mercoledì 27 giugno 2012

Il notaio e il sogno - el notario y el sueño












Quel giorno  alle sei in punto del pomeriggio siamo andati dal notaio per firmare il contratto.
Avevamo comprato un vecchio locale a pochi metri da casa nostra. Il signor Tinelli aveva rilegato libri in quella bottega durante molti anni. Ogni mattina mi salutava con un sorriso mentre alzava il rumoroso bandone di ferro. Nella parte anteriore c'era un lungo tavolo rettangolare, sul quale spiccavano, tra dozzine di pile di carta stampata e cartelle colorate, una pressa e una macchina per tagliare la carta. Nel retrobottega aveva una specie di salottino, dove leggeva.
Il signor Tinelli era molto fiero del suo piccolo locale. Quando l'anno scorso gli dissi che volevamo comprare un fondo per mettere le biciclette e per usarlo come ripostiglio, mi rispose che come il suo non ce n’era un altro in tutta Firenze. Lodava il suo ambiente artigianale, perché oltre che al bagno c'era un ampio cortile, che permetteva alla luce di entrare. Era contento di aver affittato da giovane quel locale, dove aveva trascorso gran parte della sua vita rilegando libri.
I mesi passavano e noi non riuscivamo a trovare nessun posto adatto da comprare: alcuni fondi erano troppo piccoli, altri erano in pessimo stato e quelli ce erano più grandi e belli erano troppo cari per noi.
Un giorno ho visto il rilegatore a braccetto con sua moglie. Sembrava molto debole e mi ha detto che aveva avuto una brutta influenza.
Dopo poche settimane, vedendo che il laboratorio del Signor Tinelli era sempre chiuso, ho chiesto di lui e mi hanno detto che era morto.
 -  Ancora era giovane per morire, non aveva più di settant’anni, pensai.
 -  Povero rilegatore! Disse U. quando gliel’ho raccontato.
La moglie e la figlia vuotarono il locale e lo lasciarono, perché per loro era troppo doloroso conservare quel posto, che era diventato triste e senza vita. Il Signor Tinelli con la porta sempre aperta, per fare entrare clienti, amici e ragazzi del quartiere, lo teneva vivo. I proprietari, un'anziana vedova e due figli, decisero di venderlo.
A causa della crisi economica il cartello che annunciava la vendita rimase appeso per molti mesi, fino a che un giorno mi accorsi che un'agenzia immobiliare vendeva il fondo a un prezzo molto più basso di quello che ci aveva chiesto uno dei padroni.
L'offerta fatta all'agenzia fu subito accettata dai proprietari perché erano stanchi di aspettare.
Il pomeriggio in cui siamo andati a firmare il contratto era piovoso e siamo entrati nello studio del notaio bagnati fradici. La segretaria era molto gentile e ci ha accompagnati in una bella sala d'attesa, dove i padroni del locale e i responsabili dell'agenzia immobiliare erano già seduti. Dopo poco ci hanno chiamato per eseguire l'atto notarile.
Il Notaio, era un uomo distinto, che aveva circa cinquant’anni. Si vedeva che faceva il proprio lavoro con passione, perché ci raccontò minuziosamente l'atto ufficiale che stavamo firmando. Non avevo mai visto un Notaio così comunicativo. Era una persona un po' bizzarra, si capiva dall'arredamento del suo studio, che era tappezzato da immagini di civette: statuine, quadri, cornici, tagliacarte, portamatite, timbri, ecc. Ci disse che era un fervoroso sostenitore della contrada della civetta di Siena, dove aveva trascorso la sua giovinezza.
Mentre aspettavamo la registrazione dell'atto, abbiamo cominciato a parlare della bottega del rilegatore e abbiamo finito il discorso parlando degli ospedali della mia terra, dato che il Notaio aveva un figlio che studiava psichiatria in Catalogna.
Alla fine ci siamo salutati scambiandoci i nostri indirizzi di posta elettronica.
Quella stessa notte ho dormito molto bene, ma alle cinque in punto del mattino mi sono svegliata.
La mia testa era piena di emozioni: atti notarili, firme, pile di libri rilegati, assegni bancari e tante civette.
