giovedì 9 aprile 2026

Pioggia e fangaie

 

                                                                                   


Era domenica, Silvia si svegliò all'alba, a causa dei piedi freddi. Nonostante fosse novembre, i giorni erano miti, perciò non aveva ancora messo la trapunta sul letto, che era coperto solo da una coperta leggera. Prese lo scialle di lana che era appoggiato sulla sedia e lo mise sul copriletto. I suoi piedi si riscaldarono subito e lei si riaddormentò. Intorno alle otto aprì gli occhi e vide la luce che filtrava dalle fenditure della persiana.

Si alzò contenta per la giornata di sole, che non si aspettava, dato che le previsioni del tempo per quel fine settimana erano pessime.

Guardò a lungo Pietro, suo marito, che ancora dormiva. Accese la lampada del comodino, poi la posò sul pavimento, in modo che lui non fosse disturbato dalla luce e cominciò a leggere un racconto di una scrittrice canadese. Era la storia di una ragazza che viveva con un uomo, di circa quindici anni più grande di lei, in una fattoria dove tenevano e affittavano cavalli, oltre che a insegnare a cavalcare, ma la pioggia incessante di quei giorni aveva allontanato molti clienti. L'uomo a volte era ruvido e intrattabile, tuttavia, in quella stagione delle piogge, il suo cattivo umore era cresciuto in forma esponenziale, a causa dei debiti che stava accumulando. Lei non aveva accesso al conto corrente bancario, e non aveva neppure risparmi per poter rifarsi una nuova vita lontano dalla fattoria. La ragazza non sopportava più l'uomo per cui aveva lasciato la sua famiglia, che ogni giorno la disprezzava e la maltrattava verbalmente. Per guadagnare qualche soldi, si occupava delle faccende domestiche della casa rurale che confinava con la loro tenuta. Una mattina, mentre puliva i vetri delle finestre, cominciò a piangere. Quando si calmò, raccontò alla padrona i suoi guai: la donna era molto gentile e le disse che avrebbe cercato di aiutarla a fuggire, dato che aveva un'amica a Toronto che poteva ospitarla fino a quando non avesse trovato un nuovo lavoro. Pioveva incessantemente da giorni, la terra era impregnata d’acqua e diventata in alcuni tratti una fangaia. Per trovare un po' di calma, la ragazza portava i cavalli fuori dalla stalla un paio di volte al giorno, ma quando rientrava, zuppa d'acqua, diventava ancora più triste.

La vita di Silvia si mescolava spesso con le storie dei personaggi dei romanzi che leggeva, quella mattina mentre immaginava le orme dei cavalli nelle fangaie, pensò che le sarebbe piaciuto fare una passeggiata lungo il sentiero del fiume Arno che arrivava fino a un paesino a sette chilometri da Firenze chiamato Il Girone. Chiuse il libro prima che la protagonista fuggisse verso Toronto.

Spesso Silvia andava a camminare da sola, qualche volta con due amiche, ma quasi mai con Pietro. Lui era diventato un vero ciclista da quando era in pensione: percorreva una sessantina di chilometri, due volte a settimana, il giovedì e la domenica. Ma quel giorno, il gruppo di ciclisti non si era dato appuntamento a causa del brutto tempo annunciato.

Si alzò dal letto, preparò un tè verde e iniziò a fare colazione, mentre leggeva il giornale del giorno prima. A Silvia piaceva prendere con calma due o tre tazze di tè, con un paio di fette biscottate con marmellata di arance e alcuni biscotti integrali.

Verso le nove si alzò anche Pietro e fece colazione con lei. Silvia gli disse che stava pensando di andare a camminare lungo il sentiero del fiume.

Se mi aspetti, verrò anch'io, le rispose Pietro.

Ti aspetto volentieri, sono contenta che tu venga con me. Spero che non piova. Partiamo tra mezz'ora? Che ne pensi? Domandò Silvia al marito.

Perfetto, sarò pronto tra un attimo; forse sarebbe meglio prendere i giubbotti gialli quasi mai piovesse, rispose lui.

