il marito era contento del viaggio e faceva un sacco di fotografie con la sua camera professionale. Essendo i primi di ottobre, l’aria era calda e i cieli coperti da una foschia insolita, ma Elvira no badava a quella stranezza, avendo temuto altre avversità peggiori, quella le sembrava una cosa di niente.

Una sera a Fez, Elvira decise di fare il bagno nella piscina dell’albergo. Appena si buttò in acqua sentì che era gelida, sembrava che provenisse dalle montagne. Cercò di nuotare, ma anche se si muoveva rapidamente non riusciva a riscaldarsi,

- Speriamo di non prendere un malanno, pensò.

Tornò in camera in fretta e furia, per farsi una doccia calda. Mentre andavano a cena il marito le disse:

- Tu dici di essere una donna ansiosa, lo sei solo per alcune cose, per altre no. Per tutto ciò che riguarda la tua salute sei veramente incosciente, come si fa a fare il bagno a ottobre alle sette di sera?

Dopo due giorni, a Marrakesh, Elvira cominciò a tossire e le scoppiò un gran raffreddore. Lei dava la colpa al bagno in piscina, ma si sentiva sempre più stanca e faceva fatica a seguire il gruppo, allora decise di prendere un’aspirina.

Il giorno della partenza in aeroporto non smetteva di tossire ed starnutire. In aereo, accanto a lei, era seduta una signora alta e grossa con un vestito tipico marocchino. Guardandosi intorno si rese conto che nessuno dei passeggi indossava la mascherina.

Non si sentiva tranquilla, sudava freddo ogni volta che starnutiva, aveva una gran paura di contagiare la donna seduta accanto, avrebbe voluto urlare a lei e a gli altri passeggeri:

- Mettetevi la mascherina!

Vedendo che la sua vicina aveva il viso ben coperto con un velo beige cercò di rilassarsi e si appisolò.

Quando arrivarono a casa si fecero subito il test del Covid ed scoprirono di essere positivi. Dovettero restare chiusi in casa più di una settimana, ma per Elvira non fu nessun problema.

Pensò che aveva ragione suo marito, lei sentiva timore, paura e malessere prima di fare alcune cose, ma quando si presentavano dei contrattempi o avversità, li affrontava con tranquillità.

Elvira approfittò delle lunghe giornate per leggere, scrivere sulle sue ansie e mettere ordine nel suo studio. Ritrovò la cartella con tutto il materiale che aveva raccolto per il primo viaggio in Marocco.

Fece vedere al marito l’itinerario dettagliato che aveva preparato due anni prima e che poi aveva dimenticato in uno scaffale.

- Te lo dico sempre, a forza di avvantaggiarti, rischi di lavorare il doppio!

- Si, ma il viaggio è stato così bello che stavolta ne è valsa la pena, disse Elvira. 

domenica 18 settembre 2022

Tre divani



Il letto di solito è il primo mobile che acquistano le coppie che vogliono andare a vivere insieme, il secondo è il divano.

I primi tempi abbiamo abitato in una casa in affitto ammobiliata. Ma quando siamo andati a vivere nel nostro appartamento, appena ristrutturato, anche noi, abbiamo deciso di comprare, dopo il letto, il divano.

Un giorno siamo andati a vedere divani in una tappezzeria artigianale fuori Firenze che un amico ci aveva segnalata. Ci ha colpito subito il divano rosso in vetrina.

Dopo averci mostrato alcuni divani, la commessa, una donna gentile sulla cinquantina, si è allontanata. Allora noi abbiamo  ci siamo detti:

- Forse quello che mi piace di più è quello rosso della vetrina, ha un taglio classico, dissi io.

- Anche a me convince parecchio. E’ elegante ma allo stesso tempo sobrio. Ma forse sarebbe meglio vederne altri per confrontare, disse mio marito prima di uscire dal negozio.

Una settimana dopo siamo ritornati alla ditta artigianale, decisi a comprare il divano rosso, ma per nostra sorpresa era già stato venduto.
- Ne potete ordinare subito un altro, ma la consegna avverrà tra otto settimane, disse la commessa, la stessa della volta prima.

