domenica 4 ottobre 2026

Ritrato di tre zie

 

                                                                    

                                                                  E. Munch

La settimana scorsa sono dovuta andare allo studio dentistico della dottoressa che mi segue. Come sempre, sono arrivata in anticipo. Mi sono seduta in sala d’attesa e ho aperto il libro La solitudine di Sonia e Sunny, della scrittrice indiana Kiran Desai. L’avevo iniziato una settimana prima e mi aveva catturata fin dalle prime pagine.

Proprio all’inizio del libro mi ero imbattuta in Mina Foi, la zia di Sonia, una delle protagoniste. Da ragazza, all’università, Mina si era innamorata di un giovane cristiano, rifiutato categoricamente dai genitori di lei. Poco tempo dopo suo padre, un noto avvocato, le aveva organizzato un matrimonio combinato. Ma il matrimonio aveva durato sei mesi: una lettera anonima aveva svelato la bigamia del marito. Mina si era separata, finendo per sobbarcarsi ingiustamente lo stigma della « sfortuna» agli occhi della sua famiglia.

Mentre leggevo, riflettevo su quanto dovesse essere stato difficile per lei tornare alla casa paterna e obbedire senza battere ciglio. Una donna della sua posizione non poteva lavorare; così si occupava di gestire i domestici e di accudire i genitori, invecchiati precocemente. Sonia, fin da piccola, si era affezionata profondamente a lei. Quando andava a trovare i nonni, si infilava di nascosto nel suo letto. Prima di chiudere gli occhi, zia e nipote bisbigliavano e ridevano a bassa voce per non farsi sentire: tutti in casa temevano che quella zitella potesse contagiare la bambina con la sua sfortuna. Mina Foi mi trasmetteva una profonda tenerezza. Pagina dopo pagina, ha risvegliato in me il ricordo di una donna che avevo completamente dimenticato: la zia Enriqueta.

Enriqueta era la prozia di Marta, una delle mie amiche d’infanzia nel paesino sulla costa catalana dove ho trascorso gli anni Sessanta. Era una donna snella e di bell’aspetto, dalla risata facile, gentile con chiunque entrasse nel negozio che suo padre aveva aperto arrivando dall’entroterra. Marta mi raccontava che sua zia non si era sposata perché il suo fidanzato, un soldato, era morto in guerra — non abbiamo mai saputo quale. In seguito aveva rifiutato ogni altro pretendente. Viveva con la famiglia di Marta, che all’epoca gestiva la vecchia tabaccheria del paese. Era la sorella minore di María, la nonna di Marta, di ben diciotto anni più giovane. A quei tempi, tra il primogenito e l’ultimo figlio le differenze d’età erano abissali, complici le famiglie numerose e gli anni che i capifamiglia passavano al fronte, richiamati nelle guerre coloniali o nella Guerra Civile.

La tabaccheria si affacciava su una piazzetta, vicino alla chiesa. Da quella porta entravano e uscivano i fumatori, che negli anni Sessanta costituivano la maggioranza degli uomini del paese. In una stanza laterale, invece, si vendevano saponi, acqua di colonia sfusa, profumi, pettini e spazzole; un regno riservato quasi esclusivamente alle donne. Enriqueta, di nascosto, regalava a me e a Marta campioni di rossetti e di profumi. Ci dipingevamo le labbra di rosso carminio e a volte rincorrevamo mio fratellino per truccare anche lui. Lui protestava e si annoiava a morte, ma mia madre mi obbligava a portarlo con me quando uscivo a giocare per strada.

La zia Enriqueta lo difendeva sempre:

—Ma quanto siete sciocchine! I ragazzi vanno rispettati! Vedrete quando sarete grandi, vi colerà la bava appena vi innamorerete di uno di loro.

Anni dopo, incontrando Marta, le chiese della zia. Mi raccontò che avevano ceduto la tabaccheria, ma che Enriqueta aveva continuato a lavorare dietro al bancone fino all’ultimo giorno.

Mentre i miei pensieri intrecciavano le vicende delle due donne, Giovanna, la dentista, mi strappò alle pagine, chiamandomi per farmi entrare nel suo studio.

L’atmosfera della stanza era tranquilla. Solo dopo avermi posizionato con cura la corona dentale sull’impianto, approfittando del silenzio, ho rotto il ghiaccio:

—Come è andata l’estate, Giovanna?

—Ah! Mi sono presa un bello spavento —rispose lei con un sospiro—. Sono ancora scossa per quello che è successo a mia zia Anna.

Incuriosita, mi raddrizzai sulla poltrona:

—Cosa le è successo?

—L’ho trovata riversa sul pavimento. Sono andata a casa sua perché erano diversi giorni che non rispondeva alle mie chiamate. Essendo molto sorda, all’inizio non ci ho dato peso. Ma al quarto giorno ho dovuto chiamare i vigili del fuoco per farmi buttare giù la porta; con le mie chiavi non riuscivo a entrare.

—Era…? —ho lasciato la frase a metà, temendo il peggio.

—Sarebbe stato quasi meglio. Era viva, ma aveva avuto un infarto. Stavo per svenire dal terrore. Abbiamo chiamato un’ambulanza per portarla in ospedale.

—E come sta adesso?

—La poveretta era così debole che è morta dopo cinque giorni.

Essendo io l’ultima paziente prima della pausa di mezzogiorno, Giovanna mi accompagnò alla porta, mentre mi raccontava la storia di Anna.

«Nel 1965 Anna aveva sposato un cugino lontano, ma era tornata dopo poco alla casa della sua infanzia: non sopportava che un uomo le dicesse cosa fare. Per fortuna aveva studiato e insegnava alle elementari. Era una brava maestra, anche se col tempo era diventata intransigente e pignola. In casa decideva tutto lei, e i genitori, dopo i primi anni di litigi, si erano rassegnati a lasciarla fare, capendo che quella figlia testarda e inflessibile era anche la loro fortuna. Quando a sessant'anni erano arrivati i primi acciacchi per il padre, che era stato un rispettato veterinario, e per la madre, casalinga e cuoca straordinaria, Anna si era rivelata una governante impeccabile e un'infermiera perfetta.

Poi i miei nonni sono morti —ha concluso Giovanna sulla soglia— e il carattere di Anna si è inasprito del tutto. Le amiche si sono stancate di darle sempre ragione. Era scontrosa anche con me, la sua unica nipote. Quando le rimproveravo perché saltava le pillole per il cuore, mi urlava dietro:

—Non ne ho bisogno, non mi fanno nulla.

—Fai come ti pare, se vuoi morire —le dicevo, frustrata.

—Non dire sciocchezze, ho una salute di ferro, vi seppellirò tutti!

