Era domenica, Silvia si svegliò all'alba, a causa dei piedi freddi. Nonostante fosse novembre, i giorni erano miti, perciò non aveva ancora messo la trapunta sul letto, che era coperto solo da una coperta leggera. Prese lo scialle di lana che era appoggiato sulla sedia e lo mise sul copriletto. I suoi piedi si riscaldarono subito e lei si riaddormentò. Intorno alle otto aprì gli occhi e vide la luce che filtrava dalle fenditure della persiana.
Si alzò contenta per la giornata di sole, che non si aspettava, dato che le previsioni del tempo per quel fine settimana erano pessime.
Guardò a lungo Pietro, suo marito, che ancora dormiva. Accese la lampada del comodino, poi la posò sul pavimento, in modo che lui non fosse disturbato dalla luce e cominciò a leggere un racconto di una scrittrice canadese. Era la storia di una ragazza che viveva con un uomo, di circa quindici anni più grande di lei, in una fattoria dove tenevano e affittavano cavalli, oltre che a insegnare a cavalcare, ma la pioggia incessante di quei giorni aveva allontanato molti clienti. L'uomo a volte era ruvido e intrattabile, tuttavia, in quella stagione delle piogge, il suo cattivo umore era cresciuto in forma esponenziale, a causa dei debiti che stava accumulando. Lei non aveva accesso al conto corrente bancario, e non aveva neppure risparmi per poter rifarsi una nuova vita lontano dalla fattoria. La ragazza non sopportava più l'uomo per cui aveva lasciato la sua famiglia, che ogni giorno la disprezzava e la maltrattava verbalmente. Per guadagnare qualche soldi, si occupava delle faccende domestiche della casa rurale che confinava con la loro tenuta. Una mattina, mentre puliva i vetri delle finestre, cominciò a piangere. Quando si calmò, raccontò alla padrona i suoi guai: la donna era molto gentile e le disse che avrebbe cercato di aiutarla a fuggire, dato che aveva un'amica a Toronto che poteva ospitarla fino a quando non avesse trovato un nuovo lavoro. Pioveva incessantemente da giorni, la terra era impregnata d’acqua e diventata in alcuni tratti una fangaia. Per trovare un po' di calma, la ragazza portava i cavalli fuori dalla stalla un paio di volte al giorno, ma quando rientrava, zuppa d'acqua, diventava ancora più triste.
La vita di Silvia si mescolava spesso con le storie dei personaggi dei romanzi che leggeva, quella mattina mentre immaginava le orme dei cavalli nelle fangaie, pensò che le sarebbe piaciuto fare una passeggiata lungo il sentiero del fiume Arno che arrivava fino a un paesino a sette chilometri da Firenze chiamato Il Girone. Chiuse il libro prima che la protagonista fuggisse verso Toronto.
Spesso Silvia andava a camminare da sola, qualche volta con due amiche, ma quasi mai con Pietro. Lui era diventato un vero ciclista da quando era in pensione: percorreva una sessantina di chilometri, due volte a settimana, il giovedì e la domenica. Ma quel giorno, il gruppo di ciclisti non si era dato appuntamento a causa del brutto tempo annunciato.
Si alzò dal letto, preparò un tè verde e iniziò a fare colazione, mentre leggeva il giornale del giorno prima. A Silvia piaceva prendere con calma due o tre tazze di tè, con un paio di fette biscottate con marmellata di arance e alcuni biscotti integrali.
Verso le nove si alzò anche Pietro e fece colazione con lei. Silvia gli disse che stava pensando di andare a camminare lungo il sentiero del fiume.
—Se mi aspetti, verrò anch'io, le rispose Pietro.
—Ti aspetto volentieri, sono contenta che tu venga con me. Spero che non piova. Partiamo tra mezz'ora? Che ne pensi? Domandò Silvia al marito.
—Perfetto, sarò pronto tra un attimo; forse sarebbe meglio prendere i giubbotti gialli quasi mai piovesse, rispose lui.
Silvia si affacciò dalla finestra del soggiorno e vide che il cielo era limpido, ma verso l'Appennino si intravedevano alcune nuvole nere.
Partirono da casa verso le dieci. Le acque del fiume scorrevano turbolente dopo le copiose piogge dei giorni precedenti. I loro piedi si muovevano rapidamente, mentre dalle loro bocche uscivano tante parole. A casa parlavano poco, ma quando si muovevano in auto, in treno o a piedi, non smettevano di chiacchierare. Appena si misero in cammino, parlarono di argomenti di attualità, ma subito dopo passarono a quelli della vita di tutti i giorni: volevano invitare amici a cena il prossimo fine settimana, poi si posero il problema di come avrebbero organizzato le feste di Natale, dopo l'arrivo dei due figli trentenni. Ripassarono le date degli arrivi e quelle delle partenze, e parlarono anche di voler fare un viaggio nel sud Italia o in Marocco.
