mercoledì 1 agosto 2012

Un viaggio inconsueto














 L'imbarco

Eravamo contenti di viaggiare verso un arcipelago, finalmente noi due da soli. Lasciavamo indietro stanchezza e tensioni. Non vedevamo l'ora di imbarcarci. Siamo partiti verso mezzogiorno, la giornata era tersa. Mentre attraversavamo l'Appennino campano sentivo, con un libro in mano, un vento caldo quasi soprannaturale, che entrava dalle finestre del nostro veicolo e ci avvolgeva come una grande sciarpa. La sonnolenza mi rapiva e le parole che leggevo si perdevano lentamente in mezzo a quel ciclone caldo.
Il furgone era piuttosto confortevole anche se non aveva l'aria condizionata. Non era molto grande ma ci bastava per i nostri bagagli, quelli che servivano per una quindicina di giorni.
Siamo arrivati a Bari in anticipo e subito, con nostra sorpresa, siamo venuti a sapere che la nave aveva più di tre ore di ritardo.
Ci siamo seduti sulla terrazza di un piccolo bar e abbiamo preso delle bevande fredde. Il proprietario del locale, un giovane barese simpatico e chiacchierone di nome Rocco, si è offerto di vigilare il camper e nel frattempo di prepararci una cena a base di pasta, quindi noi siamo andati tranquillamente a visitare la città.
Mentre camminavo accaldata per le viuzze del centro, tante donne e alcuni uomini erano seduti sulle sedie fuori dall'uscio delle loro case.
Tutte quelle persone su quelle sedie mi ricordavano la strada del paese della costa catalana dove sono nata. Ogni sera all'imbrunire le donne portavano fuori le sedie impagliate della cucina, per poter prendere il fresco e parlare con le vicine. Gli uomini dopo cena andavano al caffè a giocare a carte o a domino e quando rincasavano si sedevano con in bocca il sigaro, ormai spento, a fare tertulia1 con le donne del vicinato.
Noi bambini correvamo e giocavamo per la strada o sulla piazza vicina. Nessuno ci controllava, era bello sentirsi liberi in quelle notti d'estate degli anni sessanta.
Abbiamo mangiato gli spaghetti al pomodoro e basilico che Rocco ci aveva preparato con cura, accarezzati da un vento di ponente, forse un po' insistente ma benefico, dopo la gran calura sofferta. Poi per ammazzare il tempo ci siamo sistemati con i nostri libri sulla terrazza dello stabilimento di Rocco, che lentamente è diventa la nostra nicchia, fatta da tavoli e sedie di plastica rossa in quell'angolo del porto di Bari.
Abbiamo aspettato il traghetto, prima con piacere poi con stanchezza e noia, parlando e guardando il movimento del porto. Verso l'una di notte la nave non era ancora arrivata. Durante l'interminabile attesa abbiamo conosciuto una famiglia molisana, che viaggiava come noi in un camper. Esmeralda, la figlia adottiva, era una bambina di sei anni molto aperta e comunicativa. Subito abbiamo fatto amicizia. Al nostro gruppo si è unito il dolce Dario, un bambino milanese di  dieci anni, che era un po' assonnato, perché si era alzato alle cinque del mattino; viaggiava insieme ai suoi genitori per andare a trovare i nonni materni in Albania.
A un certo punto qualcuno, seduto su una sedia rossa accanto a noi, ci ha detto che il traghetto aveva accumulato molto ritardo, perché aveva dovuto aspettare i passeggeri di una nave che doveva partire da Brindisi, ma che era stata posta sotto sequestro perché avevano trovato nella stiva dei grandi quantitativi di droga.