Silvia si affacciò dalla finestra del soggiorno e vide che il cielo era limpido, ma verso l'Appennino si intravedevano alcune nuvole nere.

Partirono da casa verso le dieci. Le acque del fiume scorrevano turbolente dopo le copiose piogge dei giorni precedenti. I loro piedi si muovevano rapidamente, mentre dalle loro bocche uscivano tante parole. A casa parlavano poco, ma quando si muovevano in auto, in treno o a piedi, non smettevano di chiacchierare. Appena si misero in cammino, parlarono di argomenti di attualità, ma subito dopo passarono a quelli della vita di tutti i giorni: volevano invitare amici a cena il prossimo fine settimana, poi si posero il problema di come avrebbero organizzato le feste di Natale, dopo l'arrivo dei due figli trentenni. Ripassarono le date degli arrivi e quelle delle partenze, e parlarono anche di voler fare un viaggio nel sud Italia o in Marocco.

Già fuori città, seguendo il sentiero che costeggiava il fiume, avvistarono un pescatore il quale, con la sua canna aveva catturato una carpa che poi gettò in acqua. Pietro scattò una foto al pesce gigante, prima di essere ributtato nel fiume.

Verso le undici e mezzo, raggiunsero il paesino ma tornarono subito indietro. Il ritorno fu più veloce: cominciarono ad accelerare il passo, vedendo che le nuvole stavano crescendo. Quando mancava poco per arrivare a casa, cominciò a piovere e loro iniziarono a correre, ma si bagnarono, nonostante gli impermeabili gialli che indossavano.

Pietro fece per primo la doccia, Silvia si tolse i vestiti bagnati, accese la radio e preparò una ricca insalata mista con semi di girasole, sesamo e zucca. Avevano da tempo l'abitudine di aggiungere semi alle pietanze perché sapevano che facevano bene alla salute, soprattutto per compensare la mancanza di proteine della loro dieta senza carne.

Dopo andò a fare la doccia e nel frattempo Pietro stappò una bottiglia di vino rosso e apparecchiò con cura la tavola.

Mentre l'acqua scivolava sul suo corpo, Silvia pensò che quel pomeriggio piovoso fosse ideale per andare al cinema. Ricordava le domeniche della sua adolescenza, quando andava con gli amici del quartiere a vedere due film uno dietro l'altro. Lo spettacolo iniziava alle cinque in punto, prima davano un film vecchio, a volte in bianco e nero, dopo quello recente. A Silvia piacevano quasi sempre entrambi.

Le ragazze chiacchieravano ininterrottamente, spesso litigavano con i maschi che erano seduti nella fila di dietro. I ragazzi non smettevano di fare battute e di lanciare alle ragazze bucce di semi di girasole. Facevano un gran baccano, soprattutto durante l'intervallo. Silvia si isolava da tutto quel rumore e non si distraeva nemmeno un minuto, da quanto era coinvolta nella storia del film.

La sala era avvolta da uno strato di fumo, che proveniva dalle numerose sigarette che fumavano i ragazzi più grandi. Le acquistavano nell'unica tabaccheria del paese, la cui proprietaria era Lola, la madre di Maria, una delle migliori amiche di Silvia. Qualche pomeriggio, all'uscita da scuola, le due ragazze si davano da fare dietro il bancone per aiutare a sistemare le scatole di sigari e i pacchetti di sigarette sugli scaffali. A Silvia piaceva andare al negozio perché, mentre metteva i pacchi a posto, guardava i fumatori che entravano e compravano tabacco sfuso, cartine, sigari o sigarette senza filtro. I clienti migliori acquistavano vari pacchetti di sigarette bionde, a cui Lola regalava una piccola scatola di fiammiferi.

Sul pavimento della sala cinematografica cresceva un tappeto di bucce di semi di girasole e di arachidi, bastoncini di liquirizia, pezzi di lecca-lecca, carte di caramelle o altri involucri di dolciumi vari. Bartolo, l'uomo della gamba di legno, vendeva tutti i tipi di leccornie. Ogni domenica Bartolo e sua moglie posizionavano il loro carro di legno in un angolo della piazza principale. Al mattino, vendevano caramelle ai bambini che uscivano dalla Messa e, nel pomeriggio, a quelli che andavano al cinema.

