venerdì 11 maggio 2012

La cuina azzurra
















La nostra cucina si trova inserita in una grande sala con quattro finestre.  Un giorno mio marito, in piedi di fronte a quello che era il nostro angolo cottura, mi disse:
- Questi mobili cadono a pezzi, è arrivata l'ora di cambiarli.
Sentendo queste parole ho avuto un tuffo al cuore. Ho ricordato i lavori interminabili delle cuina1 della mia casa natale, dove ho trascorso l'infanzia e la giovinezza. La vecchia cucina era in muratura, l'avevano rinnovata negli anni trenta i miei nonni. Era molto bella e ancora oggi la ricordo, aveva i fornelli a carbone e un focolare a legna dove d'inverno ci riscaldavamo.
Mia madre però desiderava i mobili di formica, come andavano negli anni sessanta, e diceva a mio padre, al quale non importava niente delle cucina:
 -Vull una cuina nova. La meva, serà la cuina mes maca del poble.2
Dopo tanto insistere, mio padre cedette e verso la fine di giugno del 1966, iniziarono i lavori. Los albañiles3, un muratore catalano di mezza età e il suo aiutante andaluso un po' più vecchio di lui, fecero un buon lavoro. Ricordo con piacere i cibi consumati insieme a loro nel patio4 di casa, intorno a un fornello a gas. Il manovale, era molto loquace e sempre di buon umore, nonostante la sua vita difficile da emigrante. Per noi bambini, era una gran novità avere degli ospiti, in una casa dove non c'è n'erano mai stati, come stava lì a dimostrare la nostra sala da pranzo, mai rinnovata.
I problemi arrivarono dopo. Per i lavori di falegnameria, mia madre si vide obbligata a chiamare Joanet el fuster5, un suo cugino. Il padre di Joanet, ormai vecchio, era stato un buon falegname, il figlio invece non amava il lavoro a cui la famiglia lo aveva costretto, aveva in mente solo la sua bicicletta, era come una malattia.
Joanet in quei giorni era distratto da altri pensieri, mentre lavorava era nervoso e guardava continuamente l'orologio. Ma quando, prima del tramonto, finito di segare l'ultimo pezzo di legno, saliva sulla sua vecchia bicicletta da corsa, allora lo si vedeva felice. Dicono che pedalasse per ore, l'imbrunire accarezzava la sua schiena e il buio era la sua più dolce compagnia.
Joanet, faceva solo polvere, non gli tornavano mai le misure, passava la giornata a segare il legno per rimediare agli errori del giorno prima. Fu così che i lavori durarono quasi tutta l'estate. Mia madre era disperata, si lamentava continuamente con noi bambini, io da una parte ero attratta dalla cuina nova6 ma dall'altra la rifiutavo perché, in quella torrida estate, era fonte di infelicità.
Alla fine d'agosto, dopo la festa major7 del paese, Joanet aveva finalmente finito di riempirci la casa di polvere. La nuova cucina di formica azzurra era venuta un po' sbilenca, alcuni sportelli erano storti, ma a me piaceva lo stesso, ero felice di vederla finita, mi mancava solo il focolare della vecchia cucina. Invece, mia madre non era contenta del risultato, per colpa del cugino Joanet la sua tanto desiderata cucina non sarebbe stata la più bella del paese.
Dopo molti anni, quando ormai mi ero trasferita in Italia, mia madre convinse mio padre a cambiare nuovamente la cucina. Questa volta non si sentì costretta a chiamare il cugino Joanet, anche perché nel frattempo, per fortuna di tutti, era andato in pensione e girellava felice in bicicletta dall'alba al tramonto. La nuova cucina prefabbricata, color legno, che gli operai montarono in un giorno, per mia madre era finalmente la cuina mes maca del poble.
Ancora oggi, quando torno a trovare mio padre novantenne, rimasto vedovo da poco, apro e chiudo gli sportelli scuri, ormai consumati e tristi, della cucina che era stata l'orgoglio di mia madre. Mentre li osservo ricordo e rimpiango un po' la vecchia cuina di formica azzurra, forse un po' sbilenca ma  piena di storia e di luce.
