domenica 4 ottobre 2026

Ritrato di tre zie

 

                                                                    

                                                                  E. Munch

La settimana scorsa sono dovuta andare  per un controllo allo studio dentistico della dottoressa che mi segue. Come sempre, sono arrivata in anticipo. Mi sono seduta in sala d’attesa e ho aperto il libro La solitudine di Sonia e Sunny, della scrittrice indiana Kiran Desai. L’avevo iniziato una settimana prima e mi aveva catturato fin dalle prime pagine.

Proprio all’inizio del libro mi ero imbattuta in Mina Foi, la zia di Sonia, una delle protagoniste. Da ragazza, all’università, Mina si era innamorata di un giovane cristiano, rifiutato categoricamente dai genitori di lei. Poco tempo dopo suo padre, un noto avvocato, le aveva organizzato un matrimonio combinato. Ma il matrimonio aveva durato sei mesi: una lettera anonima aveva svelato la bigamia del marito. Mina si era separata, finendo per sobbarcarsi ingiustamente lo stigma della « sfortuna» agli occhi della sua famiglia.

Mentre leggevo, riflettevo su quanto dovesse essere stato difficile per lei tornare alla casa paterna e obbedire senza battere ciglio. Una donna della sua posizione non poteva lavorare; così si occupava di gestire i domestici e di accudire i genitori, invecchiati precocemente. Sonia, fin da piccola, si era affezionata profondamente a lei. Quando andava a trovare i nonni, si infilava di nascosto nel suo letto. Prima di chiudere gli occhi, zia e nipote bisbigliavano e ridevano a bassa voce per non farsi sentire: tutti in casa temevano che quella zitella potesse contagiare la bambina con la sua sfortuna. Mina Foi mi trasmetteva una profonda tenerezza. Pagina dopo pagina, ha risvegliato in me il ricordo di una donna che avevo completamente dimenticato: la zia Enriqueta.

Enriqueta era la prozia di Marta, una delle mie amiche d’infanzia nel paesino sulla costa catalana dove ho trascorso gli anni Sessanta. Era una donna snella e di bell’aspetto, dalla risata facile, gentile con chiunque entrasse nel negozio che suo padre aveva aperto arrivando dall’entroterra. Marta mi raccontava che sua zia non si era sposata perché il suo fidanzato, un soldato, era morto in guerra — non abbiamo mai saputo quale. In seguito aveva rifiutato ogni altro pretendente. Viveva con la famiglia di Marta, che all’epoca gestiva la vecchia tabaccheria del paese. Era la sorella minore di María, la nonna di Marta, di ben diciotto anni più giovane. A quei tempi, tra il primogenito e l’ultimo figlio le differenze d’età erano abissali, complici le famiglie numerose e gli anni che i capifamiglia passavano al fronte, richiamati nelle guerre coloniali o nella Guerra Civile.

La tabaccheria si affacciava su una piazzetta, vicino alla chiesa. Da quella porta entravano e uscivano i fumatori, che negli anni Sessanta costituivano la maggioranza degli uomini del paese. In una stanza laterale, invece, si vendevano saponi, acqua di colonia sfusa, profumi, pettini e spazzole; un regno riservato quasi esclusivamente alle donne. Enriqueta, di nascosto, regalava a me e a Marta campioni di rossetti e di profumi. Ci dipingevamo le labbra di rosso carminio e a volte rincorrevamo mio fratellino per truccare anche lui. Lui protestava e si annoiava a morte, ma mia madre mi obbligava a portarlo con me quando uscivo a giocare per strada.

La zia Enriqueta lo difendeva sempre:

—Ma quanto siete sciocchine! I ragazzi vanno rispettati! Vedrete quando sarete grandi, vi colerà la bava appena vi innamorerete di uno di loro.

Anni dopo, incontrando Marta, le chiese della zia. Mi raccontò che avevano ceduto la tabaccheria, ma che Enriqueta aveva continuato a lavorare dietro al bancone fino all’ultimo giorno.