Sono andata in cucina e ho guardato dalla finestra, ancora non era uscito il sole e ho pensato che il signor Tinelli non avrebbe più rilegato libri, ma che noi avremmo ben custodito insieme alla bottega il ricordo del suo antico mestiere.
Questo pensiero mi ha rilassato e sono tornata al letto.
Ho sognato di essere nel mio paese natale della costa catalana. Era sera e stavo telefonando alla mia amica Inès. Avevo molta voglia di vederla. Ho fatto con lei le scuole superiori e durante i primi anni universitari ci siamo frequentate molto. Era più di trenta anni che ci scrivievamo, forse era più esatto dire che io le scrivevo, lei con tutte le sue occupazione mi avrà scritto una decina di lettere in tutta la sua vita, ma mi telefonava spesso.
La mia amica viveva vicino a Barcelona, era molto attiva, aveva energia per fare un sacco di cose: girava in macchina per tutta la Spagna per lavoro, andò fino a Mosca per adottare due bambini che erano così vivaci da sfiancare qualsiasi persona dopo una giornata trascorsa con loro, superò con grande coraggio una grave malattia, allevò due cagne molto giocherellone che le distrussero i mobili della sua bella casa, si occupava dei suoi anziani genitori e di una zia vecchia e naturalmente amava molto suo marito.
Avevo avuto fortuna, Inés era in paese, perché era andata a trovare i suoi genitori, come di solito faceva tutti i mercoledì, per questo ho pensato che quel giorno era mercoledì.
Ci siamo date un appuntamento vicino all'antico cimitero, che si trova dietro la chiesa del paese.
Arrivò puntuale e mi chiese il perché di quel luogo:
-  È un posto molto solitario, qui possiamo passeggiare e parlare tranquillamente, le dissi.
- Toppo deserto, andiamo lungo la strada che porta alla cappella del convento delle carmelitane, aggiunse lei.
Abbiamo camminato lentamente, seguendo la ripida strada, verso la parte alta del paese, che sembrava viva come un villaggio in festa. Si vedevano, nonostante la tarda ora della notte, tutte piccole finestre illuminate.
Inés era felice perché non si sentiva più smarrita.
Abbiamo visto che la torre del convento era caduta. Ai lati della strada c'era uno strato di terra bianca che sembrava neve.
Ci siamo accorti che quella polvere bianca non era altro che calce e macerie degli edifici bombardati.
Ho preso un pezzettino di specchio che luccicava tra montagne di rovine. Noi due amiche ci siamo viste riflesse circondate dagli orrori della guerra: scoppi, spari, crolli, urla, sangue, fumo, polvere, ma soprattutto tanta paura.
Sono arrivati due camion con molti giovani soldati, che ci chiedevano da bere e da mangiare. Alcuni avevano ancora la forza di ringraziarci facendoci dei complimenti. Uno di loro fischiava una melodia che sembrava una habanera1 triste .
Una donna è scesa da un carro e mi ha messo un neonato tra le braccia. Di corsa ci siamo rifugiati in una cantina, il piccolo non smetteva di piangere, perché aveva fame. Io volevo avvicinarlo al mio seno ma non riuscivo a trovarlo. Inès mi ha preso il bambino e lo ha attaccato al suo petto gonfio di latte.
Dopo poco Inés e il bambino si sono addormentati. Ho sentito un gran benessere guardando la mia amica con il neonato tra le braccia. La sua immagine mi riempiva di speranza, nonostante le lotte e i tumulti che c'erano per le strade.
Mentre provavo quelle belle sensazioni, ho sentito suonare la sveglia di U., che quella mattina doveva alzarsi presto perchè i muratori dovevano sistemare un vecchio pozzetto nel cortile del rilegattore. Erano le sette in punto del mattino.
Ero contenta di essermi svegliata presto, perché prima di andare al lavoro potevo prepararmi un bella colazione, trascrivere quanto avevo sognato e soprattutto finire di rileggere  l'ultimo capitulo di La plaça del diamant, l'ultimo che mi aveva rilegato il Signor Tinelli.