C'era da disperarsi, avevamo sonno e guardando verso il buio orizzonte la nave non si  vedeva.
Verso le tre come per magia, la gente intorno a noi si è alzata e subito dopo abbiamo visto che le loro macchine si disponevano in fila sul molo, quindi anche noi ci siamo incamminati verso i lunghi serpenti di autovetture. Alle quattro è arrivata la nave e noi esausti e senza più forze abbiamo osservato e seguito incantati, come dei sonnambuli, tutti i movimenti del personale di porto nel far scendere le macchine e i numerosi camion da bordo.
Quando stavamo per salire, abbiamo visto chiudersi di fronte a noi un grosso cancello di ferro. Il motivo l'abbiamo saputo dopo: in un camion, appena sbarcato, avevano trovato venti clandestini.
- Povera gente, non hanno potuto toccare la loro terra promessa, pensai.
I  profughi appena sbarcati sono stati immediatamente rispediti nel paese da dove erano venuti. Hanno viaggiato chiusi in una stiva della nave, ci ha detto un vecchio ufficiale di marina in pensione che abbiamo conosciuto quel giorno sul ponte.
Eravamo tutti impazienti di salpare, nessuno pensava più ai poveri clandestini. Noi volevamo solo cominciare le nostre vacanze e non ci rendevamo conto di quanto eravamo fortunati, a differenza di quei poveracci.
Le operazioni di sbarco e imbarco sono diventate infinite e la nave è partita solo alle sei del mattino.
Avevamo un biglietto che ci permetteva di dormire dentro il camper sul ponte della nave.Appena sdraiati, dalla stanchezza, ci siamo addormentati profondamente, ma ricordo una vaga sensazione di sentirmi cullata dalle onde.Il sole delle dieci ci ha svegliati e tutta la giornata l'abbiamo passata leggendo, parlando, mangiando e giocando a carte con Esmeralda e Dario.
Ogni tanto guadavo il mare, seduta in coperta. Esmeralda veniva in collo a me e mi chiedeva di raccontarle la storia del libro che stavo leggendo. Seduta sulle mie ginocchia, mentre ascoltava, cercava le mie braccia e le sistemava così bene che nasceva un tenero abbraccio. Stavo bene in mezzo a tutta quell'acqua e quei bambini conosciuti da poco.Presto sarebbe finita quella lunga traversata, i clandestini sarebbero tornati in Afganistan, Esmeralda sarebbe andata in Turchia, Dario in Albania con i loro genitori e noi avremo cominciato il nostro viaggio itinerante verso il Peloponneso, pensai quasi nostalgica. Non sapevo che avremo avuto degli altri inconvenienti che avrebbero fatto diventare il nostro viaggio interminabile. Verso l'imbrunire il mare si è fatto grosso e di fronte a l'isola di Corfù, dove la nostra nave doveva fare una sosta, i mozzi non riuscivano a lanciare le corde per l'attracco. Con molta fatica, una fune e poi l'altra sono arrivate a destinazione, ma dopo poco la prima si è rotta. La nave è tornata indietro e noi eravamo ancora più scoraggiati anche perché vedevamo i marinai nervosi e sfiniti. Dopo due tentativi  il tragetto è riuscito ad attraccare.
Sembrava una barzelletta, appena la nave, dopo le operazioni di sbarco stava cominciando a lasciare il porto di Corfù, si è fermata di nuovo. Qualcuno ci ha detto che l'ancora si era incagliata. Non potevamo crederci, era come se una calamita non ci lasciase andare via. Dopo un tempo che mi è sembrato infinito la nave è partita. 