- Io ci sto. Cosa ne dici tu? Mi domandò mio marito.

- Otto settimane senza divano! Non ce la farei mai, gli risposi.

- Se volete abbiamo un divano letto dello stesso modello di quello rosso, ma è di colore beige. La stoffa chiara permette di lavare il rivestimento e le fodere dei cuscini a 40 gradi, in lavatrice. E’ un grande vantaggio non doverlo portare in tintoria.

- A me sembra molto delicato questo colore, dissi io.

- Lo potrà lavare tutte le volte che vorrà, non si restringerà poiché il tessuto è stato bagnato prima. Signora, deve avere presente che le stoffe scure a forza di lavarle perdono il colore e invecchiano rapidamente. Segua il mio consiglio e non si pentirà, disse la commessa.

- A me piace anche chiaro, disse mio marito.

La fretta ci fece dimenticare il divano rosso e decidere per quello beige.
Due uomini ce lo portarono in un camion. Fecero fatica a trascinarlo per le scale, dovettero fare alcune manovre nel primo pianerottolo, ma alla fine sono riusciti a raggiungere il secondo piano. Io li aspettavo contenta sulla soglia della porta.

Una sera d’inizio primavera abbiamo invitato alcuni amici a cena per festeggiare l’inaugurazione dell’appartamento e per annunciare la mia gravidanza. Dopo cena ci siamo trasferiti sul divano. A un certo punto uno degli invitati ha versato del vino rosso su uno dei cuscini dello schienale.

L’invitato non si è scomposto, noi invece siamo rimasti male, forse perché credevamo che sarebbe stato difficile levare la macchia. Qualcuno ci ha detto di metterci subito del sale grosso, così avrebbe assorbito il vino. Per fortuna dopo il trattamento col sale grosso e un lavaggio in lavatrice, la macchia è sparita.

Quando sono nati i nostri figli, abbiamo ricoperto il divano con una fodera rossa di cottone. Gli anni sono passati, i bambini sono cresciuti in fretta e via via abbiamo cambiato la fodera del divano, ma quasi sempre le prendevamo rosse.

Il pomeriggio, dopo la scuola, se era bel tempo spesso stavamo fuori con i figli. Quando rientravamo i bambini giocavano insieme mentre noi preparavamo al cena. I pasti serali erano abbastanza faticosi, i piccoli erano stanchi e anche noi eravamo distrutti.

Alle nove i bambini andavano a letto e noi ci sedevamo sul divano in santa pace, a guardare un film alla TV, a leggere o a ascoltare musica.

Da lunedì a venerdì, i bambini non infrangevano le nostre regole. Mangiavano sempre a tavola e andavano presto a letto. Ma il sabato e la domenica avevano il permesso di cenare seduti sul divano, davanti alla TV.
Ben presto i ragazzi sono diventati adolescenti e quel povero divano ne ha viste di cotte e di crude. Nostro figlio piccolo era quello che ci stava di più.

Appena compiuti vent’anni, i ragazzi sono andati a studiare o a lavorare fuori dell’Italia. Nostra figlia è rimasta definitamente a Madrid, il figlio dopo gli studi ha cambiato diversi lavori, poi è ritornato a Firenze, con l’idea di cercarsi un appartamento tutto per sé.

Rimasti da soli, abbiamo deciso che dopo venticinque anni era arrivato il momento di rinnovare i mobili della cucina.
- Forse sarebbe anche l’ora di cambiare il divano, ne vorrei uno più leggero e moderno. Mi disse lui.
- Sei sicuro? Non è così malconcio e poi io mi ci sono affezionata.
- Il divano è ancora buono, ma la struttura del letto sotto è un po’ rotta, tra l’altro a cosa ci serve adesso un divano letto? Da quando i nostri genitori non ci sono più, non stiamo ospitando più nessuno? Mi disse lui convinto.
- Forse hai ragione, niente divano letto. Se prendiamo un divano nuovo, lo voglio di un colore scuro, sono stanca di dover coprirlo sempre.
- Va bene, tu sceglierai il colore e io il modello, tagliò corto lui.
Non è stato per niente facile scegliere un divano che andasse bene a entrambi, un giorno abbiamo quasi litigato. A lui piacevano quelli moderni, a me quelli classici.