1 è un tipo de canzone di ritmo lento che ebbe origine a Cuba alla fine del secolo XIX




El notario y el sueño

Ese dia a las seis en punto de la tarde fuimos a la notaría para firmar unas escrituras.
Habíamos comprado un viejo local artesanal a pocos metros de distancia de nuestra casa.
El Signor Tinelli había encuadernado libros en aquel taller durante muchos años. Cada mañana me saludaba contento mientras abría la ruidosa puerta de hierro. En la parte anterior había una mesa rectangular muy larga, sobre la cual sobresalían, entre decenas de pilas de hojas imprimidas y cartones de bonitos colores, una prensa y una máquina para cortar papel. En la trastienda tenía una especie de cuarto de estar, donde leía.
El signor Tinelli estaba muy orgulloso de su pequeño laboratorio. Hace un par de años cuando le dije que queríamos comprar un local para poner las bicicletas y para usarlo como trastero, me dijo que como el suyo no había ninguno en toda Firenze. Alabó su taller porque además de poseer un cuarto del baño, tenía un patio muy amplio que daba mucha luz. Estaba contento de haber alquilado, desde que era muy jovencito, ese lugar donde había pasado toda su vida encuadrenando libros.
Pasaron los meses y no dimos con ningún local, algunos eran demasiado pequeños, otros eran destartalados y estaban en malas condiciones y los grandes y bonitos eran demasiado caros para nosotros.
Un día vi al encuaderndor de bracete con su mujer, parecía muy débil, me dijo que había pasado una gripe muy fuerte. Al cabo de unas semanas, notando que el taller del Signor Tinelli siempre estaba cerrado, pregunté por él y me dijeron que había muerto.
 - Era joven aún para morirse, no tenía más de seteinta años, pensé.
 - Pobre encuadernador! dijo U., cuando se lo contè.
Su hija de unos cuarenta años y su mujer todavía joven, vaciaron el taller y dejaron de pagar el alquiler, porque era demasiado doloroso para ellas conservar aquel lugar, que había quedado abandonado y sin vida. El Signor Tinelli dejando la puerta abierta, para que entrara la gente y los chiquillos del barrio, lo tenía siempre vivo. Los dueños del local decidieron venderlo entre particulares. A causa de la crisis económica el cartel se quedó colgado muchos meses, hasta que un día  vi un anuncio nuevo; una agencia inmobiliar lo ponía en venta, a un precio mucho más bajo con respecto al que nos había pedido al principio uno de los dueños. Los tres propietarios, dos hermanos de unos sesenta años y la  madre viuda, aceptaron en seguida nuestra oferta, pues estaban cansados de esperar.
La tarde que fuimos a firmar las escrituras era lluviosa y entramos en la notaría chorreando de agua. La secretaria fue muy amable con nosotros y nos acompañó a la sala de espera, donde había un grupo de personas, los dueños del taller y los gestores de la agencia inmobiliar, simpáticas y cordiales. Al cabo de poco tiempo nos llamaron para empezar el acta notarial.
El Notario tenía unos cincuenta años y se notaba que le gustaba su trabajo, pues nos contó detenidamente el acta oficial que estabamos firmando. Nunca había conocido a un Notario tan comunicativo. Era un hombre especial, pues tenía todo el despacho tapizado de buhos: estatuillas, cuadros, marcos, lápices, plumas, sellos etc. Nos dijo que era un fervoroso aficionado de la contrada della civetta 1 de Siena , donde había pasado toda su juventud.
Mientras esperábamos el registro de las escrituras,empezamos hablando del taller del encuadernador y acabamos alabando los hospitales de mi tierra, pues el Notario tenía un hijo que estudiaba psiquiatría en Cataluña.
Al final nos despedimos intercambiándonos nuestro correo electrónico.
Esa noche dormí muy bien, sin embargo a las cinco en punto de la madrugada me desperté.
