domenica 6 novembre 2016

Le ragazze di mare


















Il postino era arrivato cantando, Francesca sentì la sua voce dalla finestra aperta. Quella mattina doveva andare al lavoro più tardi del solito, per questo decise di cominciare la giornata lentamente. Quindi sarebbe andata a prendere il giornale e il pane dopo una bella colazione.
La sua era una vita tutta di corsa tra ufficio e casa. In realtà si occupava di ben due abitazioni, la propria e quella di una zia ottantenne del marito che non si era mai voluta sposare. La zia abitava al primo piano di una palazzina ottocentesca. Quasi tutte le mattine andava a fare la spesa, poi si cucinava un piatto di pastasciutta piuttosto piccante, perché diceva che i peperoncini allungavano la vita. Faceva la siesta e nel pomeriggio ascoltava la radio mentre faceva la calza. Aveva tre gatti che lasciavano pelo dappertutto. La vecchia zia, vedendoci sempre di meno, non riusciva a tenere in ordine la casa, ma non ne voleva sentire parlare di aiuti domestici o badanti. Non aveva perso l'aria da maestrina, le piaceva spiegare minuziosamente ai nipoti le notizie o curiosità che aveva sentito alla radio o visto alla televisione. Francesca l'aveva quasi convinta a far pulire l'appartamento da una vicina di casa che era rimasta vedova da poco e doveva arrotondare la magra pensione, ma per il momento, quando c'era bisogno, lei e il marito correvano da una casa all'altra.
Vi chiederete se Francesca quella mattina non fosse curiosa di sapere se c'era posta per lei. In realtà le era sempre piaciuto scrivere e ricevere lettere da amici o dalla madre, ma da quando questa era mancata, non ne riceveva più. Con gli amici manteneva corrispondenza esclusivamente via mail, quindi negli ultimi tempi la sua posta si limitava ad annunci pubblicitari. Nonostante sapesse che era una cosa quasi impossibile, mentre scendeva pensò che le sarebbe piaciuto ricevere una lettera, ma quando fu in fondo alle scale, preferì non aprire la cassetta e farlo dopo, rientrando a casa.
Nella cassetta trovò, tra le solite bollette, una busta bianca senza mittente. Non riconobbe la calligrafia, ma dal francobollo e dal timbro postale capì da dove proveniva.
Salì di corsa le scale fino al secondo piano, aprì la porta e lasciò sul tavolo la busta della spesa e, senza nemmeno levarsi il cappotto, si sedette sul divano del soggiorno e lesse:
Cara Amica,
dopo tanti anni ci siamo incontrate nella tua città. Sono contenta di aver avuto il coraggio di scriverti per fissare l'appuntamento.
In tutto questo lungo tempo in cui non ci siamo viste, sono successe tante cose. Il nostro incontro è stato troppo breve. Che belle risate ci siamo fatte, raccontandoci aneddoti dell'infanzia! Ma abbiamo parlato ben poco della nostra vita di adulte.
Perché non abbiamo mai trovato il modo di incontrarci ogni volta che tu ritornavi? Lo venivo a sapere da mia madre che vedeva la tua, ogni sabato pomeriggio, dal parrucchiere. Posso immaginarle a parlare, fitto fitto, mentre erano sotto il casco ad asciugarsi i capelli.
Le altre donne, con i bigodini in testa si sentivano spavalde. Mi sembra di sentire una delle signore che chiede a mia madre con tono insolente:
- Quando hai detto che saranno le nozze di tua figlia col quel fidanzato di famiglia nobile?
Mia madre, pur di fare bella figura, riusciva sempre, con varie scuse, a rimediare dicendo:
- Il mio futuro suocero ha gravi problemi di salute, di matrimonio se ne parlerà il prossimo anno.