Silvia, ancora sotto la doccia, non si decideva a chiudere il rubinetto dell'acqua calda, perché era felice, ripensando ai pomeriggi cinematografici della sua infanzia. Di colpo, ricordò una domenica speciale: il secondo film non piaceva molto alla comitiva, che lasciò il cinema prima della fine; invece, Silvia e Maria sono rimaste sedute sulla loro poltrona della terza fila. Era un film italiano, il cui titolo era L'incompreso. Piano piano, ricordò la storia: dopo la malattia e la morte della madre, il padre focalizzò la sua attenzione sul figlio piccolo, trascurando completamente il maggiore, il protagonista, che non capiva e trattava esageratamente da adulto. Il ragazzo era piuttosto sensibile e trascorreva molte ore da solo nel giardino in cima a un albero.

Uscì dalla doccia, si allacciò l'accappatoio e si arrotolò un asciugamano sopra la testa, poi accese il computer per cercare notizie sul film e scoprì che era stato girato nel 1966. Immaginò che fosse arrivato in Spagna l’anno dopo, quando aveva undici anni. Tornando indietro di cinquant'anni, rabbrividì nel vedersi piangere nell'oscurità del cinema per non essere vista da nessuno. Poi le venne in mente la misteriosa malattia polmonare di sua madre, che tutti pronunciavano a bassa voce. Si promise che quando avrebbe visto di nuovo sua sorella maggiore o l'avesse chiamata, le avrebbe chiesto tante cose sugli anni della loro infanzia, in cui sua madre era costretta a stare a letto, dopo la nascita del fratellino e la comparsa dell'innominabile malattia. Ricordava solo che, ogni giorno, Rosita, una signora paffuta, arrivava la mattina per pulire la casa, cucinare e lavare i piatti. Il padre assunse anche Fuensanta, una suora, che si prese cura della malata e del bambino. Silvia aveva circa quattro anni e ricordava poco di quel periodo doloroso, che durò lunghi mesi, ma aveva ancora in mente lo sguardo compassionevole delle due donne.

Si vestì, prese il giornale, cercò il cartellone e subito si rese conto che in un cinema vicino davano due film interessanti.

Ti piacerebbe andare al cinema questo pomeriggio, ci sarebbero due bei film, uno più intimista alle quattro e uno di azione alle sei? domandò a Pietro mentre mangiavano l'insalata.

Il primo spettacolo inizia troppo presto, preferisco andare al secondo rispose lui.

Concordarono che alle quattro sarebbe andata lei a vedere il film, La vita invisibile di Euridice Gusmao, basato su un romanzo di una scrittrice brasiliana e poi, alle sei, lui l'avrebbe raggiunta per vedere insieme il film d'azione.

A Silvia piacque l'idea di andare a vedere due film come quando era piccola.

Si affacciò alla finestra e si rese conto che pioveva a dirotto, ma non si scoraggiò, si mise gli stivali, l'impermeabile, il berretto e prese l'ombrello più grande che aveva.

Verso la fine del film, mentre una lacrima le scorreva lungo la guancia, sentì il cellulare vibrare nella sua borsa. Lasciò squillare il telefono, perché voleva godersi l'ultima parte della storia. Mentre stava leggendo i titoli di coda e si erano accese le luci suo marito entrò nella sala. Pietro la baciò e Silvia ne fu felice. Lui si sedette accanto a lei, dopo qualche minuto lei si ricordò del cellulare e lo controllò. Aveva un messaggio che diceva:

Mamma, sono venuto a prendere lo zaino grande, ne ho bisogno per domani, ma non ho trovato nessuno a casa. Quando tornerai?

Lesse il messaggio al marito, il quale disse:

Può aspettarci in un bar o a casa di un amico.