Già fuori città, seguendo il sentiero che costeggiava il fiume, avvistarono un pescatore il quale, con la sua canna aveva catturato una carpa che poi gettò in acqua. Pietro scattò una foto al pesce gigante, prima di essere ributtato nel fiume.
Verso le undici e mezzo, raggiunsero il paesino ma tornarono subito indietro. Il ritorno fu più veloce: cominciarono ad accelerare il passo, vedendo che le nuvole stavano crescendo. Quando mancava poco per arrivare a casa, cominciò a piovere e loro iniziarono a correre, ma si bagnarono, nonostante gli impermeabili gialli che indossavano.
Pietro fece per primo la doccia, Silvia si tolse i vestiti bagnati, accese la radio e preparò una ricca insalata mista con semi di girasole, sesamo e zucca. Avevano da tempo l'abitudine di aggiungere semi alle pietanze perché sapevano che facevano bene alla salute, soprattutto per compensare la mancanza di proteine della loro dieta senza carne.
Dopo andò a fare la doccia e nel frattempo Pietro stappò una bottiglia di vino rosso e apparecchiò con cura la tavola.
Mentre l'acqua scivolava sul suo corpo, Silvia pensò che quel pomeriggio piovoso fosse ideale per andare al cinema. Ricordava le domeniche della sua adolescenza, quando andava con gli amici del quartiere a vedere due film uno dietro l'altro. Lo spettacolo iniziava alle cinque in punto, prima davano un film vecchio, a volte in bianco e nero, dopo quello recente. A Silvia piacevano quasi sempre entrambi.
Le ragazze chiacchieravano ininterrottamente, spesso litigavano con i maschi che erano seduti nella fila di dietro. I ragazzi non smettevano di fare battute e di lanciare alle ragazze bucce di semi di girasole. Facevano un gran baccano, soprattutto durante l'intervallo. Silvia si isolava da tutto quel rumore e non si distraeva nemmeno un minuto, da quanto era coinvolta nella storia del film.
La sala era avvolta da uno strato di fumo, che proveniva dalle numerose sigarette che fumavano i ragazzi più grandi. Le acquistavano nell'unica tabaccheria del paese, la cui proprietaria era Lola, la madre di Maria, una delle migliori amiche di Silvia. Qualche pomeriggio, all'uscita da scuola, le due ragazze si davano da fare dietro il bancone per aiutare a sistemare le scatole di sigari e i pacchetti di sigarette sugli scaffali. A Silvia piaceva andare al negozio perché, mentre metteva i pacchi a posto, guardava i fumatori che entravano e compravano tabacco sfuso, cartine, sigari o sigarette senza filtro. I clienti migliori acquistavano vari pacchetti di sigarette bionde, a cui Lola regalava una piccola scatola di fiammiferi.
Sul pavimento della sala cinematografica cresceva un tappeto di bucce di semi di girasole e di arachidi, bastoncini di liquirizia, pezzi di lecca-lecca, carte di caramelle o altri involucri di dolciumi vari. Bartolo, l'uomo della gamba di legno, vendeva tutti i tipi di leccornie. Ogni domenica Bartolo e sua moglie posizionavano il loro carro di legno in un angolo della piazza principale. Al mattino, vendevano caramelle ai bambini che uscivano dalla Messa e, nel pomeriggio, a quelli che andavano al cinema.
Silvia, ancora sotto la doccia, non si decideva a chiudere il rubinetto dell'acqua calda, perché era felice, ripensando ai pomeriggi cinematografici della sua infanzia. Di colpo, ricordò una domenica speciale: il secondo film non piaceva molto alla comitiva, che lasciò il cinema prima della fine; invece, Silvia e Maria sono rimaste sedute sulla loro poltrona della terza fila. Era un film italiano, il cui titolo era L'incompreso. Piano piano, ricordò la storia: dopo la malattia e la morte della madre, il padre focalizzò la sua attenzione sul figlio piccolo, trascurando completamente il maggiore, il protagonista, che non capiva e trattava esageratamente da adulto. Il ragazzo era piuttosto sensibile e trascorreva molte ore da solo nel giardino in cima a un albero.
