martedì 30 giugno 2026

La casa di riposo

 

Un mattina d’inizio autunno, incontrai Vera per strada, era una vecchia conoscenza che non vedevo da tanto tempo. Molti anni prima frequentavamo la stessa palestra. Ci siamo raccontate un po’ della nostra vita da pensionate. Non so perché ma le ho confidato che mi sarebbe piaciuto fare volontariato in una casa di riposo. Allora, lei mi parlò di sua madre novantenne e della casa di riposo in cui era ospitata.

Credo cerchino volontari, ti posso dare il numero di telefono di un’operatrice mi disse.

L’operatrice si chiamava Valeria ed era entusiasta della mia proposta di leggere racconti agli anziani. Al momento non era possibile farlo nella casa di cura in cui era ospitata la madre di Vera, ma disponibile a farmelo fare in un’altra struttura in cui lei lavorava tre giorni la settimana.

Ci andai contenta, ma ben presto capii che non sarebbe stata un’impresa facile. Mi assegnarono gli anziani non autosufficienti. Erano quasi tutte donne, tranne Enzo, che forse era il più giovane del gruppo ma anche il più malmesso fisicamente. Mi dissero che era stato picchiato da un ladro mentre stava entrando in casa. Aveva riportato danni cerebrali: non camminava, non parlava, soltanto sorrideva.

Le donne novantenni formavano una tribù ben assortita. Silvia non ci vedeva quasi niente, ma era paziente e ascoltava con interesse tutto quello che leggevo o raccontavo. Genoveffa era molto sorda, si arrabbiava spesso e le piaceva comandare; aveva un bel caratterino. Laura, donna minuta, era stata maestra elementare, borbottava in continuazione cose sconclusionate, ma era pacifica e non brontolava mai. Mariangela, una donna campana che aveva gestito un’azienda di mozzarelle, spesso era di mal umore, urlava e si alzava in piedi per girovagare per la stanza. Mi prendeva il braccio e mi diceva in tono minaccioso:

Portami a casa mia.

Per fortuna ogni volta arrivava un’ausiliaria che la portava via dalla sala dove eravamo sistemati intorno a un grande tavolo. Gisella era seduta in un angolo, non voleva partecipare alle attività del gruppo, non faceva altro che pregare, aveva sempre in mano un messale che sfogliava in continuazione. Ogni tanto mi supplicava con voce gentile di portarla dai suoi genitori che vivevano in Romagna; temeva che non riuscissero a trovarla. Giuditta, una donna veneta, sembrava la più vispa, ma ripeteva sempre le stesse cose come un pappagallo, fino a a stancare chi le stava vicino. Mi chiedeva come avessi fatto a raggiungere il centro e, quando le dicevo i ero venuta in bicicletta, rifaceva la stessa domanda

Di che colore è la tua bicicletta?

Rossa le rispondevo io.

E, come una macchinetta, continuava con la stessa: domanda, fino a quando Valeria la faceva smettere.

Poi c’erano quelle che dormivano tutto il giorno. Daniela dormicchiava, ma ogni tanto apriva gli occhi e ci guardava. Una volta sembrò uscire dal suo tepore: fu il giorno in cui le parlai in spagnolo. Borbottò qualche parola in quella lingue e poi più niente. Valeria mi raccontò che da giovane aveva vissuto in Venezuela e, che fino a qualche mese prima, era molto presente e partecipativa, ma un giorno all’improvviso sprofondò negli abissi. Ma la persona più vicina all’altro mondo era Nedda. Aveva a pelle gialla e stava rannicchiata su una barella inclinata in avanti. Ho sentito i suoi gridolini una volta sola, altrimenti dormiva sempre con la testa piegata fi lato. Faceva tenerezza: era stata un’ostetrica, aveva aiutata un gran numero di bambini a venire al mondo, ma lei a lasciarlo.

Ci andavo una volta alla settimana per diversi mesi. Arrivavo verso le quattro e la prima cosa che facevo era stringere le loro mani. Tutti, tranne Nedda mi dicevano:

Hai le mani troppo fredde

Nedda era l’unica che non ritirava le sue mani dalle mie.