Sono tornata a casa in bicicletta e, appena arrivata, ho ripreso in mano il libro di Kiran Desai. Volevo scoprire che fine aveva fatto Mina Foi, rimasta da sola ad affrontare la propria vecchiaia e la morte. Mi chiedevo se il tempo l’avrebbe resa irascibile e spigolosa come Anna, o se l’avrebbe lasciata spegnersi dolcemente, come la zia Enriqueta.







venerdì 25 settembre 2026

Retrato de tres tías

 

 
                                                                                            
                                                             E. Munch

La semana pasada tuve que ir a la clínica dental, donde me atiende mi dentista. Como siempre, llegué con antelación. Me senté en la sala de espera y abrí el libro La soledad de Sonia y Sunny, de la escritora india Kiran Desai. Lo había empezado hacía una semana, pero me atrapó con fuerza desde el principio. Ya en las primeras páginas me topé con Mina Foi, la tía de Sonia, una de las protagonistas. De jovencita en la Universidad, Mina se había enamorado de un muchacho cristiano, al que sus padres rechazaron. Tiempo después su padre, un ilustre abogado, organizó para ella un matrimonio combinado. Se separó pocos meses después de la boda, tras descubrir en una carta anónima la bigamia de su esposo y acabó cargando injustamente con el estigma de la «mala suerte» ante los ojos de su familia.

 Mientras leía, me di cuenta de lo difícil que había sido para Mina Foi regresar a la casa paterna y obedecer sin rechistar. Era evidente que una mujer de su posición no podía trabajar, así que se ocupaba de dar órdenes a los once sirvientes y de cuidar de sus padres. Sonia, desde pequeña, se encariñó profundamente con ella. Cuando iba a visitar a sus abuelos, se metía en su cama sigilosamente, antes de cerrar los ojos, cuchicheaban y reían en voz baja para que nadie las oyera, porque todos temían que la solterona pudiera contagiarle su mala fortuna a la niña.

 Mina Foi me transmitió apego y ternura ya desde el primer capítulo, y me trajo a la memoria a una mujer a la que había olvidado por completo, la tieta Enriqueta. Era la tía abuela de Marta, una de mis amigas del barrio del pueblo de la costa catalana donde pasé mi infancia en los años sesenta.

 La tieta era delgada y de buen porte, de risa fácil y amable con todo el mundo, sobre todo con los clientes del negocio que había fundado su padre tras llegar del interior de Cataluña. Marta me contaba que su tía no se había casado porque estuvo prometida con un soldado que murió en la guerra —nuca supimos en cuál—. Luego había tenido otros pretendientes, pero no quiso aceptar ninguno. Vivía con la familia de Marta, que en aquellos tiempos regentaba el antiguo estanco del pueblo. Era la hermana menor de María, la abuela de Marta, a la que se llevaba dieciocho años. A principios de siglo era normal que entre el primero y el último hijo mediara tanta distancia; las familias eran numerosas o el cabeza de familia desaparecía durante varios años, llamado a luchar en las guerras coloniales o, más tarde, en la Guerra Civil. 

El estanco estaba situada en una plazuela cerca de la iglesia. De él entraban y salían los fumadores, que en los años sesenta eran la mayoría de los hombres del pueblo. En un cuarto lateral se vendían jabones, agua de colonia a granel y toda clase de peines y cepillos, también había cosméticos y perfumes selectos, una zona reservada casi exclusivamente para las mujeres. Enriqueta, a escondidas, nos regalaba muestras de barras de labios y pequeñas miniaturas de perfumes. Marta y yo nos pintábamos los labios de color carmín, y a veces también perseguíamos a mi hermano pequeño para maquillarlo, algo que él no soportaba. Se aburría con nosotras, pero mi madre me obligaba a llevarlo conmigo, cuando salía a jugar a la calle en verano. La tieta lo defendía siempre:

 —Mira que sou ximpletes! Els nois s’han de respectar! Ja veureu quan sigueu grans, us caurà la baba quan us enamoreu d’un xicot.

 Años atrás me crucé con Marta y le pregunté por la tieta. Me contó que habían traspasado el estanco, pero que su tía había despachado detrás del mostrador hasta su último día. 

Mientras mis pensamientos entrelazaban a las dos mujeres, Juana, la dentista, me sacó de mi ensimismamiento, llamándome para que pasara al consultorio. Me atendió enseguida. El ambiente era tranquilo y solo al terminar de colocarme con cuidado la corona dental sobre el implante, aproveché el silencio para romper el hielo: 

—¿Cómo te ha ido el verano, Juana? 

 —¡Ay! Me llevé un gran susto —respondió ella, suspirando—. Todavía estoy impresionada por lo que le pasó a mi tía. 

Intrigada, me incorporé en el sillón: 

—¿Qué le pasó? 

—La encontré tirada en el suelo. Fui a su casa porque hacía varios días que no contestaba a mis llamadas. Como estaba muy sorda, al principio, no le di importancia; era habitual en ella no descolgar el teléfono. Pero, al cuarto día llamé a los bomberos para que abrieran la puerta, ya que con mis llaves no pude. 

—¿Estaba ...? —dejé la pregunta al aire, temiendo lo peor. 

—Casi hubiera sido mejor. Estaba viva, pero había sufrido un ataque al corazón. Yo estaba aterrorizada, casi me desmayé. Llamamos a una ambulancia para llevarla al hospital.

 —¿Y cómo está ahora?

 —La pobre estaba tan débil que falleció a los cinco días. 

Como yo era la última paciente antes de la pausa del mediodía, así que Juana me acompañó a la salida sin prisa, desahogándose conmigo mientras me detalladamente la historia de Ana.

 «En 1965, Ana se casó joven con un primo lejano, pero muy pronto regresó al hogar de su infancia, no soportaba que su marido la mandara. Por suerte había estudiado y tenía un empleo en un colegio. Era una buena maestra, aunque con el tiempo se volvió intransigente y quisquillosa. La convivencia con sus padres no era fácil; a ella le gustaba disponerlo todo. Ellos al principio se quejaban y se peleaban, pero con los años se amansaron al comprender que, aunque fuera testaruda e inflexible en sus decisiones, a la larga, les facilitaría la vida. Su padre, que alcanzó una buena posición como veterinario, y su madre, que siempre había sido ama de casa y buena cocinera empezaron a sufrir los primeros achaques a los sesenta años. Se dieron cuenta de que era una gran suerte tener a Ana como ama de llaves, además resultó ser una enfermera perfecta. Pasaron los años y los padres de Ana murieron. Su carácter se volvió más hosco y las amigas se cansaban de darle siempre la razón. También era cascarrabias conmigo, que era su única sobrina. Cuando le reprochaba porque no se tomaba las pastillas del corazón, me chillaba:

—No me tomo las medicinas porque no me hacen nada. Y no necesito a nadie, no tienes por qué venir a verme cada semana.

 —Allá tú, si quieres morirte —le decía yo frustrada. 

—No digas bobadas, tengo una salud de hierro, ¡os enterraré a todos!» 

Volví a casa en bicicleta y, y nada más llegar, retomé el libro de Kiran Desai. Quería saber cómo acabaría Mina Foi cuando se quedara sola y tuviera que enfrentarse a su propia vejez y a la muerte. Me preguntaba si el tiempo la volvería huraña y cascarrabias como a Ana, o si la dejaría apagarse, como a Enriqueta, dulcemente. 





sabato 29 agosto 2026

Miceli invisibili

                                                                              Dipinto di Jamuna Burry

Ricordo che ho iniziato ad andare al cinema da sola nel 2012. Era una serata fredda, mio marito era fuori città e le mie amiche avevano altri impegni, ma io volevo a tutti costi vedere Quartet, un film di Dustin Hoffman, uscito da poco. Mi misi la sciarpa e il cappotto, salii sulla mia bicicletta rossa e uscii di casa.