A Silvia dispiaceva lasciare il figlio all'aperto, con quel brutto tempo, ma d'altro canto non era convinta di uscire, sarebbe stata la prima volta che scappava via da un cinema. Ma prese una decisione e disse al marito, mentre le luci della sala si stavano spegnendo:

E se me ne andassi? Ho appena visto un film bellissimo, quello che comincerà adesso non mi interessa molto. Ma sì, me ne vado a casa.

Non aveva ancora smesso di piovere quando Silvia uscì dal cinema. Camminò rapidamente per le strade deserte sotto l'ombrello. Quando arrivò a casa, suo figlio, che la stava aspettando alla porta, la ringraziò per esserci sacrificata per lui.

Ho lasciato le chiavi nel mio appartamento disse il ragazzo, scusandosi.

Non ti preoccupare

Il ragazzo prese lo zaino e se ne andò in fretta e furia, perché aveva un appuntamento con gli amici con cui doveva andare in gita l’indomani.

Quando Pietro tornò, Silvia gli raccontò le disavventure del figlio e poi gli domandò:

Com'era il film?

Meno male che non sei rimasta, non ti sarebbe piaciuto; non ha convinto nemmeno me rispose lui.

Pietro iniziò a apparecchiare, poi preparò delle fette di pane, con pomodoro e basilico e le mise in un vassoio con pezzettini di formaggio e di tortilla di patate che avevano fatto il giorno prima. Quando finirono di cenare, Silvia si sedette sul divano, riprese il suo libro e si immerse di nuovo nella storia della ragazza delle fangaie.







mercoledì 8 aprile 2026

Lluvia y lodazales

 


Era domingo. Silvia se despertó de madrugada, porque tenía los pies fríos. A pesar de que era noviembre, los días eran templados, por eso aún no había puesto el edredón en la cama; y seguía con una manta poco cálida. Cogió un chal de lana que había en la silla de su habitación y se lo puso encima de la colcha. Sus pies se calentaron y se volvió a dormir. Hacia las ocho abrió los ojos y vio la tenue luz que entraba por la persiana entreabierta.

Estaba contenta por lo soleado del día, casi sin nubes, no se lo esperaba, pues las previsiones meteorológicas para aquel fin de semana eran pésimas. Miró a Pietro, su marido, que seguía dormido. Encendió la lampara de la mesita de noche, la puso en el suelo para que la luz no le molestara y empezó a leer un relato. 

La historia trataba de una muchacha que vivía con su marido, quince años mayor que ella, en una granja donde hospedaban y alquilaban caballos y daban clases de equitación. Sin embargo, la lluvia incesante de aquellos días había alejado a muchos clientes. A veces su marido era áspero e intratable; sin embargo, en aquella época de lluvias, su mal humor creció exponencialmente a causa de las deudas que se le iban acumulando. Ella no tenía acceso a la cuenta bancaria y tampoco disponía de dinero en efectivo para empezar una nueva vida lejos de la granja. No soportaba más a su marido, que cada día la despreciaba y maltrataba verbalmente. Para ganar algo de dinero se ocupaba de las tareas domésticos de la casa rural que lindaba con su finca. Una mañana mientras limpiaba los cristales se puso a llorar. Cuando se calmó le contó sus penas a la dueña, quien le dijo que intentaría ayudarla a fugarse de casa, pues tenía una amiga en Toronto que podía alojarla hasta que encontrara un nuevo empleo. Llovía sin cesar, el terreno estaba lleno de barro. Para tranquilizar a los caballos y darse un respiro, los sacaba de la cuadra un par de veces al día; cuando regresaba, estaba calada de pies a cabeza y aún estaba más triste.

A menudo la vida de Silvia se mezclaba con las historias de los personajes de las novelas que leía. Aquella mañana, mientras imaginaba las huellas de los caballos en los lodazales, pensó que le apetecería ir a caminar por la senda del río. Cerró el libro antes de que la protagonista huyera a Toronto.

A veces iba a caminar sola o con una amiga, pero casi nunca con Pietro. Él desde que se jubiló se había vuelto un ciclista empedernido y salía a dar una vuelta dos veces por semana: los jueves y los domingos. Pero aquel día el grupo de aficionados no salió por el mal tiempo anunciado.