Ogni volta i racconti erano più brevi, perché mi accorgevo che nessuno seguiva il filo. Un giorno ho iniziato a a proporre loro dei giochi e lavori manuali, ma non c’era verso di coinvolgerli. Erano ritornati ad essere come bambini piccoli: non potevano saltare i pasti, rigorosamente in orario, dormivano molte ore, si stancavano in fretta e facevano i capricci.

Gli ultimi giorni ho chiesto a Valeria di leggere insieme le schede della storia quelle donne, una ogni settimana. Allora le donne alzavano la testa e mi guardavano con interesse. Le solite donne che di solito dormivano cominciavano ad aprire gli occhi, tranne Nedda che si preparava per il suo lungo viaggio. Dopo le vacanze di Pasqua, il posto della levatrice era vuoto, ma nessuno del personale me ne parlò. Dovete chiedere a Valeria, ma anche lei mi ha dato una risposta sbrigativa.

Negli ultimi giorni prima delle vacanze estive ho continuato a leggere le schede personali e a fare delle domande per coinvolgerle. Nessuna di loro ha mai pronunciato il nome del marito o dei figli, tutte invece ricordavano i genitori e i fratelli.

L’ultimo giorno, mentre tornavo a casa in bicicletta, sentivo che l’aria calda e afosa mi rallentava. A un tratto, come un lampo ebbi un’illuminazione: le radici degli anziani della casa di riposo fuoriuscivano dalle finestre. La strada era quasi deserta. Presi la pista ciclabile per fare prima, ma sentivo comunque che qualcosa mi stesse frenando. Mi fermai a controllare le ruote, avevo percorso appena due metri. Non c’erano fili o altri impedimenti. Quel micelio soave non mi opprimeva, anzi mi avvolgeva e mi dava pace. Continuai il mio cammino con la bicicletta a mano. Lentamente le radici svanirono. E io pensai:

Quando il corpo appassisce le radici diventano più forti e profonde. Bisogna ascoltarle”






sabato 23 maggio 2026

Uñas despintadas

 


Ayer me levanté a las nueve. Hacía mucho tiempo que no dormía tan bien ni hasta tan tarde. Había soñado con mi marido, era un sueño bonito, aunque no lo recordaba bien. Me puse la ropa del gimnasio, me tomé un vaso de agua y salí de casa sin desayunar, algo que nunca hago. Mientras caminaba por la calle, me sentía diferente, en ayunas, pero contenta.

Al salir del gimnasio, me paré en el quiosco; los viernes suelo comprar el periódico porque incluye un suplemento cultural. Generalmente lo leo por la tarde o después de cenar, pero ayer lo leí mientras desayunaba.

A las diez y media, mientras sorbía una taza de té y untaba las tostadas con mermelada de naranja amarga, empecé a leer un artículo que comentaba un libro titulado Abundancia. En él, los autores rastreaban las barreras políticas, económicas y culturales para progresar y proponían un camino hacia la abundancia para todos. Analizaban cómo la izquierda progresista podría actuar para mejorar las condiciones de vida de los habitantes, especialmente de los más pobres y desamparados. No puse la radio para escuchar las noticias, como hago cada mañana. El silencio, el té y el periódico hicieron que fuera una verdadera delicia.

Después me pinté las uñas de las manos y de los pies de rojo. También saqué las sandalias del armario, porque ayer llegó un anticiclón africano a la península que trajo temperaturas muy altas para ser 22 de mayo.

Me llamó mi hijo para pedirme que lo invitara a comer. Preparé una comida rápida con lo que tenía en la nevera y no fui al mercado, como había previsto. Estuvimos muy a gusto hablando; él no tenía prisa y yo tampoco.