Alla fine, cercando sul sito Web di un’azienda di mobili di design, ne abbiamo trovato uno che piaceva a entrambi. La ditta aveva un punto vendita a pochi chilometri di Firenze.

Abbiamo preso un appuntamento con la responsabile commerciale del settore divani, una donna giovane e determinata.
Appena arrivati ci ha mostrato il loro catalogo e poi ci ha accompagnati in uno locale dove c'erano diverse modelli di divani.
- Lo vorremo a tre cucini, ho detto io.
- Adesso non li facciamo più a tre cucini, nessuno ce li chiede, meglio due grandi, sono più pratici e ovviamente tre persone ci stanno bene, disse la donna.
- Quello là, lo abbiamo visto sulla vostra pagina web e ci piaceva, disse il marito, indicandone uno alla sua destra.
- Sì, bello, è bello, ma i due cuscini sembrano enormi e devono pesare molto, ho risposto io.
- No, signora, essendo di piume non pesano niente. Questo è un divano in cui comfort e design vanno uniti, sedetevi sopra.

Poi aggiunse:

- Toccate i cuscini, sia sullo schienale che sui sedili, sono morbidi e confortevoli. L'unico piccolo inconveniente è che dopo essersi seduti dovrete risistemare le piume.
- Li fatte solo di piume? Domandò mio marito.

- Ci sono anche i cuscini con la gomma piuma. Il prezzo sarà inferiore, ma io ve lo sconsiglio, sono meno comodi, concluse la donna, che sapeva fare bene il suo mestiere.
- Si, meglio di piume! Disse mio marito.
- Va bene, dissi io, un po’ più convinta.
Poi la donna ci fece vedere diversi campioni di stoffa, alla fine abbiamo scelto un tessuto abbastanza spesso di color melanzana.
La mattina in cui doveva arrivare il divano nuovo, mio marito ha smontato il letto pieghevole dal vecchio divano. Poi lui e nostro figlio hanno spostato i vari pezzi nel locale sotto casa che usiamo come ripostiglio e parcheggiamo le nostre biciclette. Poi abbiamo lavato in lavatrice il rivestimento dei cuscini e della struttura.
- Aveva ragione la commessa della ditta artigianale, te la ricordi? Quella che diceva che la stoffa era eterna, dissi a mio marito, mentre stiravo le fodere ancora bagnate.
Mio marito lavorò tutto il giorno per sistemare il vecchio divano: inserì delle aste di legno al posto del letto pieghevole, che venne portato alla discarica comunale. Poi sostituì i piedini con delle ruote.

Era diventato un bel divano, pensai mentre lo rivestivo. Lo abbiamo ricoperto con un lenzuolo bianco e appoggiato in un angolo del ripostiglio.
Nel tardo pomeriggio due uomini ci portarono il divano nuovo e lo sistemarono nel soggiorno, vicino alla finestra. Capì subito che aveva un colore diverso di quello che avevamo scelto, era marrone scuro, piuttosto che colore melanzana.

Solo la mattina presto, quando il sole entrava nel soggiorno, il colore diventava più bello, venivano fuori i toni violacei, che tanto mi piacevano.
Notai che il marrone non s'addiceva molto con le mattonelle di cotto del pavimento, ma non osai confessarlo a mio marito. Mi avrebbe detto:

- Il colore lo hai scelto tu.

Col passare del tempo entrambi si siamo resi conto che era una seccatura sistemare i cuscini ogni volta che si sgonfiavano, ma cercavamo di non lamentarci. Fino che nel 2020,  con la pandemia, le cose sono cambiate.

Durante la quarantena, noi, come tutte le persone confinate, abbiamo dovuto smettere di uscire, di andare al cinema o di invitare gli amici a cena. In quel periodo di reclusione, il divano è diventato il luogo della casa dove trascorrevamo più tempo.
- Questo divano è bello e moderno, mi piace, ma ultimamente mi sembra più scomodo, gli dissi a mio marito, una sera mentre ascoltavamo la radio.