Il film mi è piaciuto molto e mi sono sentita a mio agio nella sala, anche senza la solita compagnia. Da quella sera ho iniziato ad andare al cinema da sola. Inoltre, ha cominciato a prendere forma in me un desiderio che il lavoro di insegnante e gli impegni familiari mi avevano via via costretto a rimandare. Non ricordo bene le scene di Quartet, ma ricordo la tenerezza che mi ispirò quella comunità di cantanti lirici in pensione, determinati a organizzare concerti per non perdere la casa che condividevano. Ho dovuto aspettare di andare in pensione per realizzare il mio progetto. Nell’autunno del 2024, uscendo dalla palestra, ho incontrato Vera, un’amica di vecchia data che, come me, aveva smesso di lavorare da qualche mese. Si occupava di sua madre, una donna quasi centenaria dalla lucidità fragile. Prima di salutarci le ho confessato il mio desiderio di rendermi utile come volontaria in una casa di riposo.

Vera mi ha dato il numero di Valeria, l’animatrice della struttura in cui era ricoverata sua madre. Valeria mi accolse a braccia aperte. Non c’era posto per me in quella sede, ma mi indicò un’ altra residenza dove avrei potuto leggere racconti ad alta voce un pomeriggio alla settimana.

Arrivai piena di entusiasmo e di libri. La realtà, però, mi disarmò subito: mi assegnarono la sala dei non autosufficienti. Attorno a un grande tavolo mi aspettava un gruppo di donne, tessitrici di passati invisibili.

Silvia, con gli occhi offuscati dalla cataratta, ascoltava i miei racconti come se fossero acqua fresca. Laura, minuta come un uccellino, invece mormorava parole incomprensibili che celavano la maestra e la poetessa che era stata. Le mancava una mano e con l’altra cercava le mie, aggrappandovisi con una tenerezza che mi spezzava l’anima.

Mariangela conservava l’impeto di chi aveva gestito una fabbrica di mozzarella a Napoli. A volte si alzava di scatto, mi afferrava il braccio e, con tono feroce e spaventato, esigeva: «Portami a casa». Gisella accarezzava un messale e supplicava che la portassero a Bologna, accanto ai genitori morti da decenni che lei credeva ancora in vita e che la stessero cercando.

Giuditta, con la sua cadenza veneziana mi ripeteva ogni pomeriggio la stessa cantilena:

«Come sei venuta?»

«In bicicletta.»

«E di che colore è?»

«Rossa.»

Daniela viveva nel regno dei sogni. Un pomeriggio, sentendomi parlare in spagnolo, si svegliò, mormorò alcune parole nella mia lingua e tornò a sprofondare nell’ombra. All’estremità del tavolo c’era Edda, pallida e provata. Per decenni era stata levatrice e aveva aiutato centinaia di creature a varcare la soglia della vita. Ora sembrava incapace di varcare quella della morte. Quando le porgevo le mani, quasi tutti le respingevano perché erano fredde. Solo Edda mi permetteva di far riposare le mie dita tra le sue.

Capii presto che le mie letture erano troppo lunghe e impegnative per loro, le cui menti volavano via come briciole nel vento. Provai con giochi, riviste e forbici, ma si stancavano subito. Allora proposi a Valeria di leggere le storie delle loro vite che avevo trovato nelle schede d’ingresso al centro. Fu quello il miracolo. Nel sentire a voce alta chi erano state, le anziane spalancarono gli occhi e sollevarono il mento. Salvate dall’anonimato, iniziarono a raccontare episodi delle loro vite. Ricordavano la giovinezza, il cortile dell’infanzia e il calore dei fratelli. Nessuna di loro menzionava un marito o un figlio: alla fine del cammino, la memoria le riportava al punto di partenza, accanto ai loro genitori.

Dopo Pasqua il posto di Edda era vuoto. Nessuno pronunciò mai la parola «morte». Valeria abbassò lo sguardo e il silenzio della sala fu il suo unico epitaffio.

L’ultimo giovedì prima dell’estate, mentre stavo tornando a casa, sentii che l’ aria era pesante, densa come un presagio. Volgendo lo sguardo verso la casa di riposo, le vidi: sottilissime e traslucide radici strisciavano lungo la facciata e si riversavano dalle finestre aperte.

Mi fermai. La strada era deserta. Cercai di proseguire, ma una resistenza invisibile sembrava impigliarsi alle ruote. Scesi dalla bici ed esaminai il pavimento. Non c’erano cavi né rovi. Solo quel micelio morbido che pulsava sotto l’asfalto.

Non provai paura, ma una pace immensa. Camminai mentre le radici svanivano nella foschia del tramonto. Allora capii che, quando il corpo appassisce, le sue radici diventano più forti e profonde, alla ricerca della terra fertile di chi ci ha preceduto.

Vicino a casa ripensai agli anziani del film Quartet. Il ricovero che stavo lasciando alle spalle era più austero e spartano di quello dei vecchi musicisti, ma in entrambi si intrecciavano le stesse radici invisibili. E capii che l’ unico modo per andare avanti era lasciarsi avvolgere da esse.









lunedì 13 luglio 2026

Las raíces invisibles

 