Silvia se levantó, se preparó un té verde, se sentó a desayunar y a leer el periódico del día anterior. A Silvia le encantaba tomarse dos o tres tazas de té, acompañadas de unas tostadas con mermelada de naranja y galletas de harina integral. Hacia las nueve, Pietro se levantó y desayunó con ella. Silvia le contó que le gustaría ir andando por la senda del río.

Si me esperas, iré contigo dijo Pietro.

Vale. Ojalá no llueva. ¿Salimos dentro de media hora? ¿Qué te parece? le preguntó Silvia a su marido.

Silvia se asomó por la ventana del salón y vio que el cielo estaba limpio, pero hacia las montañas del Apenino se divisaban nubes negras.

Muy bien, dentro de poco estaré listo. Coge los chalecos amarillos, que son muy buenos para la lluvia le contestó él.

Salieron de casa hacia las diez. Mientras sus pies se movían rápidamente, sus ojos miraban las aguas del río, que tras las lluvias torrenciales de los días anteriores corrían turbulentas y de sus bocas iban saliendo palabras y más palabras. En casa hablaban poco; en cambio, cuando se desplazaban en coche o en tren, o cuando iban andando, no paraban de charlar. Tocaron temas de actualidad, pero sobre todo hablaron largo rato de la vida cotidiana: de que les encantaría invitar a unos amigos a cenar, de lo que harían para las fiestas de Navidad, de los dos hijos treintañeros, de quién llegaría antes y de quién se marcharía después y de lo mucho que les gustaría hacer un viaje por el sur de Italia o por Marruecos.

Ya fuera de la ciudad, siguiendo la senda que corría a lo largo del río, divisaron a un pescador que había atrapado a una enorme carpa con su caña, pero luego la soltó al agua. Pietro le hizo una foto a la carpa antes de que volviera al río.

Hacia las once y media llegaron a un pueblecito a unos siete kilómetros de Florencia. El camino de vuelta fue más rápido, ya que aceleraron el ritmo al ver que los nubarrones iban creciendo. Cuando estaban a punto de llegar a casa se puso a llover. Empezaron a correr, pero se mojaron bastante a pesar de los impermeables amarillos que llevaban.

Primero se duchó Pietro; Silvia encendió la radio y preparó una rica ensalada mixta con semillas de girasol, sésamo y calabaza. Llevaban tiempo comiendo semillas porque sabían que eran muy saludables y que les ayudaban a compensar la falta de proteínas de su dieta sin carne.

Después, Silvia se fue a ducharse, y mientras tanto, Pietro descorchó una botella de vino tinto y puso la mesa con esmero. Mientras el agua se deslizaba por su cuerpo, Silvia pensó que aquella tarde lluviosa era ideal para ir al cine. Recordó los domingos de su adolescencia, cuando iba con sus amigas del barrio a ver dos películas seguidas. La sesión empezaba a las cinco; primero ponían la película mala, la de reestreno, a veces en blanco y negro, la segunda, la buena, era de estreno. A Silvia casi siempre le gustaban las dos.

Las muchachas charlaban sin parar, a menudo discutían con los chicos, que solían sentarse en la fila de atrás y no dejaban de hacerles bromas y tirarles cáscaras de pipas. Armaban un gran barullo en el descanso, al que llamaban “media parte”. Silvia se aislaba de todo aquel jaleo, se ensimismaba y no se distraía ni un minuto, sumergiéndose en la historia de las películas.

La sala estaba envuelta en una capa de humo, ya que los chicos mayores fumaban cigarrillos de tabaco negro que compraban en la tienda de Lola, la dueña del estanco y madre de María, una de las mejores amigas de Silvia.

Algunas tardes, al salir del colegio, las dos niñas se escondían detrás del mostrador y ayudaban a reponer paquetes y cartones de tabaco en las estanterías. A Silvia le encantaba ir a la tienda, porque mientras colocaba el tabaco podía observar a los fumadores que entraban a comprar picadura, papel de fumar, puros o cigarrillos sin filtro. Los clientes más adinerados compraban una cajetilla de cigarrillos rubios y Lola les regalaba una caja de cerillas.