Mentre i miei pensieri intrecciavano le vicende delle due donne, Anna, la dentista, mi strappò alle pagine, chiamandomi per farmi entrare nel suo studio.

L’atmosfera della stanza era tranquilla. Solo dopo l'acurato controllo , approfittando del silenzio, ho rotto il ghiaccio:

—Come è andata l’estate, Anna?

—Ah! Mi sono presa un bello spavento —rispose lei con un sospiro—. Sono ancora scossa per quello che è successo a mia zia Giovanna.

Incuriosita, mi raddrizzai sulla poltrona:

—Cosa le è successo?

—L’ho trovata riversa sul pavimento. Sono andata a casa sua perché erano diversi giorni che non rispondeva alle mie chiamate. Essendo molto sorda, all’inizio non ci ho dato peso. Ma al quarto giorno ho dovuto chiamare i vigili del fuoco per farmi buttare giù la porta; con le mie chiavi non riuscivo a entrare.

—Era…? —ho lasciato la frase a metà, temendo il peggio.

—Sarebbe stato quasi meglio. Era viva, ma aveva avuto un infarto. Stavo per svenire dal terrore. Abbiamo chiamato un’ambulanza per portarla in ospedale.

—E come sta adesso?

—La poveretta era così debole che è morta dopo cinque giorni.

Essendo io l’ultima paziente prima della pausa di mezzogiorno, Anna mi accompagnò alla porta, mentre mi raccontava la storia di Giovanna.

«Nel 1965 Giovanna aveva sposato un cugino lontano, ma era tornata dopo poco alla casa della sua infanzia: non sopportava che un uomo le dicesse cosa fare. Per fortuna aveva studiato e insegnava alle elementari. Era una brava maestra, anche se col tempo era diventata intransigente e pignola. In casa decideva tutto lei, e i genitori, dopo i primi anni di litigi, si erano rassegnati a lasciarla fare, capendo che quella figlia testarda e inflessibile era anche la loro fortuna. Quando a sessant'anni erano arrivati i primi acciacchi per il padre, che era stato un rispettato veterinario, e per la madre, casalinga e cuoca straordinaria, Giovanna si era rivelata una governante impeccabile e un'infermiera perfetta.

Poi i miei nonni sono morti —ha concluso Anna sulla soglia— e il carattere di Giovanna si è inasprito del tutto. Le amiche si sono stancate di darle sempre ragione. Era scontrosa anche con me, la sua unica nipote. Quando le rimproveravo perché saltava le pillole per il cuore, mi urlava dietro:

—Non ne ho bisogno, non mi fanno nulla.

—Fai come ti pare, se vuoi morire —le dicevo, frustrata.

—Non dire sciocchezze, ho una salute di ferro, vi seppellirò tutti!

Sono tornata a casa in bicicletta e, appena arrivata, ho ripreso in mano il libro di Kiran Desai. Volevo scoprire che fine aveva fatto Mina Foi, rimasta da sola ad affrontare la propria vecchiaia e la morte. Mi chiedevo se il tempo l’avrebbe resa irascibile e spigolosa come Giovanna, o se l’avrebbe lasciata spegnersi dolcemente, come la zia Enriqueta.







venerdì 25 settembre 2026

Retrato de tres tías

 

 
                                                                                            
                                                             E. Munch

La semana pasada tuve que ir a la clínica dental, donde me atiende mi dentista. Como siempre, llegué con antelación. Me senté en la sala de espera y abrí el libro La soledad de Sonia y Sunny, de la escritora india Kiran Desai. Lo había empezado hacía una semana, pero me atrapó con fuerza desde el principio. Ya en las primeras páginas me topé con Mina Foi, la tía de Sonia, una de las protagonistas. De jovencita en la Universidad, Mina se había enamorado de un muchacho cristiano, al que sus padres rechazaron. Tiempo después su padre, un ilustre abogado, organizó para ella un matrimonio combinado. Se separó pocos meses después de la boda, tras descubrir en una carta anónima la bigamia de su esposo y acabó cargando injustamente con el estigma de la «mala suerte» ante los ojos de su familia.