Mi cabeza estaba llena de emociones: escrituras, firmas, cheques, buhos. Fui a la cocina y miré por la ventana. Aún no había salido el sol y pensé en que el signor Tinelli, ya no habría encuadernado más libros, pero que nosotros habríamos custodiado, junto a su taller, el recuerdo de su antiguo oficio.
Este pensamiento me relajó y volví a la cama.
Soñé y soñé que estaba en el pueblo de la costa catalana donde nací, era de noche y estaba llamando a mi amiga Inés. Tenía muchas ganas de verla. Estudié con ella el Bachillerato y durante los años universitarios salíamos juntas muy a menudo. Hacía más de treinta años que nos carteábamos, mejor dicho yo le escribía, ella con todos sus ocupaciones, no tenía mucho tiempo para hacerlo, pero siempre me telefoneaba. Mi amiga vivía cerca de Barcelona, era muy activa, le sobraba energía para hacer   miles de cosas: daba vueltas por la península en coche trabajando, a raíz de su deseo de adoptar un hijo, fue a Moscú a buscar a dos niños tan vivarachos, que  mataban  de cansancio, superó con gran valor una grave enfermedad, crió a dos perras muy juguetonas que le destrozaron  los muebles de su  casa, se ocupaba de tres viejecitos de su familia y naturalmente amaba mucho a su  marido, un hombre muy pausado.
Había tenido suerte, encontré a Inés en el pueblo, ya que había ido a visitar a sus  padres, ya viejecitos, como hacía cada miércoles, de allí deduje que era miércoles.
Le di una cita cerca del antiguo cementerio, que estaba detrás de la la iglesia del pueblo.
Llegó puntual y me preguntó el porqué de aquel lugar.
- Es un sitio solitario, aquí podremos pasear hablando tranquilamente, le dije.
- Demasiado desierto, vayamos por la cuesta hasta la capilla del convento de las carmelitas, añadió ella.
Andamos muy despacio siguiendo un trecho empinado, hacia la parte alta del pueblo, que parecía vivo como una aldea de fiesta, pues a pesar de las altas horas de la noche, las ventanas pequeñas de las casas se estaban iluminado. 
Inés estaba contenta, pues ya no se sentía tan desemparada.
Vimos que el convento estaba derrumbado. A los lados de la calle había una capa de tierra blanca que parecía nieve.
Nos dimos cuenta de que aquel estrato blanco estaba formado por cal y ruinas de los edificios que habían sido bombardeados.
Cogí un trocito de espejo que brillaba entre los montones de desperdicios. Las dos nos  vimos reflejadas y a nuestro alrededor descubrimos los  horrores de la guerra: estallidos, humo, bombas, sangre,  polvo y sobre todo tanto miedo.
Llegaban camiones con muchos soldados jóvenes, quienes nos pedían de comer y de beber.
Algunos tenían la fuerza para echarnos piropos. Uno de ellos silbaba una habanera triste. 
Bajó una mujer de un carro y puso en mis brazos un recien nacido.
Nos refugiamos en una taberna, el pequeño seguía llorando, porque tenía hambre. Yo quise darle de mamar, pero no lograba encontrar mis penzones. Inés me cogió el bebé y se lo puso en  su pecho, hinchado de leche.
Al cabo de poco Inés y el niño se durmieron plácidamente. Sentí un gran bienestar mirando a Inés dormida con el recién nacido en sus brazos. Su imagen me llenaba de esperanza, a pesar de las luchas y de la violencia que habíamos visto por las calles.
Mientras estaba saboreando el placer de aquel momento,  oí el despertador de U., quien aquella mañana tenía que levantarse temprano para que los albañiles pudieran arreglar las alcantarillas del patio del  encuadernador. Eran las siete en punto de la mañana.
Estaba contenta  por haber madrugado, porque antes de ir a trabajar tendría tiempo para  prepararme  un buen desayuno, para tomar apuntes de aquel sueño tan raro  y sobre todo para terminar de leer el último capítulo de la plaça del diamant,  uno de los últimos libros  que me había encuadernado el signor Tinelli.