Aquel otoño trajo consigo una luz distinta, melancólica, como si la ciudad entera supiera que algo estaba a punto de cambiar. Fue una de esas mañanas doradas cuando me crucé con Vera. Compartíamos el gimnasio y, de pronto, nos descubrimos compartiendo también ese tiempo nuevo y vulnerable que es la jubilación. Vera dedicaba sus horas a cuidar de su madre, una mujer que rozaba el siglo de vida de frágil lucidez. Sin saber muy bien de qué rincón de mi alma brotó el impulso, le confesé mi necesidad de ser útil, de hacer voluntariado en alguna residencia de ancianos. Vera, con los ojos iluminados por la comprensión, me tendió un puente: el número de Valeria, la monitora del centro donde su madre residía.
Valeria me recibió con los brazoz abiertos. Y aunque no pude quedarme en el centro de la madre de Vera, me ofreció otra residencia donde leer en voz alta una tarde a la semana.
Llegué pertrechada de ilusión y libros, pero la realidad, con su crudeza silenciosa, me desarmó pronto. Me asignaron la sala de los grandes dependientes. Al cruzar el umbral, el tiempo pareció detenerse. Alrededor de una mesa inmensa aguardaba una tribu varada en la antesala del olvido. Eran mujeres, casi todas, tejedoras de pasados invisibles, con la única excepción de Enzo. Él era el más joven, pero también el prisionero de un cuerpo más devastado; un ladrón le había arrebatado la voz y el movimiento a base de golpes en el zaguán de su propia casa. Ahora, su única respuesta al mundo era una sonrisa perenne y misteriosa.
Aquellas mujeres nonagenarias conformaban una constelación de soledades fascinante. Silvia, con los ojos velados por las cataratas, poseía la paciencia de las santas y escuchaba mis relatos como quien bebe agua fresca. Genoveva, en cambio, vivía parapetada tras su sordera; Valeria me confesó que su carácter gruñón y su afán de mando venían de lejos, de una juventud donde quizás tuvo que gritar demasiado para ser escuchada.
Y luego estaba Laura. Menuda, frágil como un pájaro, desgranaba murmullos ininteligibles que escondían a la maestra de primaria que un día fue, a la autora de poemas que nadie leía ya. Le faltaba una mano, pero con la que le quedaba buscaba las mías, aferrándose a mí con una ternura que me partía el alma en dos. Mariangela, alta y rotunda como la tierra de Nápoles que la vio nacer, aún conservaba el ímpetu de quien gobernó una fábrica de mozzarella junto a su marido. A veces, la memoria le jugaba malas pasadas, se ponía en pie de un salto, me apresaba el brazo con dedos de hierro y me exigía, fiera y asustada: «Llévame a casa».
Gisella habitaba su propio exilio en un rincón. Ajena a nosotras, sus manos ajadas no dejaban de acariciar las páginas de un misal. A veces, emergía de sus rezos para suplicarme con un hilo de voz que la llevara a Bolonia, junto a sus padres, aterrorizada ante la idea de que ellos no supieran encontrarla. Giuditta, la veneciana, parecía la más despierta, pero su mente giraba en un bucle infinito, preguntándome cada tarde cómo había llegado hasta allí.
—En bicicleta —le respondía yo. —¿Y de qué color es tu bicicleta? —insistía, incansable. —Roja.
Y así seguíamos, atrapadas en el mismo diálogo circular, hasta que la firmeza compasiva de Valeria intervenía.
Había otras, las que habitaban el reino de los sueños, como Daniela, que una tarde despertó de su letargo abisal solo porque le hablé en español, murmurando palabras en mi idioma antes de volver a sumergirse en la sombra. Y en el extremo de la mesa, Nedda. Amarillenta, consumida, acurrucada sobre sí misma como si ya habitara la frontera. Durante décadas había sido comadrona, había ayudado a cientos de criaturas a cruzar el umbral hacia la vida, y sin embargo, ella parecía incapaz de cruzar el umbral hacia la muerte. Cuando yo llegaba los jueves y les ofrecía mis manos, casi todas las retiraban quejándose de mi frialdad. Solo Nedda, en su silencio agónico, permitía que mis dedos reposaran entre los suyos.
Pronto comprendí que mis lecturas eran demasiado largas para mentes que volaban como briznas al viento. Probé con los juegos, con revistas y tijeras, pero se cansaban con la rapidez de los niños pequeños. Fue entonces cuando le propuse a Valeria leer sus propias historias. Las fichas de sus vidas.
Aquel fue el milagro. Cuando empecé a leer en voz alta quiénes habían sido, las ancianas que dormitaban abrieron los ojos. Levantaron la barbilla. Rescatadas del anonimato, comenzaron a hablar. Desgranaron recuerdos de juventud, pero, curiosamente, ninguna pronunció el nombre de un marido o de un hijo. En aquel final del camino, la memoria las devolvía a la casilla de salida: todas añoraban a sus padres, el patio de la infancia, el calor de sus hermanos. Todas, excepto Nedda, cuyo asiento encontré vacío tras las vacaciones de Pascua. Nadie pronunció la palabra "muerte", Valeria solo me devolvió una mirada evasiva, y el silencio de la sala fue su único epitafio.
El último día, antes del verano, emprendí el regreso a casa en mi bicicleta roja. El aire era pesado, bochornoso, espeso como un presagio. De pronto, al mirar hacia el edificio de la residencia, las vi.
Eran raíces. Raíces finísimas, extrañas y translúcidas que reptaban por la fachada y se derramaban por las ventanas abiertas. Frené en seco. La calle estaba desierta, bañada por una quietud irreal. Retomé la marcha por el carril bici, pero sentí una resistencia invisible, como si algo se enredara en las ruedas. Me bajé, inspeccioné el suelo. No había cables, no había zarzas. Solo era aquel micelio suave, invisible, que latía bajo el asfalto.
Curiosamente, no sentí miedo, sino una paz inmensa. Caminé llevando la bicicleta de la mano mientras las raíces se desvanecían lentamente en la bruma del atardecer. Y entonces lo comprendí, con la claridad con la que se entienden las verdades absolutas: cuando el cuerpo humano se marchita, sus raíces se vuelven más fuertes y profundas, buscando la tierra fértil de los que nos precedieron. Y a veces, la única forma de seguir adelante, es dejarse envolver por ellas.




domenica 5 luglio 2026

Raíces

 

Una mañana a principios de otoño me encontré con Vera por la calle. La conocía porque íbamos al mismo gimnasio. Nos pusimos al día sobre cómo llevábamos la vida de jubiladas. Vera estaba muy ocupada cuidando de su madre, que tenía casi cien años. No sé por qué, pero le confesé que me gustaría hacer voluntariado en una residencia de ancianos. Entonces me habló del asilo en el que estaba ingresada su madre.

—Creo que están buscando voluntarios. Te puedo dar el número de Valeria, que es monitora —me dijo.

Valeria acogió con entusiasmo mi propuesta de leer cuentos a las personas mayores. Por el momento, no era posible hacerlo en la residencia donde estaba ingresada la madre de Vera, pero ella estaba dispuesta a dejarme leer relatos en otro centro donde trabajaba tres días a la semana.

Empecé con mucha ilusión, pero pronto me di cuenta de que no iba a ser una tarea fácil. Me asignaron a los mayores que no podían valerse por sí mismos. Entré en la sala y me topé con un grupo de ancianos sentados alrededor de una gran mesa. Eran casi todas mujeres, excepto Enzo, el más joven del grupo, pero también el que se encontraba en peor estado físico. Me contaron que un ladrón le había dado una paliza cuando entraba en su casa. Había sufrido daños cerebrales: no caminaba ni hablaba, solo sonreía.

Las mujeres nonagenarias formaban una tribu muy variopinta:

Silvia estaba casi ciega, pero no se quejaba, tenía un buen carácter; era paciente y escuchaba con interés todo lo que leía o les contaba.

Genoveva era bastante sorda, se enfadaba por cualquier cosa y siempre pensaba que la excluíamos. Le gustaba mandar; ya de joven era una gruñona, me comentó Valeria

Laura era menuda y no paraba de murmurar cosas sin sentido, pero era cariñosa, le gustaba besarme y siempre sonreía. Había sido maestra de primaria y había publicado varios poemas. Le faltaba una mano, pero con la otra estrechaba las mías.

Mariangela era alta y robusta y era natural de la provincia de Nápoles. Había sido dueña, junto con su marido, de una pequeña empresa productora de mozzarella. Solía estar de mal humor, gritaba y se levantaba de golpe para dirigirse a la puerta. Me agarraba con fuerza del brazo y me decía en tono amenazante:

—Llévame a casa.

Por suerte, la auxiliar de turno la sacaba de la sala.