- Hai ragione, anch'io ci penso da tempo. E’ una seccatura rigonfiare le piume ogni volta che ci sediamo, disse lui.

- Questo divano non mi convince per niente, dissi io, lasciandomi andare.
- A me piace e per me è comodo, disse lui.
- Certo, ma come mai tu ti siedi quasi sempre sulla poltrona? Gli domandai.

La conversazione di quel giorno non ci portò da nessuna parte, ma dopo qualche settimana nostro figlio, che abitava in un altro quartiere della città, venne a trovarci e ci disse.
- Ne ho abbastanza del mio divano, l'abbiamo comprato senza pensarci troppo. Avevamo fretta di andare a vivere insieme. Occupa troppo spazio nel soggiorno. Ogni sera, quando mi ci sdraio, guardando la TV, lo sento più scomodo. Voglio metterlo in vendita in un sito web.
- Il tuo divano non è male, il colore grigio antracite le da un’ aria moderna, ma hai ragione,  è un po' troppo grande per il tuo soggiorno. Bravo, se riesci a venderlo, rispose mio marito.
- E hai intenzione di comprarne uno nuovo? Gli domandai io.
- Sto guardandomi intorno, ma l'altro giorno ho pensato che forse il vecchio divano che avete nel ripostiglio potrebbe andare bene a casa mia.
Quella sera, dopo che nostro figlio era andato via, mio marito e io abbiamo continuato a parlare di divani. Abbiamo deciso che, appena nostro figlio avesse venduto il suo divano grigio, gli avremo regalato il nostro, che piaceva sia a lui che alla sua compagna. Noi invece avremo ripreso il vecchio divano dal ripostiglio.
Il giorno dopo abbiamo telefonato a nostro figlio.
- Ho capito bene? Mi regalate il vostro costoso divano di design e voi riprendete quello vecchio? Siete sicuri?
- Sì, il babbo ed io ve lo regaliamo volentieri, dissi io.
Nostro figlio in pochi giorni vendete il suo divano color antracite e ci chiamò per raccontarci come era andato l’affare.
- Non potete immaginare come erano contenti i due che mi hanno comprato il divano, non hanno nemmeno contrattato il prezzo. Era una coppia molto simpatica e chiacchierona. Mi hanno raccontato che il divano era uno dei primi mobili che stavano comprando per la casa che avevano affittato in campagna. L'hanno portato via in un furgone un po’ scassato, sembravano due hippy degli anni Settanta.
La mattina dopo nostro figlio e due dei suoi amici hanno portato il vecchio divano dal ripostiglio a casa nostra. Dopo con un furgone hanno trasportato il divano color melanzana dal nostro appartamento a quello di nostro figlio.
Mio marito ed io quella sera seduti sul vecchio divano, chiacchieravamo allegri, ci sembrava di essere ritornati negli anni Ottanta.
Anche nostro figlio quella stessa sera godeva nel contemplare il suo nuovo divano. Ci si sedette mentre parlava, attraverso una video chiamata, con la sua fidanzata, che all'epoca lavorava all'estero.
- Guarda come ci sta bene il nuovo divano ed è così morbido con queste piume. Ti manderò delle foto.
- Bello! Hai avuto un'idea eccellente. Non vedo l'ora di sederci sopra! Gli disse lei.
A lui non gli dava fastidio che le piume si schiacciassero quando ci si sedava, anzi gli piaceva questo aspetto informale.
Il giorno dopo nostro figlio ricevete una chiamata dalla coppia che aveva comprato il divano color antracite.

La donna cominciò a raccontargli che avevano dovuto fare diverse manovre per fare entrare il divano dalla porta, ma che alla fine lo avevano potuto collocare davanti il focolare. La sera avevano acceso il camino e si erano seduti sul divano a mangiare dei panini vicino al fuoco. Gli disse anche che avevano coperto il divano con un telo per il cane.

Nostro figlio, mentre ascoltava la donna, si aspettava che, da un momento all’altro, gli dicesse che il divano si era rotto o che era sprofondato o che la stoffa aveva preso fuoco. Temeva che volesse restituirglielo, invece la donna  gli disse:

- Ti ho chiamato per ringraziarti. Ci piace molto il tuo divano.