En el suelo del cine se iba formando una alfombra de cáscaras de pipas y cacahuetes, palos chupados de regaliz, trozos de piruletas, papeles de caramelos y envoltorios de golosinas. Bartolo, el hombre de la pierna de palo, vendía toda tipo de chucherías. Cada domingo, Bartolo y su mujer se ponían en una esquina de la plaza Mayor con su carrito de madera, repleto de golosinas. Por la mañana las vendían a los niños que salían de misa y por la tarde a los que iban al cine.

Silvia seguía en la ducha, sin decidirse a cerrar el grifo del agua caliente y a abrir la mampara, porque estaba disfrutando del recuerdo de las tardes de cine de su infancia. De repente, se acordó de un domingo en que pusieron una película entrañable que, según los muchachos, era un tostón; por eso, gran parte de la pandilla salió del cine antes de que terminara. Silvia y María, en cambio, no quisieron marcharse. Se quedaron sentadas en la tercera fila. Era una película italiana titulada El incomprendido. Poco a poco, recordó la historia: tras la enfermedad y muerte de la madre, el padre centraba toda su atención en el hijo pequeño, descuidando por completo al mayor, el protagonista, a quien no entendía y trataba como a un adulto. El niño era muy sensible y pasaba muchas horas solo en el jardín, encima de un árbol.

Silvia salió de la ducha, se abrochó el albornoz, se enrolló una toalla en la cabeza y conectó el ordenador, en busca de noticias de la película. Descubrió que la rodaron en 1966. Pensó en que probablemente se estrenaría en España en 1967, cuando ella tenía 11 años. De aquello habían pasado cincuenta años, pero se estremeció al recordar que había llorado en la oscuridad del cine para que nadie la viera.

¿Por qué me conmovió tanto aquella historia? se preguntó.

Luego empezó a pensar en la misteriosa enfermedad pulmonar de su madre, que todos hablaban en voz baja. Se prometió que cuando volviera a ver a su hermana mayor o la llamara, le preguntaría cosas de su infancia, cuando su madre guardaba cama, después del nacimiento de su hermano y de la enfermedad innombrable. Solo recordaba que cada día iba Rosita, una señora rechoncha, que hacía la comida, lavaba los platos y limpiaba toda la casa. Su padre también contrató a Fuensanta, una monja que se ocupaba de la enferma y del bebé. Silvia no recordaba mucho de aquella época de pesadumbre, que duró muchos meses, pero aún tenía grabada la cara de pena de aquellas dos mujeres.

Se vistió, cogió el periódico y mientras leía la cartelera,vio que el programa de un cine cercano le resultaba interesante.

¿Te apetece ir al cine esta tarde? Ponen dos películas buenas, una más intimista a las cuatro y una de acción a las seis le preguntó Silvia, mientras comían la ensalada.

La primera sesión empieza demasiado pronto. Prefiero ir a las seis a ver la película de acción respondió él.

Quedaron en que ella iría a las cuatro a ver la película, La vita invisibile di Eurídice Gusmao, basada en una novela de una escritora brasileña y que él la alcanzaría a las seis para ver juntos la película de acción.

A Silvia le gustó la idea de ir al cine a ver dos películas como cuando era pequeña. Se asomó por la ventana y vio que llovía a cántaros, pero no se desanimó, se puso las botas, la gabardina, la boina y cogió el paraguas más grande que tenía.

Hacia el final de la primera película, mientras se le escapaba una lágrima por la mejilla, oyó que su móvil vibraba en el bolso. Dejó que sonara, pues quería saborear el final de la historia. Cuando estaba leyendo los títulos de crédito, su marido entró en la sala. La besó. A Silvia aquel encuentro en el cine le causó alegría. Él se sentó a su lado y al cabo de un rato ella se acordó del móvil. Tenía un mensaje que decía:

Mamá he pasado por casa para recoger la mochila grande, la necesito para mañana, pero no hay nadie. ¿Cuándo vais a volver?

