mercoledì 15 febbraio 2023

La bugia

 


Quella mattina di primavera, seduta nella sala d’attesa della dottoressa Pezzali, non sapevo ancora che stavo per sciogliere l'ultimo legame che mi era rimasto col paese dove ero nata e cresciuta. Da quando ero partita, quarant'anni prima, con l'ultimo treno da Barcellona verso l’Italia, avevo via via abbandonato il parrucchiere, l’estetista, il medico e la ginecologa di fiducia. Non riuscivo però ad staccarmi da Adrià Galcerán, il dentista, da cui ogni anno, quando andavo a visitare la famiglia durante le vacanze estive, mi recavo per un controllo.

Adrià aveva ereditato dal padre, Andreu Galcerán, lo studio dentistico, il primo aperto in paese. Fino alla generazione di mio nonno i denti li toglieva il barbiere, ma in seguito chi poteva permetterselo si spostava nella cittadina più vicina per farsi curare da un vero dentista. I genitori di Andreu, commercianti di farine e gestori del forno più grande del paese, decisero che lui avrebbe dovuto studiare a Barcelona in un collegio di gesuiti, mentre il secondogenito, Josep, fu avviato al lavoro di fornaio ancora adolescente, nell’anno in cui il fratello maggiore iniziava l’Università.

Le male lingue del paese dicevano che i coniugi Galcerán avevano sbagliato di grosso, avrebbero dovuto fare studiare Josep, più vispo di Andreu che invece avrebbe dovuto fare il fornaio.

Quando mia madre mi portò per prima volta nel suo studio, Andreu Galcerán non arrivava alla cinquantina ma i folti baffi grigi sul suo viso paffuto lo facevano sembrare più anziano. Era un uomo alto e grosso, parlava poco, ma quando lo faceva brontolava. La sua forza apparente svaniva quando si muoveva senza brio da una stanza all’altra dello studio medico che aveva sistemato nella parte posteriore della sua abitazione.

Immobile, sdraiata sulla poltrona sopportavo a malapena il respiro affannoso di quell’uomo che sbuffava sul mio viso. Al posto dei guanti usava due guaine di gomma, una sul pollice e l'altro sull'indice della mano destra, quel sapore di gomma mi procurava nausea, ma mi imponevo di resistere per non vomitare. Scrutavo con attenzione il lucernario che illuminava la stanza e contavo le macchie, le crepe e gli altri dettagli del soffitto mentre lui controllava i miei denti, ma quando usava il trapano chiudevo gli occhi aspettando che quel martirio finisse al più presto, poi borbottava qualche parola incomprensibile e mi accompagnava alla porta trascinando il suo goffo corpo.

Di solito uscivo stordita e con la guancia gonfia, ma prima di rientrare a casa spesso mi fermavo alla panetteria. Entrando avvertivo il profumo del pane appena sfornato e l’odore del lievito madre. Per un po’ rimanevo incantata a guardare il fornaio mentre tagliava con destrezza le lunghe schiacciate morbide e i pezzi di dolce e con uno strofinaccio levava dalla bilancia e dal bancone le briciole e la polvere di farina, proveniente dai sacchi che s’intravedevano nel retrobottega. Le volte in cui dovevo aspettare il mio turno ammiravo la disposizione ordinata delle pagnotte, dei panini e delle baguette negli scalfali.

- Prendi una magdalena, è molto soffice, non ti darà fastidio alla bocca che il macellaio di mio fratello ti ha massacrato, mi diceva il fornaio scherzando.

- La prendo volentieri anche se fino a stasera non la potrò mangiare.

A quel tempo Andreu era un fumatore accanito, accendeva una sigaretta tra una visita e l'altra, ma qualche volta lo faceva addirittura a metà visita, mentre con la bocca aperta il paziente di turno era in attesa che l'otturazione facesse presa. Quando qualche anno dopo fu obbligato a smettere di fumare per problemi al cuore, cominciò ad ingrassare a dismisura divorando voracemente i ricchi piatti che ogni giorno la moglie Raquel gli preparava.

Raquel era stata la ragazza più bella del paese, l’ultima figlia di una famiglia numerosa. La sua grande ambizione l’aveva fatto accettare la proposta di matrimonio di Andreu, nonostante fosse innamorata del fratello. Josep, a quel tempo era un bel ragazzo, alto e asciutto, simpatico e sempre di buon umore, e più di una ragazza del paese lo avrebbe voluto come marito, ma lui, non potendo sposare Raquel, si decise a scegliere la sua migliore amica. Nonostante le due coppie si frequentassero nel paese si mormorava che tra i due fratelli non corresse buon sangue.

Adrià, il figlio di Andreu, appena laureato dovette indossare il camice bianco e sostituire il padre, morto all’improvviso per arresto cardiaco. Adrià si muoveva con garbo fra le attrezzature dentistiche e trattava in modo affabile pazienti e infermiere. Ogni volta che mi recavo nel suo studio rimanevo incantata dalle sue chiacchiere, forse era il suo metodo per mettere i pazienti a proprio agio, pensavo, il caso è che quell’uomo ci sapeva fare.