Finalmente i tre divani avevano ritrovato il posto che  meritavano, pensai.








mercoledì 24 agosto 2022

Siete semanas

 

Mi marido y yo llegamos a España a primeros de julio. Nos quedamos en Madrid tres semanas, en casa de nuestra hija, para ayudarle a cuidar a su bebé de ocho meses. Intenté ser una niñera de primera. A veces exageraba con tantos mimos y mi hija me reñía. Ella a los veinte años se fue a estudiar a España, donde encontró trabajo, se enamoró de un chico madrileño y allí se quedó.

En aquellos días hizo mucho calor en la ciudad, pero por suerte en los jardines del edificio del apartamento había dos piscinas comunitarias, donde yo iba cada mañana con mi nieto. Solía bajar con nosotros mi consuegro, a quien, como a mí, se le caía la baba, bañando al nieto. Conocí a muchas personas simpáticas e interesantes. Me hice amiga de una pareja de abuelos jóvenes que se habían mudado allí recientemente, también de una mujer vasca, la madre de una chica que vivía en el octavo piso y que tenía un bebé de la misma edad que el niño.

Congeniamos mucho con nuestro yerno y también con sus padres, que vivían en un edificio cercano. Fueron muy amables invitándonos a comer varias veces en su casa. Con ellos también salimos alguna noche a tomar una cerveza y tapas. Cada vez nos íbamos conociéndonos más.

Uno de los últimos días en la piscina, conversé con una mujer francesa que llevaba un sombrero de paja, era alegre y dicharachera. Tenía dos hijos de casi cuarenta años, uno vivía en Londres, el otro en Madrid. Me contó todas las peripecias de su último año de pandemia. En dos meses se le murió el marido y el padre. Además su hijo menor tuvo un grave accidente de coche. Fue muy duro para ella, sin embargo tuvo fuerzas para superarlo todo.  Cuando pensó que las desgracias habían terminado su cuerpo se derrumbó. Cayó por la calle, sus piernas le fallaron. Le diagnosticaron lesiones graves en las dos rodillas. Tuvo que operarse.

- Durante las largas semanas de rehabilitación pensé que necesitaba cambiar de aires, me he apuntado a un viaje al Japón, saldremos en octubre, me dijo contenta la mujer.

Al final de nuestra charla descubrimos que teníamos muchas cosas en común, las dos habíamos salido de nuestro país a los veinte años y seguíamos añorándolo, sin embargo cuando volvíamos cada año en verano nos sentíamos un poco extranjeras. Pero teníamos claro que no queríamos regresar, ahora que estábamos jubiladas, nos seguía gustando vivir en nuestra segunda tierra.

El veinte de julio nos despedimos de nuestros consuegros y nos fuimos todos al pueblo donde nací y donde aún viven mis dos hermanos con su familia. Allí también nos esperaba nuestro hijo que había volado de Firenze a Barcelona para pasar unos días con nosotros.

Mi pueblo hasta los años sesenta era una aldea agrícola con una grande explanada delante del mar, donde se cultivaban hortalizas. Sigue teniendo una playa larga y ancha, pero sólo delante de los campos se conserva un atisbo de ambiente natural.

La vía del tren pasa entre la playa y el pueblo, formando una barrera entre ambos lados. A veces pienso que muchos habitantes del pueblo no se acuerdan que la mar esté en frente. Jamás ha sido un verdadero pueblo de pescadores. Las pocas barcas que descansaban en la arena, las iban tirando con cuerdas para ponerlas y sacarlas del agua.

Mi hermana no suele ir nunca a la playa, a pesar de que vive a cuatro pasos del mar, pues está un poco delicada, sufre de dolores cervicales. A mi hermano y a mi cuñada sí que les gusta ir a bañarse, pero van, en coche o en bicicleta, en frente de los campos. En cambio a mí me encanta ir andando a la playa. No acostumbro a tomar el sol, me pongo bajo la sombrilla, leo un libro y sólo salgo de la sombra para darme un chapuzón.

