E. Munch
La settimana scorsa sono dovuta andare allo studio dentistico della dottoressa che mi segue. Come sempre, sono arrivata in anticipo. Mi sono seduta in sala d’attesa e ho aperto il libro La solitudine di Sonia e Sunny, della scrittrice indiana Kiran Desai. L’avevo iniziato una settimana prima e mi aveva catturata fin dalle prime pagine.
Proprio all’inizio del libro mi ero imbattuta in Mina Foi, la zia di Sonia, una delle protagoniste. Da ragazza, all’università, Mina si era innamorata di un giovane cristiano, rifiutato categoricamente dai genitori di lei. Poco tempo dopo suo padre, un noto avvocato, le aveva organizzato un matrimonio combinato. Ma il matrimonio aveva durato sei mesi: una lettera anonima aveva svelato la bigamia del marito. Mina si era separata, finendo per sobbarcarsi ingiustamente lo stigma della « sfortuna» agli occhi della sua famiglia.
Mentre leggevo, riflettevo su quanto dovesse essere stato difficile per lei tornare alla casa paterna e obbedire senza battere ciglio. Una donna della sua posizione non poteva lavorare; così si occupava di gestire i domestici e di accudire i genitori, invecchiati precocemente. Sonia, fin da piccola, si era affezionata profondamente a lei. Quando andava a trovare i nonni, si infilava di nascosto nel suo letto. Prima di chiudere gli occhi, zia e nipote bisbigliavano e ridevano a bassa voce per non farsi sentire: tutti in casa temevano che quella zitella potesse contagiare la bambina con la sua sfortuna. Mina Foi mi trasmetteva una profonda tenerezza. Pagina dopo pagina, ha risvegliato in me il ricordo di una donna che avevo completamente dimenticato: la zia Enriqueta.
Enriqueta era la prozia di Marta, una delle mie amiche d’infanzia nel paesino sulla costa catalana dove ho trascorso gli anni Sessanta. Era una donna snella e di bell’aspetto, dalla risata facile, gentile con chiunque entrasse nel negozio che suo padre aveva aperto arrivando dall’entroterra. Marta mi raccontava che sua zia non si era sposata perché il suo fidanzato, un soldato, era morto in guerra — non abbiamo mai saputo quale. In seguito aveva rifiutato ogni altro pretendente. Viveva con la famiglia di Marta, che all’epoca gestiva la vecchia tabaccheria del paese. Era la sorella minore di María, la nonna di Marta, di ben diciotto anni più giovane. A quei tempi, tra il primogenito e l’ultimo figlio le differenze d’età erano abissali, complici le famiglie numerose e gli anni che i capifamiglia passavano al fronte, richiamati nelle guerre coloniali o nella Guerra Civile.
La tabaccheria si affacciava su una piazzetta, vicino alla chiesa. Da quella porta entravano e uscivano i fumatori, che negli anni Sessanta costituivano la maggioranza degli uomini del paese. In una stanza laterale, invece, si vendevano saponi, acqua di colonia sfusa, profumi, pettini e spazzole; un regno riservato quasi esclusivamente alle donne. Enriqueta, di nascosto, regalava a me e a Marta campioni di rossetti e di profumi. Ci dipingevamo le labbra di rosso carminio e a volte rincorrevamo mio fratellino per truccare anche lui. Lui protestava e si annoiava a morte, ma mia madre mi obbligava a portarlo con me quando uscivo a giocare per strada.
La zia Enriqueta lo difendeva sempre:
—Ma quanto siete sciocchine! I ragazzi vanno rispettati! Vedrete quando sarete grandi, vi colerà la bava appena vi innamorerete di uno di loro.
Anni dopo, incontrando Marta, le chiese della zia. Mi raccontò che avevano ceduto la tabaccheria, ma che Enriqueta aveva continuato a lavorare dietro al bancone fino all’ultimo giorno.
Mentre i miei pensieri intrecciavano le vicende delle due donne, Giovanna, la dentista, mi strappò alle pagine, chiamandomi per farmi entrare nel suo studio.
L’atmosfera della stanza era tranquilla. Solo dopo avermi posizionato con cura la corona dentale sull’impianto, approfittando del silenzio, ho rotto il ghiaccio:
—Come è andata l’estate, Giovanna?
—Ah! Mi sono presa un bello spavento —rispose lei con un sospiro—. Sono ancora scossa per quello che è successo a mia zia Anna.
Incuriosita, mi raddrizzai sulla poltrona:
—Cosa le è successo?
—L’ho trovata riversa sul pavimento. Sono andata a casa sua perché erano diversi giorni che non rispondeva alle mie chiamate. Essendo molto sorda, all’inizio non ci ho dato peso. Ma al quarto giorno ho dovuto chiamare i vigili del fuoco per farmi buttare giù la porta; con le mie chiavi non riuscivo a entrare.
—Era…? —ho lasciato la frase a metà, temendo il peggio.
—Sarebbe stato quasi meglio. Era viva, ma aveva avuto un infarto. Stavo per svenire dal terrore. Abbiamo chiamato un’ambulanza per portarla in ospedale.
—E come sta adesso?
—La poveretta era così debole che è morta dopo cinque giorni.
Essendo io l’ultima paziente prima della pausa di mezzogiorno, Giovanna mi accompagnò alla porta, mentre mi raccontava la storia di Anna.
«Nel 1965 Anna aveva sposato un cugino lontano, ma era tornata dopo poco alla casa della sua infanzia: non sopportava che un uomo le dicesse cosa fare. Per fortuna aveva studiato e insegnava alle elementari. Era una brava maestra, anche se col tempo era diventata intransigente e pignola. In casa decideva tutto lei, e i genitori, dopo i primi anni di litigi, si erano rassegnati a lasciarla fare, capendo che quella figlia testarda e inflessibile era anche la loro fortuna. Quando a sessant'anni erano arrivati i primi acciacchi per il padre, che era stato un rispettato veterinario, e per la madre, casalinga e cuoca straordinaria, Anna si era rivelata una governante impeccabile e un'infermiera perfetta.
Poi i miei nonni sono morti —ha concluso Giovanna sulla soglia— e il carattere di Anna si è inasprito del tutto. Le amiche si sono stancate di darle sempre ragione. Era scontrosa anche con me, la sua unica nipote. Quando le rimproveravo perché saltava le pillole per il cuore, mi urlava dietro:
—Non ne ho bisogno, non mi fanno nulla.
—Fai come ti pare, se vuoi morire —le dicevo, frustrata.
—Non dire sciocchezze, ho una salute di ferro, vi seppellirò tutti!
Sono tornata a casa in bicicletta e, appena arrivata, ho ripreso in mano il libro di Kiran Desai. Volevo scoprire che fine aveva fatto Mina Foi, rimasta da sola ad affrontare la propria vecchiaia e la morte. Mi chiedevo se il tempo l’avrebbe resa irascibile e spigolosa come Anna, o se l’avrebbe lasciata spegnersi dolcemente, come la zia Enriqueta.