Llevaba toda la semana sola en casa, porque mi marido se fue el lunes con unos amigos a hacer un recorrido en bicicleta por el sur de Italia. Los primeros días estuve entretenida, saliendo con amigas, y organicé una cena en casa, pero ayer empecé a echale de menos. Le escribí un mensaje cariñoso y él me respondió con otro poético. Estaba ilusionada porque pronto volvería.

A las seis, fui al cine a ver una película intimista e intensa, como me gustan. Al llegar a casa, tenía hambre, pero por suerte había sobrado pasta y ensalada de la comida. Puse la mesa y devoré la cena en poco tiempo. Después de recoger la mesa, terminé de leer el periódico y me miré las uñas. Estaba satisfecha con ellas; me gustaba el color rojo, que todavía no se había estropeado. Mientras sonreía me llamó mi marido para decirme que habían tenido problemas, ya que no quedaban plazas para las bicicletas en el tren que querían reservar y que volverían el domingo por la noche en lugar del sábado. Era una pena, porque tenía muchas ganas de verlo.

Me acosté a las once, leí un relato que tenía en la mesita de noche y me dormí al cabo de media hora, aunque me desperté varias veces. A las cuatro saqué la manta de la cama y me cubrí con la sábana. Estuve mucho rato despierta pensando en varias personas y cosas relacionadas con accidentes o desgracias. Sin embargo, al amanecer dormí una hora más. No sé si mi estado de ansiedad se debía al calor, a los mosquits, ala añoranza de él, o a la inquietante historia de Agustina, la protagonista del relato que había leído antes de dormir.

Me desperté y, con las manos, busqué el cuerpo de mi marido que no encontré. Me levanté temprano, me duché y desayuné. ¡Cómo habían cambiado las cosas en 24 horas! Ya no estaba tan contenta ni relajada. Era la primera vez que la soledad me oprimía, pensando en lo solos que estaríamos cuando uno de los dos muriera. Me repetía que ya estábamos dentro de la vejez: yo tengo sesenta y nueve años y él, setenta y uno. Salí de casa y monté en bicicleta y fui a comprarme unos zapatos. Después fui al mercado a llenar la nevera.

Por la tarde tenía sueño, pero me senté frente al ordenador para escribir las sensaciones opuestas que había sentido. Mientras tecleaba, descubrí que el color de mis uñas empezaba a despintarse. Cuando terminé, les puse un poco de esmalte rojo en la punta. “Todo se puede arreglar”, pensé, y conseguí sacar de mi cabeza los pensamientos negativos mientras llamaba a una amiga para vernos y luego ir al cine.











giovedì 9 aprile 2026

Pioggia e fangaie

 

                                                                                   


Era domenica, Silvia si svegliò all'alba, a causa dei piedi freddi. Nonostante fosse novembre, i giorni erano miti, perciò non aveva ancora messo la trapunta sul letto, che era coperto solo da una coperta leggera. Prese lo scialle di lana che era appoggiato sulla sedia e lo mise sul copriletto. I suoi piedi si riscaldarono subito e lei si riaddormentò. Intorno alle otto aprì gli occhi e vide la luce che filtrava dalle fenditure della persiana.

Si alzò contenta per la giornata di sole, che non si aspettava, dato che le previsioni del tempo per quel fine settimana erano pessime.

Guardò a lungo Pietro, suo marito, che ancora dormiva. Accese la lampada del comodino, poi la posò sul pavimento, in modo che lui non fosse disturbato dalla luce e cominciò a leggere un racconto di una scrittrice canadese. Era la storia di una ragazza che viveva con un uomo, di circa quindici anni più grande di lei, in una fattoria dove tenevano e affittavano cavalli, oltre che a insegnare a cavalcare, ma la pioggia incessante di quei giorni aveva allontanato molti clienti. L'uomo a volte era ruvido e intrattabile, tuttavia, in quella stagione delle piogge, il suo cattivo umore era cresciuto in forma esponenziale, a causa dei debiti che stava accumulando. Lei non aveva accesso al conto corrente bancario, e non aveva neppure risparmi per poter rifarsi una nuova vita lontano dalla fattoria. La ragazza non sopportava più l'uomo per cui aveva lasciato la sua famiglia, che ogni giorno la disprezzava e la maltrattava verbalmente. Per guadagnare qualche soldo, si occupava delle faccende domestiche della casa rurale che confinava con la loro tenuta. Una mattina, mentre puliva i vetri delle finestre, cominciò a piangere. Quando si calmò, raccontò alla padrona i suoi guai: la donna era molto gentile e le disse che avrebbe cercato di aiutarla a fuggire, dato che aveva un'amica a Toronto che poteva ospitarla fino a quando non avesse trovato un nuovo lavoro. Pioveva incessantemente da giorni, la terra era impregnata d’acqua e diventata in alcuni tratti una fangaia. Per trovare un po' di calma, la ragazza portava i cavalli fuori dalla stalla un paio di volte al giorno, ma quando rientrava, zuppa d'acqua, diventava ancora più triste.