Pensavo a tutto questo, mentre  mio marito mi illustrava il suo progetto con la chiarezza di chi ha elaborato un'idea da tempo ed io invece, sorpresa, provavo il disagio di chi sta per rivivere un evento non de tutto felice del passato come fu, per me il rinnovo della cucina della mia infanzia.
Naturalmente, anch'io vedevo che gli sportelli non si chiudevano più perfettamente, la vernice bianca era qua e là scrostata, lo scolapiatti era arrugginito, il piano di lavoro era tagliuzzato, insomma nell'insieme era una cucina vecchia e malconcia. Ma il  progetto che  lui stava illustrando prevedeva non solo il cambio dei mobili e degli elettrodomestici, ma anche una loro diversa disposizione nella stanza e questo avrebbe richiesto l'intervento di muratori ed elettricisti. Immersa nei miei ricordi, lì per lì l'unica cosa che sono riuscita a dire è stato che almeno si facesse una cosa rapida.
L'impresa  avrebbe dovuto iniziare alla fine di luglio ma all'ultimo momento c'era  stato un cambiamento: i muratori sarebbero arrivati una settimana prima del previsto, periodo che coincideva con un mio viaggio a casa di mio padre, del quale avevo già prenotato il biglietto. Di seguire i lavori si sarebbe occupato mio marito.
Quando sono tornata, dopo due settimana, la casa era piena di polvere e dato che i lavori si erano prolungati per un imprevisto, c'erano ancora gli operai.
Qualche giorno dopo, i muratori per fortuna avevano finito e arrivarono i falegnami. Era di sabato quando un omone di nome Pietro, insieme ad un aiutante magrebino, cominciarono a scaricare la cucina dal camion. Alcuni pezzi erano troppo lunghi, non entravano in ascensore e non passavano dalle scale, quindi andavano segati a misura prima: si cominciava male, pensai.
Come Joanet allora, anche Pietro era distratto e nervoso, sudava e si asciugava la fronte con un grande fazzoletto. Anche a lui non tornava niente. A un certo punto ci disse che non ne poteva più. Ma subito si scusò aggiungendo che era un brutto periodo per lui, dato che si stava separando dalla moglie e che inoltre suo figlio adolescente non voleva continuare gli studi. Pensai che come quelli della cucina anche i pezzi della sua vita non si incastravano.
Dopo alcune telefonate con il responsabile del negozio che ci aveva venduto la cucina, fu chiaro che la colpa non era di Pietro, ma di chi aveva costruito alcuni pezzi sbagliando le misure. A quel punto, Pietro ed il suo aiutante montarono le parti indispensabili della cucina per permetterci di utilizzarla e se ne andarono promettendo che sarebbero tornati presto. Nel corso dei mesi successivi, dopo alcuni tentativi mai conclusivi, in una giornata torrida, dopo più di un anno da quel sabato infelice, Pietro arrivò conteno, si mise al lavoro e finalmente finì di montare la cucina, questa volta tutti gli incastri tornavano, anche nella sua vita le cose si erano piano piano sistemate. Suo figlio maggiore, con molto entusiasmo, lo aiutava.
La cucina finita è stata una gran allegria per noi, guardandola ho pensato che era proprio bella, mia madre vedendola avrebbe detto es la cuina mes maca del poble.

1Cucina
2 Voglio una cucina nuova, la mia sarà la più bella del paese
3Gli operai muratori
4Cortile
5Il falegname
6Nuova cucina
7Festa del patrono

1 commento:

  1. anche in casa mia da piccola mi ricordo della cucina rinnovata ...fu un avvenimento perchè ci fu messo anche il frigo. Mi sembrava enorme ma ero così felice che andavo sempre a aprirlo...grazie fina dei bei momenti passati a leggere i tuoi racconti
    leti

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