Se lo dijo a su marido y este le contestó:

Dile que se espere en un bar o en casa de algún amigo.

A Silvia le daba pena dejar a su hijo a la intemperie, con el tiempo tan malo que hacía, pero tampoco le apetecía irse, pues nunca antes se había escapado de un cine. Pero tomó una decisión y le dijo a su marido, mientras se apagaban de nuevo las luces:

¿Y si me marchara? Acabo de ver una película preciosa y la que ponen ahora no me atrae mucho. Sí, me voy a casa.

Cuando Silvia salió del cine, seguía lloviendo. Caminó deprisa por las calles desiertas, cobijada bajo su paraguas. Al llegar a casa, su hijo la estaba esperando en la puerta y en cuanto la vio, la besó agradeciéndole que se hubiera sacrificado por él.

Me he dejado las llaves, lo siento le dijo él.

No te preocupes le contestó Silvia.

El chico cogió la mochila y se fue corriendo, porque había quedado con unos amigos, con los que tenía que ir de excursión al día siguiente.

Cuando Pietro volvió, Silvia le contó las peripecias de su hijo y luego le preguntó:

¿Qué tal la película?

Menos mal que no te has quedado, has acertado en marcharte; la película no te hubiera gustado, a mí tampoco me ha convencido le dijo él.

Pietro empezó a poner la mesa y preparó unas rebanadas de pan con tomate y albahaca, que colocó en una bandeja junto con lonchas de queso y trozos de tortilla de patatas del día anterior. Cuando terminaron de cenar Silvia se sentó en el sofá, retomó su libro de relatos y se sumergió de nuevo en la historia de Los lodazales.








venerdì 27 marzo 2026

La muchacha peruana

 


Desde que conocieron a la chica peruana, los jueves cambiaron para Fiorella y Hugo. Empecemos por el principio:

Fiorella y Hugo son una pareja que se jubiló hace unos cinco años. Él era pintor y profesor en una academia de arte, y ella, enfermera. Son argentinos que huyeron de la dictadura militar de Videla, en 1976. No eran activistas políticos, pero tenían amigos que lo eran, por lo que temían sufrir represalias. Llegaron con dos maletas, una mochila y un centenar de dólares. Durante los primeros tiempos se hospedaron en casa de unos amigos argentinos que llevaban varios años viviendo en Barcelona. Entre compatriotas hallaron mucha solidaridad y ayuda mutua. Se establecieron en España gracias al pasaporte italiano de Fiorella, que había obtenido de sus abuelos, que habían emigrado de Salerno a principios del siglo XX.

Desde que no les quedaba familia en Argentina, viajaban poco. Hacía más de diez años que no cruzaban el Atlántico. Tenían tres hijos que vivían en otras ciudades de España, pero el mediano se había mudado a Roma hacía poco. Visitaban a menudo a sus hijos y a sus nietos, que ya eran cuatro. Los dos se mantenían bastante jóvenes; intentaban salir con los amigos y hacer deporte: ella iba a clases de pilates y él practicaba ciclismo los fines de semana.

A principios de los años noventa, cuando nacieron sus hijos, una mujer paraguaya, llamada Juana,empezó a  encargarse de la limpieza de su apartamento en el Ensanche de Barcelona, que habían comprado con mucho esfuerzo y una gran hipoteca. Iba dos veces por semana, los lunes y miércoles, y se ocupaba de todo. También se quedaba con los niños cuando estaban enfermos.

Juana tenía una hija pequeña a la que acompañaba al colegio todas las mañanas, por lo que empezaba a trabajar a las nueve y media. Sin embargo, la niña empezó a ir sola al colegio y Juana adelantó su llegada a las ocho en punto. Desde que se jubilaron, les resultaba pesado tener que madrugar, desayunar deprisa y salir de casa, así que cuando Juana les dijo que solo podría ir los miércoles, se pusieron muy contentos. Desde entonces, Juana hacía solo la limpieza a fondo y la pareja se repartía las demás tareas del hogar: Hugo se ocupaba de la colada, tendía la ropa y limpiaba los cristales de las ventanas. Además, era manitas y le gustaba hacer arreglos. Fiorella planchaba y limpiaba la cocina y el cuarto de baño a diario. También se ocupaba de la compra.