Gisella estaba en un rincón; no participaba en las actividades de grupo y no hacía más que rezar. Siempre llevaba en la mano un misal que no paraba de hojear. De vez en cuando, me suplicaba con voz amable que la llevara con sus padres, que vivían cerca de Bolonia, porque temía que no pudieran encontrarla.

Giuditta, una mujer de Venecia, parecía la más vivaz, pero en realidad era obsesiva: repetía siempre lo mismo como un loro, hasta cansar a quienes la rodeaban.

Cada día, cuando llegaba, me preguntaba cómo había llegado al centro y, cuando le respondía que había venido en bicicleta, volvía a hacerme la misma pregunta.

—¿De qué color es tu bicicleta?

—Roja —le respondía yo.

Y como una máquina, seguía con la misma pregunta, hasta que Valeria la hacía callar.

Valeria era amable, pero también firme y decidida como las profesoras.

Luego estaban las que dormían todo el día; Daniela, de vez en cuando, abría los ojos y me miraba. Una vez pareció salir de su letargo, el día en que le hablé en español. Murmuró algunas palabras en ese idioma y ya nada más. Valeria me contó que, unos meses antes, llevaba una vida bastante activa, pero un día, de repente, se hundió en un abismo.

Nedda era la que parecía tener un pie en el otro mundo. Era muy delgada, tenía la piel amarillenta y estaba acurrucada en una camilla inclinada hacia delante. Solo oí sus grititos una vez; por lo demás, siempre dormía con la cabeza ladeada. Daba pena: había sido comadrona y había ayudado a traer al mundo a muchos de niños, y, sin embargo, ella no conseguía abandonarlo.

Los jueves llegaba sobre las cuatro y lo primero que hacía era estrechar la mano de todos los ancianos. Todas retiraban las manos y las que hablaban me decían:

—Tienes las manos muy frías

Nedda era la única que no retiraba las suyas de las mías.

Con el tiempo, mis lecturas se hicieron más breves, porque me di cuenta de que casi nadie conseguía seguirme. Un día empecé a proponerles juegos y manualidades. Al principio, parecía que le gustaba recortar fotos y dibujos de unas revistas que les había traído para luego pegarlos y crear un collage, pero al poco rato lo dejaban y yo era la única que seguía trabajando. Me parecían niños pequeños: se cansaban rápido de jugar y, a veces, eran caprichosos.

En los últimos días, le pedí a Valeria que leyéramos juntas las fichas sobre la historia de esas mujeres, una cada semana. Entonces, las ancianas levantaban la cabeza y me miraban con interés. Aquellas mujeres que solían dormitar empezaban a abrir los ojos, excepto Nedda, que cada semana estaba más cerca del final de su vida.

Después de las vacaciones de Semana Santa, al entrar, me di cuenta de que el puesto de la comadrona estaba vacío, pero nadie del personal me dijo nada al respecto. Tuve que preguntarle a Valeria, que, por cierto, me respondió de forma evasiva.

En los días previos a las vacaciones de verano, seguí leyéndoles las fichas personales y haciéndoles preguntas para involucrarlas. Quizás porque insistía, las ancianas que lograban hablarme contaban algo de sus familias, pero ninguna de ellas pronunció jamás el nombre de su marido o de sus hijos. Todas recordaban con nostalgia a sus padres y hermanos.

El último día, mientras volvía a casa en bicicleta, noté que el aire cálido y bochornoso me estaba ralentizando. De repente, vi unas raíces extrañas que salían por las ventanas de la residencia de ancianos. Después, nada más. La calle estaba casi desierta. Tomé el carril bici para llegar antes, pero seguía sintiendo que algo me frenaba. Apenas había recorrido dos metros cuando me detuve a revisar las ruedas. No había cables ni otros obstáculos. Era como un micelio suave e invisible. No me oprimía sino que me transmitía paz. Retomé mi camino llevando la bicicleta de la mano. Poco a poco, las raíces se desvanecieron. 

Entonces pensé:

“Cuando el cuerpo humano se marchita, sus raíces se vuelven más fuertes y profundas, por eso hay que dejarse envolver por ellas”.









martedì 30 giugno 2026

Radici

 

Una mattina d’inizio autunno, incontrai Vera per strada; era una vecchia amica che non vedevo da tanto tempo. Molti anni prima frequentavamo la stessa palestra. Ci siamo raccontate come era la nostra vita da pensionate. Vera era molto indaffarata con la madre quasi centenaria. Non so perché ma le confidai che mi sarebbe piaciuto fare volontariato in una casa di riposo. Allora lei mi parlò di quella in cui era ospitata sua madre.

—Credo che stiano cercando volontari, ti posso dare il numero di Valeria, un’animatrice, mi disse.

Valeria accolse con entusiasmo la mia proposta di leggere racconti agli anziani. Al momento non era possibile farlo nella casa di cura in cui era ospitata la madre di Vera, ma lei era disposta a farmi leggere i racconti in un’altra struttura in cui lavorava tre giorni a settimana.

Ci andai contenta, ma ben presto capii che non sarebbe stata un’impresa facile. Mi assegnarono gli anziani non autosufficienti. Erano seduti intorno a un tavolo in una grande sala. Erano quasi tutte donne, tranne Enzo, che forse era il più giovane del gruppo ma anche il più malmesso fisicamente. Mi dissero che era stato picchiato da un ladro mentre stava entrando in casa. Aveva riportato danni cerebrali: non camminava, non parlava, sorrideva soltanto.

Le donne novantenni formavano una tribù ben assortita:

Silvia non ci vedeva quasi niente, ma era paziente e ascoltava con interesse tutto quello che leggevo o raccontavo.

Genoveffa era molto sorda, si arrabbiava spesso e le piaceva comandare; anche da giovane era brontolona, mi disse Valeria.

Laura, una donna minuta che era stata maestra elementare, borbottava in continuazione cose sconclusionate, ma era pacifica e non si lamentava mai.

Mariangela, una donna campana che aveva gestito, insieme al marito, un’azienda produttrice di mozzarelle, era spesso era di cattivo umore. Urlava e si alzava in piedi per andare verso la porta. Mi afferrava con forza il braccio e mi diceva in tono minaccioso:

—Portami a casa mia.

Per fortuna, ogni volta arrivava un’ausiliaria che la portava via.

Gisella era seduta in un angolo; non partecipava alle attività di gruppo e non faceva altro che pregare. Aveva sempre in mano un messale che sfogliava in continuazione. Ogni tanto mi supplicava con voce gentile di portarla dai suoi genitori che vivevano in Romagna, perché aveva paura che non riuscissero a trovarla.

Giuditta, una donna veneta, sembrava la più vispa, ma in realtà era ossessiva: ripeteva sempre le stesse cose come un pappagallo, fino a stancare chi le stava vicino.

Ogni giorno, quando arrivavo, mi chiedeva come avessi fatto a raggiungere il centro e, quando le rispondevo che ero venuta in bicicletta, mi rifaceva la stessa domanda

—Di che colore è la tua bicicletta?

—Rossa, le rispondevo io.