Era buio quando siamo arrivati a destinazione. Eravamo entrambi di buon umore mentre piantavamo la tenda in un campeggio non lontano dal porto. Ci siamo seduti in uno scoglio tra il mare e il cielo stellato e ci siamo abbracciati, poi lui mi ha detto sorridendo:

-E' stato l'imbarco più lungo e faticoso della nostra vita, ma ne è valsa la pena.



Tocchiamo terraferma
Dormire con la tenda aperta è stato una bella scoperta, forse perché era la prima volta che campeggiavo in un paese caldo in piena estate. La Grecia ci regalava il suo calore anche di notte.
La mattina presto, il frinire delle cicale, insistente ma confortante, ci ha svegliati. La sorpresa più bella è venuta dopo scoprendo che quel piccolo e semplice campeggio era un paradiso. Le bianche piazzole terrazzate arrivavano fino a una baia, dove il mare era calmo come una grande piscina.
Mi sono tuffata in acqua, ma il bagno non è stato molto lungo perché dovevamo partire per il Peloponneso prima che il caldo ci attanagliasse.
Abbiamo viaggiato per due giorni sotto un sole rovente e infine abbiamo trovato l'antica e anelata terra greca, la quale mi è parsa molto bella: ulivi, mare azzurro, affioramenti rocciosi, resti archeologici, case bianche, cibo buono e soprattutto persone gentili e aperte.
Prima l'Argolide, visitando Nauplia, dopo la Laconia scoprendo la città di Monenvassia, arroccata su uno sperone roccioso e infine l'isola di Elafonissos ci hanno conquistato il cuore.
Aprire gli occhi ogni mattina e vedere accanto a me lui che dormiva,  con la testa quasi fuori della tenda mi dava un gran benessere e forse mi regalava un po' di sonnolenza, perché mi addormentavo di nuovo ed era lui che mi svegliava quando il sole cominciava a scaldare.
I tre giorni passati in quella piccola isola sono stati molto rilassanti, tra bagni, passeggiate, letture all'ombra e cenette sotto le stelle. Nell'isola c'era solo un paesino con un porticciolo, da dove, con un piccolo traghetto, si arrivava sulla terraferma. Il tragitto era breve, dato che l'isoletta era molto vicina alla penisola. Chissà che storia ha avuto questa piccola terra? Ho osservato che alcuni scogli erano formati da rocce vulcaniche, ma gran parte della costa dell'isola era sabbiosa. Le dune, ancora vergini, erano, la mattina presto, fredde e morbide come la seta. Sdraiata sulla sabbia mi sentivo avvolta da un soffice scialle. L'acqua era turchese e trasparente. Non riuscivamo a uscire da quella vasca placida. Nuotavo e pensavo che molti milioni di anni prima forse quella zona era tappezzata da vulcani attivi.
Risalendo verso nord ci siamo fermati in un campeggio di una piccola località della costa est del Peloponneso, chiamata Tholò. Ci siamo riposati sulla spiaggia di sabbia terrosa, dopo tutti i chilometri percorsi, ma ci è mancato tanto il mare trasparente che avevamo lasciato a Elafonissos.
Lunedì dell'ultima settimana greca, ci siamo alzati presto; dopo aver percorso 80 chilometri verso nord est, siamo arrivati al bellissimo e ben conservato tempio di Basses, dedicato ad Apolo Epicourios (il soccorritore). Poi nelle ore di gran calura, ma per fortuna soffiava un po' di vento, abbiamo visitato l'importante e vasta  area archeologica di Olimpia, dove sorgeva il Tempio di Zeus, che conteneva la statua della divinità realizzata. da Fidia e considerarta una delle sette meraviglie del mondo antico. L'ombra dei grandi alberi ci ha dato un gran sollievo mentre camminavamo ammirando le rovine.
Siamo arrivati all'isola di Lefkada, chiamata isola dei poeti, al tramonto. Abbiamo apprezzato subito la maestosità di quella grande isola, collegata alla terraferma attraverso un ponte lungo pochi chilometri.  La giornata era stata molto  lunga e intensa, quindi desideravamo trovare un bel posto per riposarci. Nella punta più a sud nella località di Vassiliki è spuntato un cartello che indicava un camping. Era quasi notte quando abbiamo piantato la tenda e fatto da mangiare.
La mattina dopo abbiamo fatto un bagno in una spiaggia ciottolosa. Nuotando osservavo l'orizzonte verso la punta più a sud dell'isola e pensavo a una leggenda tardiva secondo la quale la poetessa Saffo, si era gettata da quella parete rocciosa. Le sue poesie erano così belle, che non osavo credere che chi le aveva scritte, con tanto amore per quella terra, alla fine avesse scelto quelle rocce e quel mare per porre fine alla sua vita. Quindi mi confortava credere che la poetessa fosse morta anziana di morte naturale.
Abbiamo proseguito il nostro viaggio verso Nord, visitando la bella cittadina di Parga, e infine  siamo andati a trascorrere l'ultima notte greca nel piccolo campeggio con i terrazzamenti bianchi, quello dei begli inizi.