A ambos les gustaba cocinar, pero habían perdido la costumbre de comer carne, como hacían de jóvenes en Argentina. Poco a poco la estaban eliminando de su dieta. Les encantaba preparar pasta, arroces, mariscos y verduras asadas.

Los miércoles, Fiorella iba al gimnasio muy temprano y Hugo recorría en bicicleta un carril que habían inaugurado a lo largo de la costa norte de la ciudad. Sin embargo, cuando llovía, a él le molestaba tener que quedarse en casa invadida por cubos y escobas. Durante varios años no se quejaron y lo aguantaron, hasta que Juana encontró un trabajo fijo y dejó de ir.

Fiorella habló con una vecina que le dio el teléfono de Ana, una chica peruana de unos treinta años, que limpiaba su casa. Quedaron en verse al día siguiente. Les gustó enseguida: era sencilla, y parecía decidida y muy organizada. Quedaron en que iría los jueves a las dos y media. Les contó que era viuda y que no podía tener hijos, después de haberse sometido a una operación de útero. Vivía con unas primas en Badalona y cogía el tren para ir a trabajar a Barcelona. Trabajaba entre diez y doce horas al día y siempre estaba de buen humor. Además de limpiar, cuidaba de unos niños. Los iba a buscar al colegio, los llevaba a casa, les daba la cena y los acostaba temprano todos los días, porque los padres llegaban del trabajo a las nueve. Ana decía que era una barbaridad que los niños vieran tan poco a sus padres. A ella le encantaban los niños, era cariñosa y tenía mucha paciencia. Emanaba simpatía y serenidad, cuando hablaba de la suerte que había tenido al abandonar la pobreza de su país y establecerse en España. No paraba de agradecerle a su prima la ayuda que le había brindado durante los primeros meses en Barcelona. Echaba de menos a su familia, pero contaba con irse a Perú dentro de cuatro o cinco años. Ahorraba para ello y les enviaba el dinero que le sobraba a sus padres, para que sus hermanos pudieran estudiar. Un día le dijo a Fiorella que soñaba con que sus tres hermanos la alcanzaran tarde o temprano.

Antes de que Ana empezara a ocuparse de la limpieza semanal de su casa, nunca salían juntos a pasear; solo lo hacían con amigos o con los hijos, cuando volvían a Barcelona. Sin darse cuenta con el tiempo se habían distanciado. Pero con la llegada de Ana las cosas cambiaron.

Se adaptaron al nuevo horario de limpieza de su piso y, sin proponérselo, empezaron a pasear juntos. Salían sobre las dos, después de comer una ensalada rica y variada, y regresaban al final de la tarde para preparar la cena.

Unos jueves iban a una exposición, otros al cine y otros daban un paseo cerca de la playa de la Barceloneta. En fin aquellas salidas se transformaron en una costumbre muy agradable. 

Una tarde de jueves, mientras tomaban algo en una terraza porque era el primer día soleado de febrero, hablaron sobre su llegada a Barcelona y comentaron lo pequeña que era la buhardilla donde vivían. Recordaron la cama donde yacían y las noches de pasión, abrazados. El recuerdo de sus cuerpos jóvenes despertó en ambos el deseo de tocarse.

Volvieron a casa contentos por la charla íntima, y cuando Fiorella estaba a punto de poner la llave en la cerradura, le preguntó a Hugo:

¿Tienes planes? Yo tendría que arreglar unos papelescontinuó, pero si quieres hacemos algo juntos, como meternos en la cama.

Hugo se sonrojó un poco, pues su mujer rara vez le proponía sexo, y le contestó:

Me encantaría.

Sus cuerpos habían envejecido, pero las tardes de los jueves, cuando Ana ya había terminado la limpieza, se metían en la cama y se sentían jóvenes y ufanos, como cuando eran veinteañeros y llegaron a España.