1 El barrio del Buho es uno de los muchos sectores en los que se divide la ciudad de Siena para jugar al Palio, juego medieval que consiste en una carrera de caballos alrededor de la  plaza del campo.

sabato 23 giugno 2012

La nit de San Joan - La noche de San Joan - La notte di San Giovanni














Quin dia és avui? Em va preguntar el meu home mentre estava arreglant un despertador digital la mar de vell, que havia comprat als nostres fills, quan eren petits.
Era de plàstic negre i el seu disseny dels anys setanta. Tenia una pantalla rectangular, on els nombres grans, que indicaven les hores i els minuts, semblaven dos ulls a l'aguait. Enmig, dos botonets verticals, que s'encenian i s'apagavan com si aquella cara tingués un tic, marcaven els segons.
- Avui és el 23 de juny, el dia de la revetlla de Sant Joan, li vaig contestar.
M'havia anat a viure a la Toscana feia més de trenta anys, però encara recordava les nits de Sant Joan de la meva infància.
Amb els nens del barri, amb un carretó que guiava un dels més grans, anàvem demanant per les cases mobles vells per cremar.
Era emocionant empènyer aquell carro ple de potes de taules, calaixos, cadires destrossades, tauletes de nit coixes, capçals de llits atrotinats, marcs trencats, penjadors i altres atuells.
Molts veïns es treien de sobre els mobles del rebós, altres ens donaven munts de diaris.
En Ramon, un jove pagès, que domava cavalls amb molta afició, ens donava sempre una bala de palla. La senyora Mercè, vídua des de feia molt de temps, cada any ens regalava un vestit complet, americana, pantalons, armilla, camisa, corbata i barret, del seu difunt marit, que havia estat l'advocat més il·lustre del poble.
Pere, un noi tímid i solitari, amb la palla i la roba de l'advocat difunt, donava vida a un ninot. Després amb les seves mans dibuixava i construïa una màscara de cartró, que cada any era diferent, però que sempre representava a un home que es burlava de tothom.
En un racó de la plaça principal del poble s'apilaven els mobles i els trastos que havíem recollit. Posaven al ninot sobre la pila, assegut en una butaca, potser una mica coixa però encara confortable. El cavaller de la bella figura s'aguantava amb un bastó ferruc.
Aquella nit ningú sopava, ja que tots corríem excitats pels carrers buscant les últimes coses per cremar.
El moment més emocionant era quan encenien la foguera i tothom es quedava quiet i bocabadat.
Encara veig les nostres cares feliçes il·luminades per les flames i sento el cruixit de la fusta. De tant en tant apareixien els llums dels focs artificials llunyans.
Quan el ninot s'acabava de consumir tots els nois començaven a córrer al voltant de la foguera tirant petards, però jo sempre em quedava com embruixada al davant del foc. M'agradava aquella olor de fusta cremada.
- Ja he aconseguit arreglar el despertador i introduir la data d'avui. Em va dir el meu home content.
Les seves paraules em van portar a la realitat i vaig pensar que tot i estant lluny de Catalunya, recordaria sempre la nit màgica de Sant Joan.


La noche de San Juan
¿Qué día es hoy? Me preguntó mi marido mientras estaba arreglando un viejo despertador digital, que había comprado a nuestros hijos, cuando eran chiquillos.
Era de plástico negro y su diseño de los años setenta. Tenía una pantalla rectangular, donde los números grandes, que indicaban las horas y los minutos, parecían dos ojos al acecho. En medio, dos botoncitos verticales, que pulsaban como si aquella cara tuviese un tic, marcaban los segundos.
- Hoy es el 23 de junio, el día de la verbena de San Joan, le contesté.
Me había ido a vivir a la Toscana hacía más de treinta años, pero aún recordaba las noches de San Joan de mi infancia.
Junto a los niños del barrio, con una carretilla que guiaba uno de los mayores, íbamos  pidiendo por las casas muebles viejos para quemar.
Era emocionante empujar aquel carro lleno de patas de mesas, cajones, sillas  destrozadas, mesitas de noche cojas, cabezales de camas destartalados, marcos quebrados, perchas y demás cacharros.
Muchos vecinos se quitaban de encima los muebles del trastero, otros nos daban montones de periódicos.
Ramón, un joven  payés, que  domaba caballos con mucha afición, nos entregaba siempre una bala de paja. La señora Merçè, viuda desde hacía mucho tiempo, cada año nos regalaba un traje completo, americana, pantalones, chaleco, camisa, corbata y sombrero, de su difunto marido, que había sido el abogado más ilustre del pueblo.
Pere, un muchacho tímido y  solitario, con la paja y la ropa del abogado difunto, daba vida a un ninot1. Luego sus manos, decididas y mañosas construían una máscara de cartón, que cada año era distinta, pero que siempre representaba a un hombre que se burlaba de todo el mundo.
En un rincón de la plaza principal del pueblo se apilaban los muebles y los  trastos que habíamos recogido. Ponían al muñeco encima del montón sentado en una butaca, quizás un poco coja pero aún confortable. El caballero de la bella figura se aguantaba con un recio bastón.
Aquella noche nadie cenaba, pues todos corríamos excitados por las calles buscando  los últimos  cachivaches para quemar.
El momento más emocionante era cuando encendían la hoguera y todo el mundo se quedaba pasmado y boquiabierto.
Todavía veo nuestras caras felices iluminadas por las llamas y oigo el crujido de la madera. De vez en cuando aparecían  a lo lejos las luces de los fuegos artificiales.
Cuando el ninot se acababa de consumir todos los chicos empezaban a correr alrededor de la hoguera tirando petardos, pero yo siempre me quedaba como embrujada en frente del fuego. Me gustaba aquel olor de madera quemada.
- Ya he logrado arreglar el despertador e introducir la fecha de hoy. Me dijo  mi marido contento.
Sus palabras me llevaron a la realidad y pensé que a pesar de estar lejos de Cataluña,  recordaría siempre la noche mágica de San Joan.
1muñeco