Il ritorno
Del viaggio di ritorno ricordo solo il mare azzurro e il  romanzo che stavo leggendo,  il cui titolo era  L'home de la maleta 1.
Era un libro che mi aveva regalato l'inverno scorso un amico catalano, che era venuto a trovarci a Firenze. L'avevo subito cominciato, ma  dopo poche pagine  abbandonato sul mio comodino.
Ancora prima dell'alba mi sono svegliata. Forse sarà stato il caldo o il rumore insistente dei motori o il letto un po' stretto del furgone quello che mi ha fatto aprire gli occhi alle quattro del mattino.
Mi sono girata più volte, ma  non riuscendo a riaddormentarmi, ho deciso di spostare un po' la tenda, quella che oscurava la finestra anteriore, per fare entrare la luce.
Quella luce tenue proveniente da un lampione vicino mi ha permesso di leggere seduta sul sedile anteriore.
Quando, dopo qualche ora, lui si é svegliato, abbiamo preparato una bella colazione e dopo siamo saliti  sul ponte superiore.
Il sole cominciava a essere alto nel cielo, quando abbiamo cercato delle poltrone comode per contemplare il mare.
L'azzurro di quelle acque e il libro mi hanno rapito e isolato da tutti e da tutto quello che mi circondava.
Ho vissuto intensamente la storia del protagonista che lentamente si è intrecciata con la mia vita.
A un certo punto ho avuto un gran desiderio di abbracciare mio padre novantenne, che non vedevo da qualche mese.
In quel momento ho deciso che avrei chiesto a mio padre di raccontarmi le vicende più importanti della sua vita e che avrei cercato di scrivere una sua biografia,  quando qualche giorno dopo ci saremmo incontrati.

Mentre sbarcavamo nel porto di Bari, questa volta quasi in orario, ho pensato che quel viaggio era stato  inconsueto ma  pieno emozioni.