A lo largo de los años mi marido y yo hemos ido descubriendo y recorriendo localidades de la costa mediterránea y también algunas islas hermosas, pero en agosto la playa de mi pueblo es la que preferimos. Es la menos concurrida y la más tranquila. No hay tumbonas de alquiler, ni establecimientos balnearios. La arena de la playa es gruesa y basta, el mar rudo y pocas veces manso.

El sector turístico se ha desarrollado en la parte sur del pueblo, con hoteles, camping, restaurantes y discotecas, donde los turistas se aglomeran. El pueblo se ha ido quedando desnudo de tiendas y demás actividades comerciales. Se ha convertido en una aldea tranquila, sin bullicio ni griteríos, donde viven personas mayores y parejas jóvenes con críos.

La cocina de la casita donde nos alojábamos era pequeña y al no tener lavavajillas era un poco engorroso lavar los platos. Sin embargo cada día comíamos en casa cuando volvíamos de la playa,  mi marido se iba antes para preparar la comida, alguna que otra noche nos fuimos a cenar a una terraza de la plaza del pueblo donde había un poco de ambiente.

Fueron días bonitos, incluso logramos reunirnos todos los familiares para una comida en un chiringuito en frente del mar. Mi hermana aquel día se encontraba muy bien y estaba radiante de alegría.

Al cabo de diez días, los hijos, el yerno y el niño se marcharon y nos quedamos solos mi marido y yo. Echábamos de menos al niño, del que nos habíamos enamorado, sin embargo reconocíamos que un poco de soledad y descanso nos sentaría bien.

Por la mañana, cuando yo salía con la mochila y la sombrilla, él se solía quedar en el jardín o se iba a la plaçeta con un libro, algún que otro día iba conmigo, pero sólo se quedaba en la playa una hora.

Como os iba diciendo  alquilamos por un mes la casita de mi cuñada que está muy cerca de la plaçeta y a diez minutos andando de la playa. La casita tiene un pequeño jardín donde hay plantas ufanas, un banco de piedra y en el fondo, cerca de la puerta, una mesa y dos sillas. Es un lugar encantador para leer o escribir, lástima que al atardecer haya tantos mosquitos. La azotea es muy grande y con buena vista, pero en agosto es imposible sentarse en ella, hace demasiado calor.

Mi hermano y su mujer con la niñas vivieron quince años en la casita, antes de trasladarse a la casona que construyeron en la plaçeta, justo a dos pasos de su antigua vivienda. Durante una larga temporada mi cuñada alquiló la casita a veraneantes, pero los varios inquilinos la trataron bastante mal. Luego la dejó de alquilar y se cerró. Sin embargo ya hace tres veranos que la casita ha vuelto a abrir puertas y ventanas.

Nos acomodamos bien en ella. Las noches fueron bochornosas, la brisa de la noche no lograba refrescar nuestros cuartos. Para poder dormir, dejábamos las ventanas abiertas de par en par y conectábamos el ventilador. Cada mañana nos despertaba la primera luz del alba y no teníamos más remedio que madrugar. Por la tarde solíamos echar una siesta.

Hacia las siete de la tarde, solíamos ir a la plaçeta a leer un buen rato. Levantábamos de vez en cuando la vista del libro para observar a los transeúntes que iban y venían. Al anochecer conversábamos con los vecinos que salían a tomar el fresco.

Adela, la modista nonagenaria, salía de casa empujando su caminador, cruzaba la calle y llegaba lentamente a la plaçeta. Primero daba dos o tres vueltas por la plaza, quería hacer gimnasia antes de sentarse, decía ella. Santiago, un hombre setentañero, llegaba moviendo la silla de ruedas donde estaba sentada Anita, su esposa. Anita  hacía años que se había enfermado de Alzheimer. Cuando le hablábamos o sonreíamos ella no movía ni un músculo facial y su cuerpo se quedaba inmóvil como una estatua. Su mirada vacía es lo que más me entristecía.