Continuai per anni ad andare da Adrià Galcerán fino a quando mi si ruppe un dente. Mentre mio marito mi consigliava di andare dal suo dentista che a me non piaceva affatto, mi venne in mente la dottoressa Pezzali di cui mi aveva parlato una amica. Fissai un appuntamento per la settimana successiva. Arrivai puntuale.

- E’ stata molto fortunata, la signora che era dietro di lei ha cancellato la visita, quindi siamo in grado di iniziare il trattamento oggi stesso, mi disse la dentista sorridendo.

La dottoressa Pezzali, infagottata con un camice e berretto verdi, muoveva con cura gli strumenti che via via inseriva nella mia bocca, spiegandomi dettagliatamente cosa stava facendo e questo modo di procedere mi ricordava Adrià Galcerán. Ho chiuso gli occhi e la mia mente è volata verso il mio dentista catalano.

- Sei una delle miei pazienti più affezionate, non credo che nessuno faccia mille chilometri per venire da me, disse sorridendo Adrià l’ultima volta che sono stata da lui.

- E tu sei il mio dentista di fiducia.

- Tra non molto andrò in pensione, lascerò lo studio a mio figlio, quindi credo che ci vedremo di meno, per questo oggi ti voglio raccontare una vicenda della mia famiglia, prima che ti arrivi da altre fonti. Al funerale di mia madre ho scoperto per puro caso che alcune pettegole alle mie spalle diceva che, essendo mio zio ed io come due gocce d’acqua, Josep doveva essere mio padre. E’ stato un duro colpo sentire quelle parole e io ho cominciato a dubitare, evitavo di andare a trovare i mie zii, ma non sapevo bene cosa fare. Dopo la morte di mia zia ho avuto il coraggio di chiedere a zio Josep di sottoporsi insieme a me al test del DNA e abbiamo scoperto che lui è il mio vero padre, disse Adriá con voce tremante.

- Non ci posso credere! Come l’avete preso entrambi?

- Sono impazzito dal dolore, per me è inconcepibile che mia madre avesse custodito tutta la vita quel segreto. Mio zio Josep mi confessò che lui lo sospettava fin dal giorno della mia nascita, perché aveva avuto una breve relazione con mia madre, poco prima che lei si sposasse; poi lei, appena rientrata dal lungo viaggio di nozze, annunciò di essere incinta e fece capire al cognato che il figlio non era suo ma di Andreu. Josep dubitava, ma mia madre negava. Io sentivo che zio Josep era affezionato a me come un padre, ma non ho mai sospettato che lo fosse davvero mio padre. Come ha potuto fare questo mia madre? Ti rendi conto della menzogna in cui abbiamo vissuto per tutti questi anni?

Mentre Adriá pronunciava quell’ultima frase le sue labbra cominciarono a tremare e dovete sedersi. Poi si asciugò il viso con un fazzoletto e riprese a parlare:

- Mio zio è sconvolto come me. Non deve essere stato facile vivere sospettando la sua paternità.

- Pensi che tuo padre lo sapesse?

- Questo no lo sapremo mai. Ci vorrà tempo per riprenderci da questo trauma emotivo.

- Immagino quanto avrete sofferto tu e tuo zio, ma avete fatto bene a voler scoprire la verità. Per fortuna i tempi sono cambiati, il paese si è ingrandito e la gente non s’interessa più degli affari degli altri, provai a dire per allentare la tensione.

- Se vuoi che ti dica la verità, ora come ora non me ne importa niente di quello che dice o dirà la gente, adesso che Josep è rimasto da solo gli ho proposto di venire a stare da me.

Ritornai alla realtà, quando la dottoressa Pezzali, dopo un breve silenzio, disse che l’intervento era finito, in quel momento pensai che avevo finalmente trovato la mia nuova dentista.






sabato 4 febbraio 2023

Le sorelle Freixes

 


Per Teresa era fonte di orgoglio che nei giorni di festa le figlie vestissero bene. A quel tempo usava poco comprare capi confezionati, le donne rammendavano i vestiti vecchi e si cucivano da sole quelli nuovi, ma chi poteva permetterselo andava dalla sarta. La sartoria delle sorelle Freixes, era quella di fiducia di Teresa. Le due sarte avevano la fama di essere brave nel taglio e nel cucito di abiti alla moda.