La vita di Silvia si mescolava spesso con le storie dei personaggi dei romanzi che leggeva, quella mattina mentre immaginava le orme dei cavalli nelle fangaie, pensò che le sarebbe piaciuto fare una passeggiata lungo il sentiero del fiume Arno che arrivava fino a un paesino a sette chilometri da Firenze chiamato Il Girone. Chiuse il libro prima che la protagonista fuggisse verso Toronto.

Spesso Silvia andava a camminare da sola, qualche volta con delle amiche, ma quasi mai con Pietro. Lui era diventato un vero ciclista da quando era in pensione: percorreva una sessantina di chilometri, due volte a settimana, il giovedì e la domenica. Ma quel giorno, il gruppo di ciclisti non si era dato appuntamento a causa del brutto tempo annunciato.

Si alzò dal letto, preparò un tè verde e iniziò a fare colazione, mentre leggeva il giornale del giorno prima. A Silvia piaceva prendere con calma due o tre tazze di tè, con un paio di fette biscottate con marmellata di arance e alcuni biscotti integrali.

Verso le nove si alzò anche Pietro e fece colazione con lei. Silvia gli disse che stava pensando di andare a camminare lungo il sentiero del fiume.

Se mi aspetti, verrò anch'io, le rispose Pietro.

Ti aspetto volentieri, sono contenta che tu venga con me. Spero che non piova. Partiamo tra mezz'ora? Che ne pensi? Domandò Silvia al marito.

Perfetto, sarò pronto tra un attimo; forse sarebbe meglio prendere i giubbotti gialli quasi mai piovesse, rispose lui.

Silvia si affacciò dalla finestra del soggiorno e vide che il cielo era limpido, ma verso l'Appennino si intravedevano alcune nuvole nere.

Partirono da casa verso le dieci. Le acque del fiume scorrevano turbolente dopo le copiose piogge dei giorni precedenti. I loro piedi si muovevano rapidamente, mentre dalle loro bocche uscivano tante parole. A casa parlavano poco, ma quando si muovevano in auto, in treno o a piedi, non smettevano di chiacchierare. Appena si misero in cammino, parlarono di argomenti di attualità, ma subito dopo passarono a quelli della vita di tutti i giorni: volevano invitare amici a cena il prossimo fine settimana, poi si posero il problema di come avrebbero organizzato le feste di Natale, dopo l'arrivo dei due figli trentenni. Ripassarono le date degli arrivi e quelle delle partenze, e parlarono anche di voler fare un viaggio nel sud Italia o in Marocco.

Già fuori città, seguendo il sentiero che costeggiava il fiume, avvistarono un pescatore il quale, con la sua canna aveva catturato una carpa che poi gettò in acqua. Pietro scattò una foto al pesce gigante, prima di essere ributtato nel fiume.

Verso le undici e mezzo, raggiunsero il paesino ma tornarono subito indietro. Il ritorno fu più veloce: cominciarono ad accelerare il passo, vedendo che le nuvole stavano crescendo. Quando mancava poco per arrivare a casa, cominciò a piovere e loro iniziarono a correre, ma si bagnarono, nonostante gli impermeabili gialli che indossavano.