 Mientras leía, me di cuenta de lo difícil que había sido para Mina Foi regresar a la casa paterna y obedecer sin rechistar. Era evidente que una mujer de su posición no podía trabajar, así que se ocupaba de dar órdenes a los once sirvientes y de cuidar de sus padres. Sonia, desde pequeña, se encariñó profundamente con ella. Cuando iba a visitar a sus abuelos, se metía en su cama sigilosamente, antes de cerrar los ojos, cuchicheaban y reían en voz baja para que nadie las oyera, porque todos temían que la solterona pudiera contagiarle su mala fortuna a la niña.

 Mina Foi me transmitió apego y ternura ya desde el primer capítulo, y me trajo a la memoria a una mujer a la que había olvidado por completo, la tieta Enriqueta. Era la tía abuela de Marta, una de mis amigas del barrio del pueblo de la costa catalana donde pasé mi infancia en los años sesenta.

 La tieta era delgada y de buen porte, de risa fácil y amable con todo el mundo, sobre todo con los clientes del negocio que había fundado su padre tras llegar del interior de Cataluña. Marta me contaba que su tía no se había casado porque estuvo prometida con un soldado que murió en la guerra —nuca supimos en cuál—. Luego había tenido otros pretendientes, pero no quiso aceptar ninguno. Vivía con la familia de Marta, que en aquellos tiempos regentaba el antiguo estanco del pueblo. Era la hermana menor de María, la abuela de Marta, a la que se llevaba dieciocho años. A principios de siglo era normal que entre el primero y el último hijo mediara tanta distancia; las familias eran numerosas o el cabeza de familia desaparecía durante varios años, llamado a luchar en las guerras coloniales o, más tarde, en la Guerra Civil. 

El estanco estaba situada en una plazuela cerca de la iglesia. De él entraban y salían los fumadores, que en los años sesenta eran la mayoría de los hombres del pueblo. En un cuarto lateral se vendían jabones, agua de colonia a granel y toda clase de peines y cepillos, también había cosméticos y perfumes selectos, una zona reservada casi exclusivamente para las mujeres. Enriqueta, a escondidas, nos regalaba muestras de barras de labios y pequeñas miniaturas de perfumes. Marta y yo nos pintábamos los labios de color carmín, y a veces también perseguíamos a mi hermano pequeño para maquillarlo, algo que él no soportaba. Se aburría con nosotras, pero mi madre me obligaba a llevarlo conmigo, cuando salía a jugar a la calle en verano. La tieta lo defendía siempre:

 —Mira que sou ximpletes! Els nois s’han de respectar! Ja veureu quan sigueu grans, us caurà la baba quan us enamoreu d’un xicot.

 Años atrás me crucé con Marta y le pregunté por la tieta. Me contó que habían traspasado el estanco, pero que su tía había despachado detrás del mostrador hasta su último día. 

Mientras mis pensamientos entrelazaban a las dos mujeres, Ana, la dentista, me sacó de mi ensimismamiento, llamándome para que pasara al consultorio. Me atendió enseguida. El ambiente era tranquilo y solo al terminar su minuciosa revisión dental, aproveché el silencio para romper el hielo: 

—¿Cómo te ha ido el verano, Ana? 

 —¡Ay! Me llevé un gran susto —respondió ella, suspirando—. Todavía estoy impresionada por lo que le pasó a mi tía Juana. 

Intrigada, me incorporé en el sillón: 

—¿Qué le pasó? 

—La encontré tirada en el suelo. Fui a su casa porque hacía varios días que no contestaba a mis llamadas. Como estaba muy sorda, al principio, no le di importancia; era habitual en ella no descolgar el teléfono. Pero, al cuarto día llamé a los bomberos para que abrieran la puerta, ya que con mis llaves no pude. 