La  nit  de San Joan1
Che giorno siamo oggi? Mi chiese mio marito, mentre accomodava una vecchia sveglia digitale che aveva comprato qualche anno prima per i nostri figli, allora ragazzi. Era di plastica nera con un disegno anni settanta. Aveva un schermo rettangolare, dove i numeri grandi che indicavano le ore e i minuti, sembravano degli occhi vigili. I secondi erano scanditi da due bottoncini che in mezzo  pulsavano come se quel viso avesse un tic.
- Oggi è il 23 giugno il giorno de la  revetlla de S. Joan2. Gli  risposi. 
Mi ero trasferita da più di trent'anni in Toscana, ma le notti di S. Joan della mia infanzia non le avevo mai  dimenticate.
Da piccola con gli altri ragazzi del quartiere andavamo, con un carretto guidato da quelli più grandi, a chiedere ai vicini mobili vecchi da bruciare.
Era emozionante spingere quel carro colmo di gambe di sgabelli, cassetti di antichi tavoli,  cornici spaccate, sedie con l'impagliatura sfondata, testate di letti in disuso, attaccapanni e altri  oggetti. Molti vicini si liberavano dei mobili  conservati nel ripostiglio, altri ci davano pile di giornali.
Ramón, un giovane contadino, che aveva la passione di domare cavalli, ci regalava sempre della paglia. La signora Merçè, rimasta vedova da molto tempo, ogni anno ci donava un vestito completo di giacca, camicia, gilè, pantaloni e cappello del suo defunto marito, che era stato un illustre avvocato del paese.
Pere, un ragazzone timido e riservato, era quello che con la paglia di Ramòn ed i vestiti del defunto avvocato costruiva un ninot3 . Dopo, le sue mani decise e sapienti  davano vita a una maschera di carta pesta, che ogni anno era diversa, ma che sempre rappresentava un uomo che prendeva in giro tutti.
In un angolo della piazza principale del paese venivano accatastai i mobili e gli oggetti raccolti. Il ninot, veniva sistemato in una poltrona, forse zoppa, ma ancora comoda. L'uomo, della bella figura,  sempre  era retto da robusto  bastone.
Quella sera nessuno cenava, correvamo eccitati per le strade in cerca di altre cose da bruciare.
Il momento più emozionante era quando accendevano il falò e tutti rimanevamo incantati. Vedo ancora i nostri visi felici illuminati dalle fiamme e sento gli scoppiettii della legna. Ogni tanto arrivavano bagliori di lontani fuochi d'artificio. Quando il ninot era ormai bruciato tutti i ragazzi cominciavano a correre intorno, buttando petardi, ma io rimanevo come stregata di fronte al grande falò.
Mi piaceva l'odore della legna bruciata.
- Sono riuscito a mettere a posto la sveglia e a inserire la data.  Mi  disse contento mio marito.
Le sue parole mi riportarono al presente e  pensai, che nonostante mi trovassi lontano dalla Catalogna, avrei sempre ricordato la notte magica di San Joan.


1 Notte di San Giovanni
2 Notte di festa in onore a San Giovanni. Ogni regione di Spagna la celebra in modo differente, con tradizioni strettamente popolari. E’ una delle celebrazioni più sentite in Catalogna, dove viene anche chiamata anche Revetlla de Sant Joan, Nit del Foc, Nit de les Bruixes (streghe). Non si conosce bene l’origine di questa festa, ma secondo alcune fonti incerte sembra che sia di origine pagana anteriore al Cristianesimo. Altri intravedono invece un carattere burlesco e allegro, in quanto la notte più distante dal Natale e quindi particolarmente amata dai demoni.
3 Pupazzo