Non so come mai facevo così, in quel periodo avevo bisogno di apparire, volevo vedermi fotografata insieme a un uomo famoso nelle riviste di cronaca rosa. Mi intrufolavo dappertutto, bastava ci fossero giovani rampolli. Qualche volta sembrava che il fidanzamento stesse andando bene, ma poi andava a rotoli. Sì, da allora ho cominciato a mentire alla grande.
Già da piccola avevo il vizio di dire bugie, mi viene in mente una volta che siamo andate in gita in montagna, con un'associazione escursionistica. Avremo avuto tredici o quattordici anni. Credo di conservare ancora una fotografia: noi due in primo piano con i volti infreddoliti, coperte con giubbotti fuori moda, berretto di lana, pantaloni corti di velluto e calzettoni fino al ginocchio, sullo sfondo gli zaini appoggiati per terra vicino a un affioramento roccioso. Noi ragazze di mare eravamo imbranate nel maneggiare sacchi a pelo e tende, forse in realtà eravamo un po' spaesate.
Ti ricordi del giorno del nostro arrivo? E della scolaresca di Milano che abbiamo incontrato? Erano sistemate accanto a dove noi dovevamo piantare le tende, vicino la casa rifugio dove si mangiava e si andava in bagno. Che freddo che abbiamo patito!
Sicuro che ti sei accorta che una notte di nascosto sono andata a dormire nella tenda delle milanesi. Avevo come sempre esagerato raccontando loro che i miei erano molto ricchi. Per questo il giorno dopo vi evitavo e stavo sempre con le ragazze di città.
Mi vergognavo di voi, le mie care amiche d'infanzia. Mi sembravate tutte grezze e sempliciotte. Le vostre unghie era in disordine, come i vostri capelli. Mentre io fin da piccola ci tenevo molto all'aspetto fisico. Sapevo di non essere bella, ma ce la mettevo tutta per esserlo, avevo cominciato a vestirmi elegante e ad usare scarpe con un po' di tacco. Potrai immaginare quanto ho sofferto durante quella gita, cui mia madre si era ostinata a farmi partecipare. Mi sentivo brutta, infagottata in quegli orribili indumenti che tra l'altro erano di mia cugina, bassa senza i miei mocassini col tacco e avevo cominciato a depilarmi le gambe non vedendo l'ora di ritornare a casa per farmi la ceretta perché sentivo i peli che ogni giorno crescevano di un millimetro.
Non ti ho mai detto che una sera una delle ragazze di Milano propose un gioco di ruolo, così lo chiamava lei, che consisteva nel fare finta di essere una coppia adulta di innamorati, quindi a forza di carezze e manipolazioni era diventato un gioco sessuale. Voi ragazze di mare eravate molti anni luce da quel mondo, pettinavate ancora le bambole. Dopo quella gita ho cominciato a frequentare ragazzi di città e d'estate giovani villeggianti che venivano a passare le vacanze nel nostro paese. Non mi interessavate più né voi né i maschi della nostra età, nonostante due di loro, i più belli, mi avessero fatto perdere la testa l'anno prima.
Non fraintendermi, mi piaceva anche stare con voi, perché eravate allegre, ma i maschi di città mi attraevano di più. Mi sentivo dimezzata, da una parte c'eravate voi dall'altra c'era la mia via di fuga. Ripensandoci adesso forse avevo troppa fretta di tuffarmi nel mondo degli adulti.
Tu non avevi mai detto di voler partire. Sembravi tranquilla, ricordo che l'unica cosa che ti dava fastidio era il fatto che ti affibbiassero come fidanzato un ragazzo del paese. Volevi essere libera. Poi quando è stata l'ora hai preso la decisione di abbandonare la nostra terra, andando prima a studiare in città e poi all'estero. Io invece che ero la più disinibita e decisa a fuggire, sono ancora incatenata al nostro paese.
Penso che se mio padre non avesse ereditato il negozio di sartoria nella piazza principale, le cose sarebbero andate diversamente: i miei genitori non avrebbero ingrandito l'attività, smerciando ogni genere di abbigliamento, non avrebbero pensato solo a vendere per fare un mucchio di soldi e soprattutto non avrebbero trascorso l'intera giornata in negozio.