—¿Estaba ...? —dejé la pregunta al aire, temiendo lo peor. 

—Casi hubiera sido mejor. Estaba viva, pero había sufrido un ataque al corazón. Yo estaba aterrorizada, casi me desmayé. Llamamos a una ambulancia para llevarla al hospital.

 —¿Y cómo está ahora?

 —La pobre estaba tan débil que falleció a los cinco días. 

Como yo era la última paciente antes de la pausa del mediodía, así que Ana me acompañó a la salida sin prisa, desahogándose conmigo mientras me detalladamente la historia de su tía Juana.

 «En 1965,  Juana se casó joven con un primo lejano, pero muy pronto regresó al hogar de su infancia, no soportaba que su marido la mandara. Por suerte había estudiado y tenía un empleo en un colegio. Era una buena maestra, aunque con el tiempo se volvió intransigente y quisquillosa. La convivencia con sus padres no era fácil; a ella le gustaba disponerlo todo. Ellos al principio se quejaban y se peleaban, pero con los años se amansaron al comprender que, aunque fuera testaruda e inflexible en sus decisiones, a la larga, les facilitaría la vida. Su padre, que alcanzó una buena posición como veterinario, y su madre, que siempre había sido ama de casa y buena cocinera empezaron a sufrir los primeros achaques a los sesenta años. Se dieron cuenta de que era una gran suerte tener a Juana como ama de llaves, además resultó ser una enfermera perfecta. Pasaron los años y mis abuelos murieron. Su carácter se volvió más hosco y las amigas se cansaban de darle siempre la razón. También era cascarrabias conmigo, que era su única sobrina. Cuando le reprochaba porque no se tomaba las pastillas del corazón, me chillaba:

—No me tomo las medicinas porque no me hacen nada.

 —Allá tú, si quieres morirte —le decía yo frustrada. 

—No digas bobadas, tengo una salud de hierro, ¡os enterraré a todos!» 

Volví a casa en bicicleta y, nada más llegar, retomé el libro de Kiran Desai. Quería saber cómo acabaría Mina Foi cuando se quedara sola y tuviera que enfrentarse a su propia vejez y a la muerte. Me preguntaba si el tiempo la volvería huraña como a Juana, o si la dejaría apagarse, como a Enriqueta, dulcemente. 





sabato 29 agosto 2026

Miceli invisibili

                                                                              Dipinto di Jamuna Burry

Ricordo che ho iniziato ad andare al cinema da sola nel 2012. Era una serata fredda, mio marito era fuori città e le mie amiche avevano altri impegni, ma io volevo a tutti costi vedere Quartet, un film di Dustin Hoffman, uscito da poco. Mi misi la sciarpa e il cappotto, salii sulla mia bicicletta rossa e uscii di casa.

Il film mi è piaciuto molto e mi sono sentita a mio agio nella sala, anche senza la solita compagnia. Da quella sera ho iniziato ad andare al cinema da sola. Inoltre, ha cominciato a prendere forma in me un desiderio che il lavoro di insegnante e gli impegni familiari mi avevano via via costretto a rimandare. Non ricordo bene le scene di Quartet, ma ricordo la tenerezza che mi ispirò quella comunità di cantanti lirici in pensione, determinati a organizzare concerti per non perdere la casa che condividevano. Ho dovuto aspettare di andare in pensione per realizzare il mio progetto. Nell’autunno del 2024, uscendo dalla palestra, ho incontrato Vera, un’amica di vecchia data che, come me, aveva smesso di lavorare da qualche mese. Si occupava di sua madre, una donna quasi centenaria dalla lucidità fragile. Prima di salutarci le ho confessato il mio desiderio di rendermi utile come volontaria in una casa di riposo.

Vera mi ha dato il numero di Valeria, l’animatrice della struttura in cui era ricoverata sua madre. Valeria mi accolse a braccia aperte. Non c’era posto per me in quella sede, ma mi indicò un’ altra residenza dove avrei potuto leggere racconti ad alta voce un pomeriggio alla settimana.