E, come una macchinetta, continuava con la stessa domanda, fino a quando Valeria la faceva smettere.

Valeria era gentile, ma anche decisa e determinata, proprio come le maestre.

Poi c’erano quelle che dormivano tutto il giorno. Daniela sonnecchiava, ma ogni tanto apriva gli occhi e ci guardava. Una volta sembrò uscire dal suo torpore: fu il giorno in cui le parlai in spagnolo. Borbottò qualche parola in quella lingua e poi più niente. Valeria mi raccontò che da giovane aveva vissuto in Venezuela e che, fino a qualche mese prima, partecipativa attivamente alle iniziative proposte; un giorno, però, all’improvviso sprofondò negli abissi.

Ma la persona più vicina all’altro mondo era Nedda. Era molto magra, aveva la pelle gialla e stava rannicchiata su una barella inclinata in avanti. Ho sentito i suoi gridolini una volta sola, altrimenti dormiva sempre con la testa piegata di lato. Faceva tenerezza: era stata un’ostetrica e aveva aiutato un gran numero di bambini a venire al mondo, eppure lei non riusciva a lasciarlo.

Ci andavo una volta alla settimana per diversi mesi. Arrivavo verso le quattro e la prima cosa che facevo era stringere la mano a tutti. Tutte ritiravano velocemente le mani e quelle che potevano parlare mi dicevano:

—Hai le mani troppo fredde

Nedda era l’unica che non ritirava le sue dalle mie.

Col tempo le mie letture sono diventate più brevi, perché mi accorgevo che nessuno riusciva a seguirmi. Un giorno ho iniziato a a proporre loro dei giochi e lavori manuali. All’inizio sembravano interessati a ritagliare foto e disegni da alcune riviste che avevo portato per poi incollarli e creare un collage, ma dopo poco smettevano e rimanevo l’unica a darmi da fare. Mi sembravano dei bambini piccoli: si stancavano in fretta di giocare e a volte facevano i capricci.

Negli ultimi giorni, ho chiesto a Valeria di leggere insieme le schede sulla storia di quelle donne, una ogni settimana. Allora le anziane alzavano la testa e mi guardavano con interesse. Quelle donne che di solito sonnecchiavano cominciavano ad aprire gli occhi, tranne Nedda che ogni volta era più vicina alla fine della sua vita.

Dopo le vacanze di Pasqua, notai che il posto della levatrice era vuoto, ma nessuno del personale me ne parlò. Dovete chiedere a Valeria, che peraltro mi ha risposto in modo sbrigativo.

Nei giorni che hanno preceduto le vacanze estive, ho continuato a leggere le schede personali e a fare domande per coinvolgere le donne. Forse perché insistevo mi parlavano delle loro famiglie. Nessuna di loro ha mai pronunciato il nome del marito o dei figli; tutte, invece, ricordavano con nostalgia genitori e fratelli.

L’ultimo giorno, mentre tornavo a casa in bicicletta, sentivo che l’aria calda e afosa mi stava rallentando. A un tratto vidi delle strane radici che fuoriuscivano dalle finestre della casa di riposo. Poi più niente. La strada era quasi deserta. Presi la pista ciclabile per fare prima, ma sentivo comunque che qualcosa mi stesse frenando. Avevo percorso appena due metri quando mi fermai a controllare le ruote. Non c’erano fili o altri impedimenti. Era come un micelio soave e invisibile. Non mi opprimeva, anzi, mi dava pace. Ripresi il mio cammino con la bicicletta a mano. Lentamente le radici svanirono.

Allora pensai:

“Quando il corpo appassisce le radici diventano più forti e profonde, per questo bisogna lasciarsi avvolgere da loro”






sabato 23 maggio 2026

Uñas despintadas

 


Ayer me levanté a las nueve. Hacía mucho tiempo que no dormía tan bien ni hasta tan tarde. Había soñado con mi marido, era un sueño bonito, aunque no lo recordaba bien. Me puse la ropa del gimnasio, me tomé un vaso de agua y salí de casa sin desayunar, algo que nunca hago. Mientras caminaba por la calle, me sentía diferente, en ayunas, pero contenta.

Al salir del gimnasio, me paré en el quiosco; los viernes suelo comprar el periódico porque incluye un suplemento cultural. Generalmente lo leo por la tarde o después de cenar, pero ayer lo leí mientras desayunaba.

A las diez y media, mientras sorbía una taza de té y untaba las tostadas con mermelada de naranja amarga, empecé a leer un artículo que comentaba un libro titulado Abundancia. En él, los autores rastreaban las barreras políticas, económicas y culturales para progresar y proponían un camino hacia la abundancia para todos. Analizaban cómo la izquierda progresista podría actuar para mejorar las condiciones de vida de los habitantes, especialmente de los más pobres y desamparados. No puse la radio para escuchar las noticias, como hago cada mañana. El silencio, el té y el periódico hicieron que fuera una verdadera delicia.

Después me pinté las uñas de las manos y de los pies de rojo. También saqué las sandalias del armario, porque ayer llegó un anticiclón africano a la península que trajo temperaturas muy altas para ser 22 de mayo.

Me llamó mi hijo para pedirme que lo invitara a comer. Preparé una comida rápida con lo que tenía en la nevera y no fui al mercado, como había previsto. Estuvimos muy a gusto hablando; él no tenía prisa y yo tampoco.

Llevaba toda la semana sola en casa, porque mi marido se fue el lunes con unos amigos a hacer un recorrido en bicicleta por el sur de Italia. Los primeros días estuve entretenida, saliendo con amigas, y organicé una cena en casa, pero ayer empecé a echale de menos. Le escribí un mensaje cariñoso y él me respondió con otro poético. Estaba ilusionada porque pronto volvería.

A las seis, fui al cine a ver una película intimista e intensa, como me gustan. Al llegar a casa, tenía hambre, pero por suerte había sobrado pasta y ensalada de la comida. Puse la mesa y devoré la cena en poco tiempo. Después de recoger la mesa, terminé de leer el periódico y me miré las uñas. Estaba satisfecha con ellas; me gustaba el color rojo, que todavía no se había estropeado. Mientras sonreía me llamó mi marido para decirme que habían tenido problemas, ya que no quedaban plazas para las bicicletas en el tren que querían reservar y que volverían el domingo por la noche en lugar del sábado. Era una pena, porque tenía muchas ganas de verlo.

Me acosté a las once, leí un relato que tenía en la mesita de noche y me dormí al cabo de media hora, aunque me desperté varias veces. A las cuatro saqué la manta de la cama y me cubrí con la sábana. Estuve mucho rato despierta pensando en varias personas y cosas relacionadas con accidentes o desgracias. Sin embargo, al amanecer dormí una hora más. No sé si mi estado de ansiedad se debía al calor, a los mosquits, ala añoranza de él, o a la inquietante historia de Agustina, la protagonista del relato que había leído antes de dormir.