Ti ricordi quelle volte che venivi a prendermi per andare a giocare? Mentre mi aspettavi ti mettervi dietro il bancone e guardavi come mia madre incantava le clienti con le sue chiacchiere. Io detestavo quel negozio.
Non ti ho mai fatto salire nella nostra casa, sopra la bottega. Si sviluppava su due piani: al primo la cucina, il salone, sempre pieno di merce, e un piccolo bagnetto, al secondo due camere da letto e uno stanzino. Per noi era tutto un sali e scendi, per questo eravamo sempre nel retrobottega, la nostra abitazione era diventata un accessorio.
Sono stata cresciuta da zia Rosa insieme ai miei fratelli. Ti viene in mente? Aveva sempre un grembiule color topo, come i sui capelli.
Era una brava donna, ma piena di insicurezze e sensi di colpa. Non si sentiva a suo agio con mia madre, la quale non la poteva soffrire e la trattava come una serva. Mi diceva che avrebbe voluto aver una casa di proprietà e un lavoro, ma purtroppo in quei tempi era usanza che le donne nubili vivessero con uno dei fratelli coniugati, per occuparsi delle faccende domestiche e allevare i nipotini.
Povera zia Rosa! Quando ci ripenso mi viene la pelle d'oca, immaginando la misera vita che le toccò fare, sempre chiusa in casa, a pulire, cucinare e allevare figli altrui. Inoltre i miei genitori erano piuttosto tirchi, come del resto gran parte della mia famiglia. La povera zia, si recava al mercato alla fine della mattinata per raccogliere i capi rotti di frutta e verdura. Poi la sera andava dalla pescivendola, dove verso le sette arrivava il pesce fresco dal porto. Ne comprava poco, ma chiedeva sempre che le regalassero code o teste per la sua pentola. L'odore di zuppa di pesce o di frittura impregnava tutta la casa, insieme al tanfo del cavolo che di solito in inverno faceva bollire a lungo.
La domenica era l'unico giorno che la vedevo sorridere, forse perché dopo la messa andava a trovare l'unica amica che aveva.
I miei nonni sono morti quando ero troppo piccola, non ho nessun ricordo di loro, ma zia Rosa mi parlava spesso di suo padre, il quale era molto amico di tuo nonno materno, credo che andassero insieme in cerca di uccelli, non tanto per mangiarli, quanto per tenerli in una gabbia. Mio nonno aveva una gran passione per i volatili e poca per il lavoro. Sua moglie in bottega doveva fare di nascosto l'usuraia per tirare avanti la famiglia.
Mi piace pensare che ognuno di noi abbia preso qualcosa dei propri antenati, ma di zia Rosa non riuscivo a realizzare cosa avessi ereditato. Fino a che l'altro giorno, ho trovato dentro un suo libro un ritaglio di giornale locale che diceva:
I Signori Lattuada annunciano il fidanzamento della loro figlia Rosa con il giovane Ernesto Giraldi, figlio dell'illustre Notaio della nostra cittadina. Le nozze sono previste per la prossima primavera”.
Zia Rosa non mi aveva mai parlato del suo fidanzato, ma pensandoci bene, mi vengono in mente sprazzi di conversazione che sentivo quando mi portava dalla sua amica, la quale ci offriva sempre una cioccolata calda.
Non ti ho detto che ultimamente ho più tempo libero, ho lasciato il mio impiego, adesso lavoro in proprio, ma con la crisi le cose non vanno del tutto bene.
Ho deciso di vendere alcune proprietà che mi sono rimaste in paese.
Adesso vado a letto, mi sento strana nella casa dove sono nata e cresciuta. Con i miei fratelli l'abbiamo tenuta in piedi, ma adesso dobbiamo proprio venderla perché cade a pezzi.
Mi ha fatto molto bene rivederti. Adesso sono più tranquilla, avevo paura di non essere riconosciuta da te. Ti devo raccontare ancora tante cose.

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