Pietro fece per primo la doccia, Silvia si tolse i vestiti bagnati, accese la radio e preparò una ricca insalata mista con semi di girasole, sesamo e zucca. Avevano da tempo l'abitudine di aggiungere semi alle pietanze perché sapevano che facevano bene alla salute, soprattutto per compensare la mancanza di proteine della loro dieta senza carne.

Dopo andò a fare la doccia e nel frattempo Pietro stappò una bottiglia di vino rosso e apparecchiò con cura la tavola.

Mentre l'acqua scivolava sul suo corpo, Silvia pensò che quel pomeriggio piovoso fosse ideale per andare al cinema. Ricordava le domeniche della sua adolescenza, quando andava con gli amici del quartiere a vedere due film uno dietro l'altro. Lo spettacolo iniziava alle cinque in punto, prima davano un film vecchio, a volte in bianco e nero, dopo quello recente. A Silvia piacevano quasi sempre entrambi.

Le ragazze chiacchieravano ininterrottamente, spesso litigavano con i maschi che erano seduti nella fila di dietro. I ragazzi non smettevano di fare battute e di lanciare alle ragazze bucce di semi di girasole. Facevano un gran baccano, soprattutto durante l'intervallo. Silvia si isolava da tutto quel rumore e non si distraeva nemmeno un minuto, da quanto era coinvolta nella storia del film.

La sala era avvolta da uno strato di fumo, che proveniva dalle numerose sigarette che fumavano i ragazzi più grandi. Le acquistavano nell'unica tabaccheria del paese, la cui proprietaria era Lola, la madre di Maria, una delle migliori amiche di Silvia. Qualche pomeriggio, all'uscita da scuola, le due ragazze si davano da fare dietro il bancone per aiutare a sistemare le scatole di sigari e i pacchetti di sigarette sugli scaffali. A Silvia piaceva andare al negozio perché, mentre metteva i pacchi a posto, guardava i fumatori che entravano e compravano tabacco sfuso, cartine, sigari o sigarette senza filtro. I clienti migliori acquistavano vari pacchetti di sigarette bionde, a cui Lola regalava una piccola scatola di fiammiferi.

Sul pavimento della sala cinematografica cresceva un tappeto di bucce di semi di girasole e di arachidi, bastoncini di liquirizia, pezzi di lecca-lecca, carte di caramelle o altri involucri di dolciumi vari. Bartolo, l'uomo della gamba di legno, vendeva tutti i tipi di leccornie. Ogni domenica Bartolo e sua moglie posizionavano il loro carro di legno in un angolo della piazza principale. Al mattino, vendevano caramelle ai bambini che uscivano dalla Messa e, nel pomeriggio, a quelli che andavano al cinema.

Silvia, ancora sotto la doccia, non si decideva a chiudere il rubinetto dell'acqua calda, perché era felice, ripensando ai pomeriggi cinematografici della sua infanzia. Di colpo, ricordò una domenica speciale: il secondo film non piaceva molto alla comitiva, che lasciò il cinema prima della fine; invece, Silvia e Maria sono rimaste sedute sulla loro poltrona della terza fila. Era un film italiano, il cui titolo era L'incompreso. Piano piano, ricordò la storia: dopo la malattia e la morte della madre, il padre focalizzò la sua attenzione sul figlio piccolo, trascurando completamente il maggiore, il protagonista, che non capiva e trattava esageratamente da adulto. Il ragazzo era piuttosto sensibile e trascorreva molte ore da solo nel giardino in cima a un albero.