Me desperté y, con las manos, busqué el cuerpo de mi marido que no encontré. Me levanté temprano, me duché y desayuné. ¡Cómo habían cambiado las cosas en 24 horas! Ya no estaba tan contenta ni relajada. Era la primera vez que la soledad me oprimía, pensando en lo solos que estaríamos cuando uno de los dos muriera. Me repetía que ya estábamos dentro de la vejez: yo tengo sesenta y nueve años y él, setenta y uno. Salí de casa y monté en bicicleta y fui a comprarme unos zapatos. Después fui al mercado a llenar la nevera.

Por la tarde tenía sueño, pero me senté frente al ordenador para escribir las sensaciones opuestas que había sentido. Mientras tecleaba, descubrí que el color de mis uñas empezaba a despintarse. Cuando terminé, les puse un poco de esmalte rojo en la punta. “Todo se puede arreglar”, pensé, y conseguí sacar de mi cabeza los pensamientos negativos mientras llamaba a una amiga para vernos y luego ir al cine.











giovedì 9 aprile 2026

Pioggia e fangaie

 

                                                                                   


Era domenica, Silvia si svegliò all'alba, a causa dei piedi freddi. Nonostante fosse novembre, i giorni erano miti, perciò non aveva ancora messo la trapunta sul letto, che era coperto solo da una coperta leggera. Prese lo scialle di lana che era appoggiato sulla sedia e lo mise sul copriletto. I suoi piedi si riscaldarono subito e lei si riaddormentò. Intorno alle otto aprì gli occhi e vide la luce che filtrava dalle fenditure della persiana.

Si alzò contenta per la giornata di sole, che non si aspettava, dato che le previsioni del tempo per quel fine settimana erano pessime.

Guardò a lungo Pietro, suo marito, che ancora dormiva. Accese la lampada del comodino, poi la posò sul pavimento, in modo che lui non fosse disturbato dalla luce e cominciò a leggere un racconto di una scrittrice canadese. Era la storia di una ragazza che viveva con un uomo, di circa quindici anni più grande di lei, in una fattoria dove tenevano e affittavano cavalli, oltre che a insegnare a cavalcare, ma la pioggia incessante di quei giorni aveva allontanato molti clienti. L'uomo a volte era ruvido e intrattabile, tuttavia, in quella stagione delle piogge, il suo cattivo umore era cresciuto in forma esponenziale, a causa dei debiti che stava accumulando. Lei non aveva accesso al conto corrente bancario, e non aveva neppure risparmi per poter rifarsi una nuova vita lontano dalla fattoria. La ragazza non sopportava più l'uomo per cui aveva lasciato la sua famiglia, che ogni giorno la disprezzava e la maltrattava verbalmente. Per guadagnare qualche soldo, si occupava delle faccende domestiche della casa rurale che confinava con la loro tenuta. Una mattina, mentre puliva i vetri delle finestre, cominciò a piangere. Quando si calmò, raccontò alla padrona i suoi guai: la donna era molto gentile e le disse che avrebbe cercato di aiutarla a fuggire, dato che aveva un'amica a Toronto che poteva ospitarla fino a quando non avesse trovato un nuovo lavoro. Pioveva incessantemente da giorni, la terra era impregnata d’acqua e diventata in alcuni tratti una fangaia. Per trovare un po' di calma, la ragazza portava i cavalli fuori dalla stalla un paio di volte al giorno, ma quando rientrava, zuppa d'acqua, diventava ancora più triste.

La vita di Silvia si mescolava spesso con le storie dei personaggi dei romanzi che leggeva, quella mattina mentre immaginava le orme dei cavalli nelle fangaie, pensò che le sarebbe piaciuto fare una passeggiata lungo il sentiero del fiume Arno che arrivava fino a un paesino a sette chilometri da Firenze chiamato Il Girone. Chiuse il libro prima che la protagonista fuggisse verso Toronto.

Spesso Silvia andava a camminare da sola, qualche volta con delle amiche, ma quasi mai con Pietro. Lui era diventato un vero ciclista da quando era in pensione: percorreva una sessantina di chilometri, due volte a settimana, il giovedì e la domenica. Ma quel giorno, il gruppo di ciclisti non si era dato appuntamento a causa del brutto tempo annunciato.

Si alzò dal letto, preparò un tè verde e iniziò a fare colazione, mentre leggeva il giornale del giorno prima. A Silvia piaceva prendere con calma due o tre tazze di tè, con un paio di fette biscottate con marmellata di arance e alcuni biscotti integrali.

Verso le nove si alzò anche Pietro e fece colazione con lei. Silvia gli disse che stava pensando di andare a camminare lungo il sentiero del fiume.

—Se mi aspetti, verrò anch'io, le rispose Pietro.

—Ti aspetto volentieri, sono contenta che tu venga con me. Spero che non piova. Partiamo tra mezz'ora? Che ne pensi? Domandò Silvia al marito.

—Perfetto, sarò pronto tra un attimo; forse sarebbe meglio prendere i giubbotti gialli quasi mai piovesse, rispose lui.

Silvia si affacciò dalla finestra del soggiorno e vide che il cielo era limpido, ma verso l'Appennino si intravedevano alcune nuvole nere.

Partirono da casa verso le dieci. Le acque del fiume scorrevano turbolente dopo le copiose piogge dei giorni precedenti. I loro piedi si muovevano rapidamente, mentre dalle loro bocche uscivano tante parole. A casa parlavano poco, ma quando si muovevano in auto, in treno o a piedi, non smettevano di chiacchierare. Appena si misero in cammino, parlarono di argomenti di attualità, ma subito dopo passarono a quelli della vita di tutti i giorni: volevano invitare amici a cena il prossimo fine settimana, poi si posero il problema di come avrebbero organizzato le feste di Natale, dopo l'arrivo dei due figli trentenni. Ripassarono le date degli arrivi e quelle delle partenze, e parlarono anche di voler fare un viaggio nel sud Italia o in Marocco.

Già fuori città, seguendo il sentiero che costeggiava il fiume, avvistarono un pescatore il quale, con la sua canna aveva catturato una carpa che poi gettò in acqua. Pietro scattò una foto al pesce gigante, prima di essere ributtato nel fiume.

Verso le undici e mezzo, raggiunsero il paesino ma tornarono subito indietro. Il ritorno fu più veloce: cominciarono ad accelerare il passo, vedendo che le nuvole stavano crescendo. Quando mancava poco per arrivare a casa, cominciò a piovere e loro iniziarono a correre, ma si bagnarono, nonostante gli impermeabili gialli che indossavano.

Pietro fece per primo la doccia, Silvia si tolse i vestiti bagnati, accese la radio e preparò una ricca insalata mista con semi di girasole, sesamo e zucca. Avevano da tempo l'abitudine di aggiungere semi alle pietanze perché sapevano che facevano bene alla salute, soprattutto per compensare la mancanza di proteine della loro dieta senza carne.

Dopo andò a fare la doccia e nel frattempo Pietro stappò una bottiglia di vino rosso e apparecchiò con cura la tavola.

Mentre l'acqua scivolava sul suo corpo, Silvia pensò che quel pomeriggio piovoso fosse ideale per andare al cinema. Ricordava le domeniche della sua adolescenza, quando andava con gli amici del quartiere a vedere due film uno dietro l'altro. Lo spettacolo iniziava alle cinque in punto, prima davano un film vecchio, a volte in bianco e nero, dopo quello recente. A Silvia piacevano quasi sempre entrambi.