Conocimos a Santiago el año pasado, en seguida nos cayó bien y nos pusimos a charlar con él. Mario, otro tertuliano del verano pasado, murió en octubre, pocas semanas después de que su amada mujer falleciera.

El segundo día Santiago se presentó con un acompañante, un hombre de unos cincuenta años. Me asombré al ver a una persona tan joven y robusta con bastón. Al principio no hablaba, parecía tímido, pero día tras día empezó contarnos su vida.

Pronunciaba alguna frase en catalán, pero enseguida pasaba al español, su lengua nativa. Nos dijo que tenía alergias a muchas cosas, entre ellas a la penicilina, pero que su salud había sido siempre muy buena, hasta que llegó el dichoso virus. Tuvo que jubilarse prematuramente, tras ponerse la vacuna contra el Covid. A raíz de los efectos secundarios de la vacuna perdió la movilidad de las piernas. Le temblaban y se le adormecían a cada rato. Casi no podía andar, un día cayó y se rompió un pie. Al principio pensó que era una cosa pasajera, pero no fue así.

Estaba desesperado, sin embargo intentaba ponerle buena cara a su esposa. Ella era una mujer nerviosa e insatisfecha, pero su malestar empezó a crecer el día en que tuvieron que guardar cuarentena. Encerrados en casa, ella comenzaba a pelearse con él sin ningún motivo. Se quejaba por cualquier cosa, a pesar de que su marido fuera cariñoso con ella e intentara hacer las tareas de casa. Era un hombre mañoso que se pasaba el día arreglando los desperfectos y averías del piso. Trabajaba de electricista con un socio. Ella había sido peluquera pero, cuando su marido ganó un buen sueldo, dejó la peluquería.

Con la pandemia los ingreso nimbaron de golpe y tuvieron que suprimir muchos gastos. Pocos días después de la vacunación la mujer desapareció, se fue a vivir a Andalucía, con la excusa de ir a cuidar a su hermana que había caído enferma. Después de la pandemia no volvió, a pesar de que su marido se había quedado inválido y la necesitaba. Tampoco quiso hablar con él por teléfono.

- Mi mujer al irse de casa me rompió el corazón y el alma, dijo el hombre del bastón.

Los vecinos se portaron muy bien con él, le llevaban comida y lo ayudaban para la compra. Él lo pasó mal, se volvió huraño y triste. Echaba de menos a su mujer y no entendía porque no regresaba, sin embargo al cabo de un año asumió que se había convertido en un hombre solo y cojo.

En invierno un vecino le regaló tacos de leña para la chimenea y él se entretenía, horas y horas, entallando esculturas. Poco a poco iba forjando maderos artísticos. Los regalaba a los vecinos y a los pocos amigos que le quedaban.

Un día un primo suyo le llevó algunos cosas de su difunto padre, entre ellas un bastón. No tardó mucho en hacerle un mango nuevo. Aquel bastón le dio fuerzas para perder el miedo de salir a la calle. Santiago, en primavera se empeñó en sacarle de casa para dar una vuelta por la plaçeta.

Santiago y el hombre de bastón, se volvieron inseparables. La charla, la sonrisa y los gestos amables y risueños de Santiago iban compensando, día tras día, la escasez de vitalidad de Anita y la tristeza del hombre cojo.

Nuestras vacaciones estaban llegando a su fin y nosotros empezamos a preparar las maletas. Llevábamos tiempo fuera de casa y ya teníamos ganas de regresar. El día en que nos despedimos de mi hermano y de su mujer nos demoramos en la plaçeta. A la hora de siempre llegaron los tertulianos. Santiago nos abrazó emocionado y el hombre cojo nos dijo:

- Encantado de haberos conocido. A mí me ha ido la mar de bien hablar con vosotros. Mientras os contaba mis desventuras me he dado cuenta de que todo era agua pasada y de que había llegado el momento de empezar de nuevo.

Antes de que el avión despegara iba reflexionando sobre las personas con quienes había trascurrido las últimas siete semanas. Pensé largo rato en el niño, sin embargo mientras se me cerraban los ojos se me apareció el hombre del bastón que sonreía sentado en una tumbona  y a lo lejos vi a una mujer con un sombrero de paja.