Uscì dalla doccia, si allacciò l'accappatoio e si arrotolò un asciugamano sopra la testa, poi accese il computer per cercare notizie sul film e scoprì che era stato girato nel 1966. Immaginò che fosse arrivato in Spagna l’anno dopo, quando aveva undici anni. Tornando indietro di cinquant'anni, rabbrividì nel vedersi piangere nell'oscurità del cinema per non essere vista da nessuno. Poi le venne in mente la misteriosa malattia polmonare di sua madre, che tutti pronunciavano a bassa voce. Si promise che quando avrebbe visto di nuovo sua sorella maggiore o l'avesse chiamata, le avrebbe chiesto tante cose sugli anni della loro infanzia, in cui sua madre era costretta a stare a letto, dopo la nascita del fratellino e la comparsa dell'innominabile malattia. Ricordava solo che, ogni giorno, Rosita, una signora paffuta, arrivava la mattina per pulire la casa, cucinare e lavare i piatti. Il padre assunse anche Fuensanta, una suora, che si prese cura della malata e del bambino. Silvia aveva circa quattro anni e ricordava poco di quel periodo doloroso, che durò lunghi mesi, ma aveva ancora in mente lo sguardo compassionevole delle due donne.

Si vestì, prese il giornale, cercò il cartellone e subito si rese conto che in un cinema vicino davano due film interessanti.

Ti piacerebbe andare al cinema questo pomeriggio, ci sarebbero due bei film, uno più intimista alle quattro e uno di azione alle sei? domandò a Pietro mentre mangiavano l'insalata.

Il primo spettacolo inizia troppo presto, preferisco andare al secondo rispose lui.

Concordarono che alle quattro sarebbe andata lei a vedere il film, La vita invisibile di Euridice Gusmao, basato su un romanzo di una scrittrice brasiliana e poi, alle sei, lui l'avrebbe raggiunta per vedere insieme il film d'azione.

A Silvia piacque l'idea di andare a vedere due film come quando era piccola. Si affacciò alla finestra e si rese conto che pioveva a dirotto, ma non si scoraggiò, si mise gli stivali, l'impermeabile, il berretto e prese l'ombrello più grande che aveva.

Verso la fine del film, mentre una lacrima le scorreva lungo la guancia, sentì il cellulare vibrare nella sua borsa. Lasciò squillare il telefono, perché voleva godersi l'ultima parte della storia. Mentre stava leggendo i titoli di coda e si erano accese le luci suo marito entrò nella sala. Pietro la baciò e Silvia ne fu felice. Lui si sedette accanto a lei, dopo qualche minuto lei si ricordò del cellulare e lo controllò. Aveva un messaggio che diceva:

Mamma, sono venuto a prendere lo zaino grande, ne ho bisogno per domani, ma non ho trovato nessuno a casa. Quando tornerai?

Lesse il messaggio al marito, il quale disse:

Può aspettarci in un bar o a casa di un amico.

A Silvia dispiaceva lasciare il figlio all'aperto, con quel brutto tempo, ma d'altro canto non era convinta di uscire, sarebbe stata la prima volta che scappava via da un cinema. Ma prese una decisione e disse al marito, mentre le luci della sala si stavano spegnendo:

E se me ne andassi? Ho appena visto un film bellissimo, quello che comincerà adesso non mi interessa molto. Ma sì, me ne vado a casa.

Non aveva ancora smesso di piovere quando Silvia uscì dal cinema. Camminò rapidamente per le strade deserte sotto l'ombrello. Quando arrivò a casa, suo figlio, che la stava aspettando alla porta, la ringraziò per esserci sacrificata per lui.

Ho dimenticato le chiavi  disse il ragazzo, scusandosi.

Non ti preoccupare

Il ragazzo prese lo zaino e se ne andò in fretta e furia, perché aveva un appuntamento con gli amici con cui doveva andare in gita l’indomani.

Quando Pietro tornò, Silvia gli raccontò le disavventure del figlio e poi gli domandò:

Com'era il film?

Meno male che non sei rimasta, non ti sarebbe piaciuto; non ha convinto nemmeno me rispose lui.

Pietro iniziò a apparecchiare, poi preparò delle fette di pane, con pomodoro e basilico e le mise in un vassoio con pezzettini di formaggio e di tortilla di patate che avevano fatto il giorno prima. Quando finirono di cenare, Silvia si sedette sul divano, riprese il suo libro e si immerse di nuovo nella storia della ragazza delle fangaie.