1 L'uomo della valigia


Luglio 2012









sabato 28 luglio 2012

La depiladora - L'estetista













Passava pel carrer de Mar, que era el carrer principal del meu poble, quan era petita per anar a la escola. Molt sovint em parava davant de l'aparador de la confiteria mes antiga de la comarca i de tant en tant veia les mans de l'Alicia que agafaven o posaven amb delicadesa els dolços, però les fines cortines blanques no em deixaven veure el seu cos.
Alicia era una noia alegre i amable,  al voltant de tots aquells pastissos, semblava que havia nascut per fer mes dolça la vida dels habitants del poble. Per mi l'Alicia era una persona especial, cada diumenge al matì, jo anava a la confiteria, sempre deixava passar a les senyores que tenien pressa, perque aixì em podria despaxar ella i no les altres dependentes.
Els pastissos que ella escullia eren per mi els millors. Els posava delicadament a les safates, agafava un full de paper fi i preparava una paquetet amb un gran llas verd. Tornan cap a casa caminava contenta i orgollosa amb la capsa magica, perquè sabia que tots estariam contets devant de la plata de pastes de l'Alicia.
Al cap de pocs anys, Don Ramón, el amo de l'antiga confiteria, va vendre la botiga a un banc. Aleshores la varen reduir i traslladar a un carrer del costat, pero al aparador de la nova pastissaria ja no es veien les mans de l'Alicia.
Don Ramón i la seva dona es varen veura obligats a travallar per un senyor de Barcelona que havia comprat el negoci.
L'Alicia va trovar feina en el petit salò de bellesa de la Pili, la depiladora. La dependenta de la vella confiteria no havia fet servir mai la cera calenta, pero les seves mans varen aprendre depressa a “pintar” dolçement la cera a les cames de les dones del poble.
Gracies al gran exit que varen tenir les mans de l'Alicia, a finals dels anys 60, la Pili va ampliar el salón de belleza i va exigir que tots li diessin Doña Pilar.
Recordo un dia, tenia uns 13 o 14 anys,  la meva mare i la meva germana gran corrian derrera meu al voltant de la taula de la cuina per fer-me la cera.
Jo tenia molta por, em semblava una barbaritat. La meva germana li tenia mania a tot el que fos un pel, amb aquell potet de cera calenta semblava un dimoniet. Mentre corria cridava que abans de deixar-me depilar per elles aniria al nou centre de bellesa del que havia sentit parlar tant.
L'endemà vaig arribar amb una mica de por. Les mans de l'Alicia   amb un pinzell varen  posar-me una mena de  mel perfumada a les  cames,  varen arrancacar molt decidides la cera,  varen apretar la zona delpilada perque no sentis dolor i finalment varen fer-me un massatge meravellòs amb oli natural em va fer dormir:
- Desperta, desperta, em deia dolçament l'Alicia.
Vaig obrir el ulls i vaig descubrir que tenia unes cames molt maques, eran tan fines que semblaven de seda.
Deian que Doña Pilar cada dia era mes envejosa. Les dones del poble començaven a preferir les mans de l' Alicia. Tenia tants  gelos que molt sovint, mentre la cera s'escalfava, entrava en el cuarto on Alicia treballava i la feia fora amb una excusa ben tonta,  dient-li:
 - Acabo yo la depilación.
Un dia sense cap motiu, Doña Pilar la va despedir, donant-li un bon finiquito. L'Alicia  es va posar molt trista, però al cap de poc va entendre que d'aquell gest absurt de Doña Pilar podia neixer le seva gran fortuna. Amb tots els diners estalviats va obrir la seva petita empresa d'estètica.
Ja sensa la por de la primera vegada, vaig començar a anar al centre estetic de l'Alicia, les seves mans em feian sentir cada vegada més bonica.
Als vint anys, quan em vaig traslladar de Catalunya a la Toscana, les meves cames van provar moltes ceres, pero no vaig trovar mai altres mans com les de l'Alicia. Encara ara, desprès de trenta anys, sempre que torno al meu poble, on el meu pare m'espera, vaig a depilar-me en el petit centre estètic de l'Alicia. Mentre estic estirada, segueixo el moviments de les seves mans i recordo l'aparador de la confiteria de Don Ramón. Si tanco els ulls  sento encara el perfum dels pastissos barrejat amb l'olor de mel de la cera.