Le ragazze chiacchieravano ininterrottamente, spesso litigavano con i maschi che erano seduti nella fila di dietro. I ragazzi non smettevano di fare battute e di lanciare alle ragazze bucce di semi di girasole. Facevano un gran baccano, soprattutto durante l'intervallo. Silvia si isolava da tutto quel rumore e non si distraeva nemmeno un minuto, da quanto era coinvolta nella storia del film.

La sala era avvolta da uno strato di fumo, che proveniva dalle numerose sigarette che fumavano i ragazzi più grandi. Le acquistavano nell'unica tabaccheria del paese, la cui proprietaria era Lola, la madre di Maria, una delle migliori amiche di Silvia. Qualche pomeriggio, all'uscita da scuola, le due ragazze si davano da fare dietro il bancone per aiutare a sistemare le scatole di sigari e i pacchetti di sigarette sugli scaffali. A Silvia piaceva andare al negozio perché, mentre metteva i pacchi a posto, guardava i fumatori che entravano e compravano tabacco sfuso, cartine, sigari o sigarette senza filtro. I clienti migliori acquistavano vari pacchetti di sigarette bionde, a cui Lola regalava una piccola scatola di fiammiferi.

Sul pavimento della sala cinematografica cresceva un tappeto di bucce di semi di girasole e di arachidi, bastoncini di liquirizia, pezzi di lecca-lecca, carte di caramelle o altri involucri di dolciumi vari. Bartolo, l'uomo della gamba di legno, vendeva tutti i tipi di leccornie. Ogni domenica Bartolo e sua moglie posizionavano il loro carro di legno in un angolo della piazza principale. Al mattino, vendevano caramelle ai bambini che uscivano dalla Messa e, nel pomeriggio, a quelli che andavano al cinema.

Silvia, ancora sotto la doccia, non si decideva a chiudere il rubinetto dell'acqua calda, perché era felice, ripensando ai pomeriggi cinematografici della sua infanzia. Di colpo, ricordò una domenica speciale: il secondo film non piaceva molto alla comitiva, che lasciò il cinema prima della fine; invece, Silvia e Maria sono rimaste sedute sulla loro poltrona della terza fila. Era un film italiano, il cui titolo era L'incompreso. Piano piano, ricordò la storia: dopo la malattia e la morte della madre, il padre focalizzò la sua attenzione sul figlio piccolo, trascurando completamente il maggiore, il protagonista, che non capiva e trattava esageratamente da adulto. Il ragazzo era piuttosto sensibile e trascorreva molte ore da solo nel giardino in cima a un albero.

Uscì dalla doccia, si allacciò l'accappatoio e si arrotolò un asciugamano sopra la testa, poi accese il computer per cercare notizie sul film e scoprì che era stato girato nel 1966. Immaginò che fosse arrivato in Spagna l’anno dopo, quando aveva undici anni. Tornando indietro di cinquant'anni, rabbrividì nel vedersi piangere nell'oscurità del cinema per non essere vista da nessuno. Poi le venne in mente la misteriosa malattia polmonare di sua madre, che tutti pronunciavano a bassa voce. Si promise che quando avrebbe visto di nuovo sua sorella maggiore o l'avesse chiamata, le avrebbe chiesto tante cose sugli anni della loro infanzia, in cui sua madre era costretta a stare a letto, dopo la nascita del fratellino e la comparsa dell'innominabile malattia. Ricordava solo che, ogni giorno, Rosita, una signora paffuta, arrivava la mattina per pulire la casa, cucinare e lavare i piatti. Il padre assunse anche Fuensanta, una suora, che si prese cura della malata e del bambino. Silvia aveva circa quattro anni e ricordava poco di quel periodo doloroso, che durò lunghi mesi, ma aveva ancora in mente lo sguardo compassionevole delle due donne.

Si vestì, prese il giornale, cercò il cartellone e subito si rese conto che in un cinema vicino davano due film interessanti.

—Ti piacerebbe andare al cinema questo pomeriggio, ci sarebbero due bei film, uno più intimista alle quattro e uno di azione alle sei? —domandò a Pietro mentre mangiavano l'insalata.

—Il primo spettacolo inizia troppo presto, preferisco andare al secondo —rispose lui.

Concordarono che alle quattro sarebbe andata lei a vedere il film, La vita invisibile di Euridice Gusmao, basato su un romanzo di una scrittrice brasiliana e poi, alle sei, lui l'avrebbe raggiunta per vedere insieme il film d'azione.

A Silvia piacque l'idea di andare a vedere due film come quando era piccola. Si affacciò alla finestra e si rese conto che pioveva a dirotto, ma non si scoraggiò, si mise gli stivali, l'impermeabile, il berretto e prese l'ombrello più grande che aveva.

Verso la fine del film, mentre una lacrima le scorreva lungo la guancia, sentì il cellulare vibrare nella sua borsa. Lasciò squillare il telefono, perché voleva godersi l'ultima parte della storia. Mentre stava leggendo i titoli di coda e si erano accese le luci suo marito entrò nella sala. Pietro la baciò e Silvia ne fu felice. Lui si sedette accanto a lei, dopo qualche minuto lei si ricordò del cellulare e lo controllò. Aveva un messaggio che diceva:

—Mamma, sono venuto a prendere lo zaino grande, ne ho bisogno per domani, ma non ho trovato nessuno a casa. Quando tornerai?

Lesse il messaggio al marito, il quale disse:

—Può aspettarci in un bar o a casa di un amico.

A Silvia dispiaceva lasciare il figlio all'aperto, con quel brutto tempo, ma d'altro canto non era convinta di uscire, sarebbe stata la prima volta che scappava via da un cinema. Ma prese una decisione e disse al marito, mentre le luci della sala si stavano spegnendo:

—E se me ne andassi? Ho appena visto un film bellissimo, quello che comincerà adesso non mi interessa molto. Ma sì, me ne vado a casa.

Non aveva ancora smesso di piovere quando Silvia uscì dal cinema. Camminò rapidamente per le strade deserte sotto l'ombrello. Quando arrivò a casa, suo figlio, che la stava aspettando alla porta, la ringraziò per esserci sacrificata per lui.

—Ho dimenticato le chiavi  —disse il ragazzo, scusandosi.

—Non ti preoccupare

Il ragazzo prese lo zaino e se ne andò in fretta e furia, perché aveva un appuntamento con gli amici con cui doveva andare in gita l’indomani.

Quando Pietro tornò, Silvia gli raccontò le disavventure del figlio e poi gli domandò:

—Com'era il film?

—Meno male che non sei rimasta, non ti sarebbe piaciuto; non ha convinto nemmeno me —rispose lui.

Pietro iniziò a apparecchiare, poi preparò delle fette di pane, con pomodoro e basilico e le mise in un vassoio con pezzettini di formaggio e di tortilla di patate che avevano fatto il giorno prima. Quando finirono di cenare, Silvia si sedette sul divano, riprese il suo libro e si immerse di nuovo nella storia della ragazza delle fangaie.