Arrivai piena di entusiasmo e di libri. La realtà, però, mi disarmò subito: mi assegnarono la sala dei non autosufficienti. Attorno a un grande tavolo mi aspettava un gruppo di donne, tessitrici di passati invisibili.

Silvia, con gli occhi offuscati dalla cataratta, ascoltava i miei racconti come se fossero acqua fresca. Laura, minuta come un uccellino, invece mormorava parole incomprensibili che celavano la maestra e la poetessa che era stata. Le mancava una mano e con l’altra cercava le mie, aggrappandovisi con una tenerezza che mi spezzava l’anima.

Mariangela conservava l’impeto di chi aveva gestito una fabbrica di mozzarella a Napoli. A volte si alzava di scatto, mi afferrava il braccio e, con tono feroce e spaventato, esigeva: «Portami a casa». Gisella accarezzava un messale e supplicava che la portassero a Bologna, accanto ai genitori morti da decenni che lei credeva ancora in vita e che la stessero cercando.

Giuditta, con la sua cadenza veneziana mi ripeteva ogni pomeriggio la stessa cantilena:

«Come sei venuta?»

«In bicicletta.»

«E di che colore è?»

«Rossa.»

Daniela viveva nel regno dei sogni. Un pomeriggio, sentendomi parlare in spagnolo, si svegliò, mormorò alcune parole nella mia lingua e tornò a sprofondare nell’ombra. All’estremità del tavolo c’era Edda, pallida e provata. Per decenni era stata levatrice e aveva aiutato centinaia di creature a varcare la soglia della vita. Ora sembrava incapace di varcare quella della morte. Quando le porgevo le mani, quasi tutti le respingevano perché erano fredde. Solo Edda mi permetteva di far riposare le mie dita tra le sue.

Capii presto che le mie letture erano troppo lunghe e impegnative per loro, le cui menti volavano via come briciole nel vento. Provai con giochi, riviste e forbici, ma si stancavano subito. Allora proposi a Valeria di leggere le storie delle loro vite che avevo trovato nelle schede d’ingresso al centro. Fu quello il miracolo. Nel sentire a voce alta chi erano state, le anziane spalancarono gli occhi e sollevarono il mento. Salvate dall’anonimato, iniziarono a raccontare episodi delle loro vite. Ricordavano la giovinezza, il cortile dell’infanzia e il calore dei fratelli. Nessuna di loro menzionava un marito o un figlio: alla fine del cammino, la memoria le riportava al punto di partenza, accanto ai loro genitori.

Dopo Pasqua il posto di Edda era vuoto. Nessuno pronunciò mai la parola «morte». Valeria abbassò lo sguardo e il silenzio della sala fu il suo unico epitaffio.

L’ultimo giovedì prima dell’estate, mentre stavo tornando a casa, sentii che l’ aria era pesante, densa come un presagio. Volgendo lo sguardo verso la casa di riposo, le vidi: sottilissime e traslucide radici strisciavano lungo la facciata e si riversavano dalle finestre aperte.

Mi fermai. La strada era deserta. Cercai di proseguire, ma una resistenza invisibile sembrava impigliarsi alle ruote. Scesi dalla bici ed esaminai il pavimento. Non c’erano cavi né rovi. Solo quel micelio morbido che pulsava sotto l’asfalto.

Non provai paura, ma una pace immensa. Camminai mentre le radici svanivano nella foschia del tramonto. Allora capii che, quando il corpo appassisce, le sue radici diventano più forti e profonde, alla ricerca della terra fertile di chi ci ha preceduto.

Vicino a casa ripensai agli anziani del film Quartet. Il ricovero che stavo lasciando alle spalle era più austero e spartano di quello dei vecchi musicisti, ma in entrambi si intrecciavano le stesse radici invisibili. E capii che l’ unico modo per andare avanti era lasciarsi avvolgere da esse.