Le sorelle Freixes avevano ereditato dalla madre una bella casa, che a sua volta aveva avuto da un'anziana ricca signora, per la quale aveva lavorato tutta la vita come domestica. La stanza dove le sarte cucivano era spaziosa, la luce entrava da un grande finestrone che dava sulla strada. Le sorelle contavano sull’aiuto di due compaesane bisognose di ricavare un piccolo stipendio. Le donne si sedevano vicino alla finestra, attorno a un tavolo basso di legno, dove tenevano rocchetti, ditali, forbici e cuscinetti con aghi e spilli. In un altro tavolo, venivano disegnati i modelli su carta da ricalcare sulle stoffe, con dei gessetti colorati. Non mancavano le macchine da cucire. In fondo c'era un immenso ripostiglio dove tenevano i tessuti, i capi da provare e gli abiti appena finiti, avvolti in carta velina, pronti per essere consegnati.

Maria, la sorella maggiore era abituata a comandare e a decidere tutto. Luisa, la minore, era più mite, quando Maria parlava, lei taceva. Luisa non era stata mai fidanzata e sotto sotto ne dava la colpa alla sorella.

Un giorno Teresa portò sua figlia Alicia, di dieci anni, dalle sorelle Freixes.

- Senti che belle cosce e che bel sederino ha questa ragazzina, disse Maria con uno sguardo insolente.

Alicia indietreggiò di qualche passo, diventando tutta rossa.

- Vorrei che tu facessi, per la festa di Pentecoste, un vestito come questo, disse Teresa, facendole vedere una fotografia, ritagliata da una rivista.

- Dai spogliati, devo prenderti le misure, disse la sarta, mentre guardava l’abito della foto.

Alicia cominciò lentamente a levarsi i vestiti.

- Sbrigati, non ho mica tempo da sprecare, esclamò Maria.

La bambina si sentì morire, in mutande davanti a quella donna brontolona.

- Non essere così rigida, non troverai mica marito, se stai così impalata, disse la sarta.

Alicia dovette pensare ad altro, per non scoppiare a piangere, mentre quella donna indelicata le prendeva le misure, toccandola con le sue gelide mani.

L’altra figlia, Caterina, sette anni più grande di Alicia, fu mandata dalla madre ad imparare a cucire dalle sorelle Freixes. Quando all'ora di cena ritornava a casa raccontava i pettegolezzi che sentiva nella sartoria, alcuni buffi, altri pieni di cattiveria.

Teresa parlava spesso delle sorelle Freixes, venerava soprattutto Maria, Alicia non sapeva cosa ci trovasse la madre in quella donna che a lei metteva tanta soggezione e imbarazzo.

Un giorno Teresa raccontò alle figlie che Maria aveva fatto perdere la testa a diversi uomini, ma che non era stata fortunata in amore.

- Dopo la guerra, il suo fidanzato è sparito, le male lingue dicono che è scappato con un’altra.

- Lei non ne parla mai di lui, ma una volta ci ha fatto capire che era caduto in guerra, disse Caterina.

- Non si saprà mai cosa sia realmente successo, nessuno conosceva il suo passato, era arrivato dall’Andalusia e aveva subito conquistato la ragazza più bella del paese, ma poi era scomparso misteriosamente, disse Teresa, sospirando.

- Maria Freixes è troppo orgogliosa, esclamò Caterina.

- Cosa intendi per orgogliosa, domandò Alicia?

- Che nasconde i suoi errori, rispose Caterina.

- Ma sarebbe un errore, essere abbandonata dal fidanzato?

- Volevo dire che Maria non vuole far vedere le cose che le sono andate male, disse un po’ scocciata Caterina.

- Fai troppe domande, adesso basta, tagliò corto la madre.

Dopo un anno Teresa accompagnò di nuovo la figlia dalle sorelle Freixes. Alicia ricordava l’insolenza della sarta, ma accettò di andarci, sperando che quella donna fosse meno sgradevole e per non litigare con la madre. Quel giorno Maria era indaffarata e fu Luisa a prenderle le misure, ma la volta successiva dell’abito di Alicia se ne occupò Maria.
-
Hai messo una bella pancia, sei diventata cicciona! Disse Maria, con la sua risata stridula.

- Mi lasci stare, osò dire Alicia, spostandosi verso la macchina da cucire.

- Teresa, devi comprarle una panciera elastica, altrimenti tua figlia non si fidanzerà mai, disse la sarta, mentre si toglieva gli spilli dalle labbra, per infilarli sull'orlo del vestito che le stava provando.
Alicia si sentì di nuovo offesa e umiliata dalle indelicatezze e sconvenienze di quella donna e quando andarono via disse alla madre che non voleva mai più tornarci. Per fortuna Teresa da lì a poco cominciò a comprare alle figlie i capi di abbigliamento nei grandi magazzini di Barcelona, dove andavano insieme in treno.

All’inizio degli anni Settanta, quando Alicia andò a studiare all’Università, cominciò a indossare maglioni, jeans e giacconi. Ritornava ogni tanto in paese e quando passava davanti alla sartoria, sapeva cosa avrebbe detto Maria, guardandola da dietro le tendine:
-
Come veste male Alicia, così conciata non riuscirà a trovare marito.