Uscì dalla doccia, si allacciò l'accappatoio e si arrotolò un asciugamano sopra la testa, poi accese il computer per cercare notizie sul film e scoprì che era stato girato nel 1966. Immaginò che fosse arrivato in Spagna l’anno dopo, quando aveva undici anni. Tornando indietro di cinquant'anni, rabbrividì nel vedersi piangere nell'oscurità del cinema per non essere vista da nessuno. Poi le venne in mente la misteriosa malattia polmonare di sua madre, che tutti pronunciavano a bassa voce. Si promise che quando avrebbe visto di nuovo sua sorella maggiore o l'avesse chiamata, le avrebbe chiesto tante cose sugli anni della loro infanzia, in cui sua madre era costretta a stare a letto, dopo la nascita del fratellino e la comparsa dell'innominabile malattia. Ricordava solo che, ogni giorno, Rosita, una signora paffuta, arrivava la mattina per pulire la casa, cucinare e lavare i piatti. Il padre assunse anche Fuensanta, una suora, che si prese cura della malata e del bambino. Silvia aveva circa quattro anni e ricordava poco di quel periodo doloroso, che durò lunghi mesi, ma aveva ancora in mente lo sguardo compassionevole delle due donne.
Si vestì, prese il giornale, cercò il cartellone e subito si rese conto che in un cinema vicino davano due film interessanti.
—Ti piacerebbe andare al cinema questo pomeriggio, ci sarebbero due bei film, uno più intimista alle quattro e uno di azione alle sei? —domandò a Pietro mentre mangiavano l'insalata.
—Il primo spettacolo inizia troppo presto, preferisco andare al secondo —rispose lui.
Concordarono che alle quattro sarebbe andata lei a vedere il film, La vita invisibile di Euridice Gusmao, basato su un romanzo di una scrittrice brasiliana e poi, alle sei, lui l'avrebbe raggiunta per vedere insieme il film d'azione.
A Silvia piacque l'idea di andare a vedere due film come quando era piccola.
Si affacciò alla finestra e si rese conto che pioveva a dirotto, ma non si scoraggiò, si mise gli stivali, l'impermeabile, il berretto e prese l'ombrello più grande che aveva.
Verso la fine del film, mentre una lacrima le scorreva lungo la guancia, sentì il cellulare vibrare nella sua borsa. Lasciò squillare il telefono, perché voleva godersi l'ultima parte della storia. Mentre stava leggendo i titoli di coda e si erano accese le luci suo marito entrò nella sala. Pietro la baciò e Silvia ne fu felice. Lui si sedette accanto a lei, dopo qualche minuto lei si ricordò del cellulare e lo controllò. Aveva un messaggio che diceva:
—Mamma, sono venuto a prendere lo zaino grande, ne ho bisogno per domani, ma non ho trovato nessuno a casa. Quando tornerai?
Lesse il messaggio al marito, il quale disse:
—Può aspettarci in un bar o a casa di un amico.
A Silvia dispiaceva lasciare il figlio all'aperto, con quel brutto tempo, ma d'altro canto non era convinta di uscire, sarebbe stata la prima volta che scappava via da un cinema. Ma prese una decisione e disse al marito, mentre le luci della sala si stavano spegnendo:
—E se me ne andassi? Ho appena visto un film bellissimo, quello che comincerà adesso non mi interessa molto. Ma sì, me ne vado a casa.
Non aveva ancora smesso di piovere quando Silvia uscì dal cinema. Camminò rapidamente per le strade deserte sotto l'ombrello. Quando arrivò a casa, suo figlio, che la stava aspettando alla porta, la ringraziò per esserci sacrificata per lui.
—Ho lasciato le chiavi nel mio appartamento —disse il ragazzo, scusandosi.
—Non ti preoccupare
Il ragazzo prese lo zaino e se ne andò in fretta e furia, perché aveva un appuntamento con gli amici con cui doveva andare in gita l’indomani.
Quando Pietro tornò, Silvia gli raccontò le disavventure del figlio e poi gli domandò:
—Com'era il film?
—Meno male che non sei rimasta, non ti sarebbe piaciuto; non ha convinto nemmeno me —rispose lui.
Pietro iniziò a apparecchiare, poi preparò delle fette di pane, con pomodoro e basilico e le mise in un vassoio con pezzettini di formaggio e di tortilla di patate che avevano fatto il giorno prima. Quando finirono di cenare, Silvia si sedette sul divano, riprese il suo libro e si immerse di nuovo nella storia della ragazza delle fangaie.