Una mattina d’inizio autunno, incontrai Vera per strada; era una vecchia amica che non vedevo da tanto tempo. Molti anni prima frequentavamo la stessa palestra. Ci siamo raccontate come era la nostra vita da pensionate. Vera era molto indaffarata con la madre quasi centenaria. Non so perché ma le confidai che mi sarebbe piaciuto fare volontariato in una casa di riposo. Allora lei mi parlò di quella in cui era ospitata sua madre.
—Credo che stiano cercando volontari, ti posso dare il numero di Valeria, un’animatrice, mi disse.
Valeria accolse con entusiasmo la mia proposta di leggere racconti agli anziani. Al momento non era possibile farlo nella casa di cura in cui era ospitata la madre di Vera, ma lei era disposta a farmi leggere i racconti in un’altra struttura in cui lavorava tre giorni a settimana.
Ci andai contenta, ma ben presto capii che non sarebbe stata un’impresa facile. Mi assegnarono gli anziani non autosufficienti. Erano seduti intorno a un tavolo in una grande sala. Erano quasi tutte donne, tranne Enzo, che forse era il più giovane del gruppo ma anche il più malmesso fisicamente. Mi dissero che era stato picchiato da un ladro mentre stava entrando in casa. Aveva riportato danni cerebrali: non camminava, non parlava, sorrideva soltanto.
Le donne novantenni formavano una tribù ben assortita:
Silvia non ci vedeva quasi niente, ma era paziente e ascoltava con interesse tutto quello che leggevo o raccontavo.
Genoveffa era molto sorda, si arrabbiava spesso e le piaceva comandare; anche da giovane era brontolona, mi disse Valeria.
Laura, una donna minuta che era stata maestra elementare, borbottava in continuazione cose sconclusionate, ma era pacifica e non si lamentava mai.
Mariangela, una donna campana che aveva gestito, insieme al marito, un’azienda produttrice di mozzarelle, era spesso era di cattivo umore. Urlava e si alzava in piedi per andare verso la porta. Mi afferrava con forza il braccio e mi diceva in tono minaccioso:
—Portami a casa mia.
Per fortuna, ogni volta arrivava un’ausiliaria che la portava via.
Gisella era seduta in un angolo; non partecipava alle attività di gruppo e non faceva altro che pregare. Aveva sempre in mano un messale che sfogliava in continuazione. Ogni tanto mi supplicava con voce gentile di portarla dai suoi genitori che vivevano in Romagna, perché aveva paura che non riuscissero a trovarla.
Giuditta, una donna veneta, sembrava la più vispa, ma in realtà era ossessiva: ripeteva sempre le stesse cose come un pappagallo, fino a stancare chi le stava vicino.
Ogni giorno, quando arrivavo, mi chiedeva come avessi fatto a raggiungere il centro e, quando le rispondevo che ero venuta in bicicletta, mi rifaceva la stessa domanda
—Di che colore è la tua bicicletta?
—Rossa, le rispondevo io.
E, come una macchinetta, continuava con la stessa domanda, fino a quando Valeria la faceva smettere.
Valeria era gentile, ma anche decisa e determinata, proprio come le maestre.
Poi c’erano quelle che dormivano tutto il giorno. Daniela sonnecchiava, ma ogni tanto apriva gli occhi e ci guardava. Una volta sembrò uscire dal suo torpore: fu il giorno in cui le parlai in spagnolo. Borbottò qualche parola in quella lingua e poi più niente. Valeria mi raccontò che da giovane aveva vissuto in Venezuela e che, fino a qualche mese prima, partecipativa attivamente alle iniziative proposte; un giorno, però, all’improvviso sprofondò negli abissi.
Ma la persona più vicina all’altro mondo era Nedda. Era molto magra, aveva la pelle gialla e stava rannicchiata su una barella inclinata in avanti. Ho sentito i suoi gridolini una volta sola, altrimenti dormiva sempre con la testa piegata di lato. Faceva tenerezza: era stata un’ostetrica e aveva aiutato un gran numero di bambini a venire al mondo, eppure lei non riusciva a lasciarlo.
Ci andavo una volta alla settimana per diversi mesi. Arrivavo verso le quattro e la prima cosa che facevo era stringere la mano a tutti. Tutte ritiravano velocemente le mani e quelle che potevano parlare mi dicevano:
—Hai le mani troppo fredde
Nedda era l’unica che non ritirava le sue dalle mie.
Col tempo le mie letture sono diventate più brevi, perché mi accorgevo che nessuno riusciva a seguirmi. Un giorno ho iniziato a a proporre loro dei giochi e lavori manuali. All’inizio sembravano interessati a ritagliare foto e disegni da alcune riviste che avevo portato per poi incollarli e creare un collage, ma dopo poco smettevano e rimanevo l’unica a darmi da fare. Mi sembravano dei bambini piccoli: si stancavano in fretta di giocare e a volte facevano i capricci.
Negli ultimi giorni, ho chiesto a Valeria di leggere insieme le schede sulla storia di quelle donne, una ogni settimana. Allora le anziane alzavano la testa e mi guardavano con interesse. Quelle donne che di solito sonnecchiavano cominciavano ad aprire gli occhi, tranne Nedda che ogni volta era più vicina alla fine della sua vita.
Dopo le vacanze di Pasqua, notai che il posto della levatrice era vuoto, ma nessuno del personale me ne parlò. Dovete chiedere a Valeria, che peraltro mi ha risposto in modo sbrigativo.
Nei giorni che hanno preceduto le vacanze estive, ho continuato a leggere le schede personali e a fare domande per coinvolgere le donne. Forse perché insistevo mi parlavano delle loro famiglie. Nessuna di loro ha mai pronunciato il nome del marito o dei figli; tutte, invece, ricordavano con nostalgia genitori e fratelli.
L’ultimo giorno, mentre tornavo a casa in bicicletta, sentivo che l’aria calda e afosa mi stava rallentando. A un tratto vidi delle strane radici che fuoriuscivano dalle finestre della casa di riposo. Poi più niente. La strada era quasi deserta. Presi la pista ciclabile per fare prima, ma sentivo comunque che qualcosa mi stesse frenando. Avevo percorso appena due metri quando mi fermai a controllare le ruote. Non c’erano fili o altri impedimenti. Era come un micelio soave e invisibile. Non mi opprimeva, anzi, mi dava pace. Ripresi il mio cammino con la bicicletta a mano. Lentamente le radici svanirono.
Allora pensai:
“Quando il corpo appassisce le radici diventano più forti e profonde, per questo bisogna lasciarsi avvolgere da loro”
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