L'estetista

Percorrevo Carrer del Mar, la via principale del paese, quando ero piccola, per andare a scuola. Spesso mi fermavo davanti alla vetrina della pasteleria1 più antica del luogo e ogni tanto mi capitava di vedere le mani di Alicia che prendevano o posavano con cura i vassoi dei pasticcini, il suo corpo però rimaneva nascosto dietro fini tendine bianche.
Alicia era una ragazza allegra e gentile, sembrava che fosse nata per addolcire, con quelle leccornie, gli abitanti del paese. Per me era una persona speciale e la domenica mattina, anche se a servire dietro il bancone c'erano diverse commesse, lasciavo passare le signore frettolose e aspettavo che fosse lei a servirmi.
I dolcetti scelti dalle sue mani erano per me i migliori. Li posava delicatamente su un vassoio, prendeva dallo scaffale un foglio di carta velina e preparava un bel pacchettino con un gran fiocco verde. Poi, fuori dal negozio, camminavo contenta e orgogliosa con in mano qualcosa di magico, perchè sapevo che quella domenica nessuno in famiglia sarebbe stato triste davanti al vassoio di Alicia.
Dopo qualche anno, Don Ramón, proprietario dello storico locale, vendette ad una banca, il negozio fu ridotto e trasferito su una via laterale ma nelle vetrine della nuova pasticceria non vidi più le mani di Alicia. Dicevano che l'avessero licenziata, a malincuore. Si mormorava anche che il negozio fosse fallito e che Don Ramón e sua moglie fossero stati costretti a lavorare per un signore di Barcellona che aveva rilevato l'attività.
Alicia trovò subito lavoro da Pili, la depiladora2. La commessa della vecchia pastelería non aveva mai usato la cera calda, ma le sue mani impararono subito a spennellare dolcemente la cera sulle gambe delle giovani donne del paese. Così, grazie al gran successo che le mani di Alicia avevano avuto, verso la fine degli anni '60, Pili ampliò il salone di bellezza e si fece chiamare Doña Pilar.
Ricordo il giorno, avrò avuto si e no quattordici anni, in cui mia madre e mia sorella maggiore mi rincorrevano intorno al tavolo di cucina per farmi la ceretta. Ne ero terrorizzata, mi sembrava una barbarie. Mia sorella era fissata con i peli, con quel pentolino di cera calda in mano mi sembrava assatanata. Mentre correvo, gridavo che piuttosto che farmi spellare in casa sarei andata al nuovo centro di bellezza di cui avevo sentito parlare.
L'indomani arrivai intimorita all'appuntamento. Le mani di Alicia, caramellavano con un miele profumato le mie gambe, strappavano con decisione la cera, premevano dolcemente le zone depilate per non farmi sentire dolore e, subito dopo, un bellissimo massaggio con olio naturale mi rilassò tanto che mi addormentai.
-Desperta, desperta3 , mi diceva dolcemente Alicia.
Ho aperto gli occhi e ho scoperto di avere delle belle gambe, al tatto erano così lisce che sembravano di seta.
Dicono che Doña Pilar diventasse ogni giorno più invidiosa. Le donne cominciavano a preferire le mani di Alicia. Era così risentita che spesso a metà seduta, mentre le cera si riscaldava, entrava nella stanza dove Alicia lavorava e l'allontanava con qualche pretesto, dicendole:
- Acabo yo la depilación!4.
Un giorno, senza alcun motivo, Doña Pilar le dette una cospicua buonuscita e la licenziò. Alicia ci rimase molto male, ma dopo poco tempo capì che forse dal gesto assurdo di Doña Pilar poteva nascere la sua grande fortuna e con i risparmi che aveva, aprì una propria attività di estetista.
Senza più il timore della prima volta, ho cominciato a frequentare il nuovo centro estetico di Alicia, le sue mani mi facevano sentire sempre più bella.
A vent'anni, quando dalla Catalogna mi sono trasferita in Toscana, le mie gambe hanno provato altre cerette, ma non ho più trovato altre mani come quelle di Alicia. Ancora oggi, dopo più di trent'anni, tutte le volte che torno al mio paese, dove mio padre novantenne mi aspetta, vado a farmi la ceretta da Alicia. Mentre sono sdraiata, seguo il movimento delle sue mani e ricordo la vetrina della pastelería di Don Ramón.  Nel chiudere gli occhi  sento ancora il profumo dolce dei pasticcini mescolato all'odore di miele della cera.
1 Pasticceria
2 Estetista
3 Sveglia, sveglia
4 Finisco io di depilare