giovedì 14 giugno 2012

Il gazpacho di mia madre - El gazpacho de mi madre












L'altra notte non riuscivo a prendere sonno, avevo caldo e forse per questo mi è venuto in mente il gazpacho. Ho pensato che era tanto che non preparavo un buon gazpacho.
Mia madre non lo cucinava mai perché diceva:
- il gazpacho è troppo freddo e inoltre ci sono i peperoni, quindi non fa bene alla salute.
Né lei né mio padre potevano soffrire i peperoni e le spezie piccanti o esotiche, per questo la nostra cucina catalana era semplice, austera e un po' insipida.
Il mio primo vero gazpacho l'ho gustato a Siviglia dove ero andata con U. nell'estate del 1978 . Era uno dei primi viaggi che facevamo insieme. Le giornate erano talmente calde che questo cibo freddo, servito in una coppetta circondata da pezzettini di verdure e pane tostato, è stato per me una benedizione del cielo.
In Toscana, dove mi ero trasferita dopo poco, ho provato a rifare il gazpacho, ma non mi veniva buono come quello sivigliano. Ho chiamato mia madre e lei dopo pochi giorni mi ha inviato un libro di cucina spagnola, che ancora conservo e consulto quando dimentico qualche ricetta.
Questo piatto mi ha fatto passare delle belle serate con gli amici: 
 Ecco la ricetta del gazpacho di mia madre:
800g di pomodori maturi
un cetriolo piccolo
mezzo peperone verde (va bene anche rosso)
uno spicchio d'aglio
una cipolla non troppo grande (meglio bianca)
2 fette  di pane raffermo
due cucchiai di aceto
un bicchierino e mezzo di olio d'oliva
un litro d'acqua (molto meno se lo volete più denso)
sale (si può aggiungere anche un po' di pepe nero)
Si prendono tutti i i pomodori (tranne che uno, che si conserva per la fine) e si fanno scottare in acqua bollente. Gli si leva la buccia e si fanno a pezzettini. Si taglia il peperone, il cetriolo e la cipolla.
Si bagna il pane con aceto, olio e acqua. Con il frullatore si passano le verdure, il pane e l'aglio aggiungendo un po' d'acqua.
Si aggiunge  lentamente più olio e acqua mescolando bene, se necessario. Volendo si può passare il tutto con un colino per farlo diventare più fine.
Si mette in frigo fino a quando sarà servito.
Si serve i piccole ciotole o in tazze e si accompagna con pane tostato tagliato a quadratini, pezzettini di pomodoro, cetriolo, peperone, cipolla, uova soda, ecc.


El gazpacho de mi madre
Anoche no conseguìa dormir, tena calor y no sé porque pensé que hacía tiempo que no habìa hecho un buen gazpacho.
Mi madre no lo preparaba nunca porque decía:
- el gazpacho es demasiado frio y además hay pimientos, por lo tanto no es bueno para la salud.
Ni ella ni mi padre soportaban los pimientos y las especias picantes o exóicas, por eso los platos de la cocina catalana de mi infancia eran sencillos, austeros y un poco sosos.
Saboré mi verdadero primer gazpacho en Sevilla, donde fui con U. durante el vereano de 1978. Era uno de lo primeros  viajes que haciamos juntos.
Los días eran tan calurosos que esa sopa fría, servida en una tacita y aliñada con trocitos de pan tostado y otras verduras era para mí una bendición del cielo.
En Toscana, donde me trasladé  en aquel entonces, intenté preparar el gazpacho, pero no me salía tan bueno como el sevillano.
Llamé a mi madre y al cabo de pocos días me enviò un libro de cocina española, que aún guardo y consulto cuando olvido alguna receta.
Gracias a ese plato he pasado buenas veladas con los amigos.
Aquí tenéis la receta de mi madre:
800g de tomates
un pepino pequeño
medio pimiento verde (o rojo)
un diente de ajo
una cebolla mediana (mejor blanca)
2  rebanadas. de pan algo duro
2 cucharadas de vinagre
uno  vasito y medio de aceite
1 litro de agua (o menos  si lo queréis más denso)
sal (se puede agregar un poco de pimienta)
Reservar un tomate para la guarnición; los otros se escaldan unos momentos en agua hirviendo, se pelan y se trocean grandes. El pimiento se limpia y se trocea, también el pepino pelado y media cebolla.
Remojar el pan en un poco de agua, vinagre, aceite y añadir un poco de sal Con la batidora, se trituran todas las verduras, el pan y el ajo pelado, con un poco de agua.
Agregar despacio un poco de  aceite, removiendo bien y agua si es necesario.
Si se desea que el gazpacho quede muy fino, puede pasarse por un colador, pero generalmente no hace falta.
Mantener en la nevera hasta el momento de servirlo.
Se sirve en pequñenos boles de tierra o bien en tazas y se acompaña, al gusto, con daditos de pan tostado, tomate picado fino, pepino, huevo duro, cebolla, pimiento verde o rojo, etc. 

Bon profit. Buon appetito. Buen provecho.