venerdì 13 luglio 2012

La trattoria















Andiamo a cena fuori una di queste sere? abbiamo detto dopo la lezione di ginnastica.
Queste frasi si dicono, ma poi non sempre gli incontri si realizzano. Quella volta siamo andate davvero a mangiare insieme.
Ci conoscevamo da diversi mesi, ma al di fuori della palestra non c'eravamo mai incontrate.
In fondo alla bella sala affrescata dove venivano fatte le lezioni di corpo libero, appena l'insegnante finiva gli ultimi esercizi di rilassamento, ci ritrovavamo in cinque donne a parlare di libri, mariti, amanti, figli, cinema, genitori anziani, diete, ecc.
Ricordo un giorno in cui la più giovane di noi, mentre ci spogliavamo, ci diceva:
- Se lui non lascia la moglie lo pianto subito, gli do tempo fino a Pasqua. Cosa ne dite ragazze?
- Lascialo, abbiamo detto tutte in coro. Dopo poco siamo scoppiate in una gran risata.
Lei, aperta e generosa, e' perennemente innamorata di uomini complicati. E' un  chirurgo e con il suo accento romano ogni tanto ci raccontava con passione la storia di alcune donne, malate di tumore al seno, che lei seguiva.
L'unica toscana del gruppo, ironica e sensibile, è quella che ho conosciuto per prima, grazie a un libro di una scrittrice olandese che le ho prestato. In quel periodo mi ero interessata al tema dell'Alzheimer, perché erano morte da poco la mia cara tia1 Margarita e la madre di U. a causa di quella malattia. Il romanzo raccontava la commovente storia di una donna in difficoltà, sia per i disturbi che le procurava la menopausa, sia per l'Alzheimer che stava annientando lentamente sua madre.
E' stato proprio quel libro a far nascere la nostra amicizia e forse ha un po' consolato la mia amica dal dolore che sente guardando impotente sua madre allontanarsi sempre di più dal mondo. Una sera di fine maggio ci ha detto:
- sapete cosa faceva mia madre quando ieri sono andata a trovarla? Costruiva il presepe e voleva che io pensassi al pranzo di Natale.
La visione di quella donna, mentre preparava con cura le figure del presepe, mi ha procurato molta tenerezza, ma allo stesso tempo ho capito il dolore che provava la mia amica e anche quello che sicuramente sentiva la madre costretta a vivere in un'altra dimensione.
L'appuntamento era al vecchio ristorante vegetariano di Via delle Ruote. Non ci tornavo dall'inizio degli anni '80, l'anno di apertura, quindi ero molto curiosa. Purtroppo non prendevano prenotazione dei tavoli e quando siamo entrate non c'era più posto.
Essendo arrivata al luogo stabilito un po' prima del tempo, ho posteggiato la bicicletta e ho fatto una passeggiata nei dintorni. Sono rimasta colpita, per la sua semplicità e per l'atmosfera rassicurante che emanava, da una piccola trattoria a pochi metri dal ristorante vegetariano, dove non c'era molta gente.
Ho proposto alle amiche di andare a cena da Tiberio, così si chiamava quella trattoria.
La più attiva e forse meno paziente del gruppo era un po' scocciata per quell'imprevisto, non voleva entrare in quel locale  e ci proponeva di andare verso il centro a cercare una pizzeria.
Chissà perché avevo insistito tanto per rimanere in via delle Ruote, convincendo alla fine tutte ad entrare in quella trattoria sconosciuta.
Fin dall'inizio ho percepito un'atmosfera positiva. La notte era tiepida, quindi ci siamo sistemate all'aperto in un ampio cortile. I padroni, marito e moglie, erano gentilissimi e la giovane cameriera molto disponibile. Abbiamo mangiato molto bene. I crostini con pomodori e basilico mi hanno ricordato la bontà di questo semplice piatto mediterraneo, i primi erano fatti con cura con i prodotti di stagione, l'olio sembrava appena uscito dal frantoio e il vino dalla fattoria. Vedevamo passare ogni tanto, verso altri tavoli, dei secondi piatti deliziosi, ma purtroppo non li abbiamo potuto  assaggiare perché eravamo tutte a dieta. Alla fine ci siamo permesse però  un dolce che sicuramente è stata la portata che più ci ha entusiasmato.
Ero così contenta di aver scoperto quella trattoria, che tornando a casa l'ho detto ai miei figli e a U.
Mio figlio ventenne in quel periodo cercava lavoro e sentendo le mie di parole di elogio, l'indomani si è presentato alla trattoria per chiedere se avevano bisogno di un aiuto cuoco.
Lui ha lavorato per più di un anno da Tiberio e ha avuto occasione di conoscere da vicino e collaborare con quelle affabili persone che prepararono i deliziosi piatti per noi.
Con le amiche della palestra abbiamo continuato a frequentarci e la nostra amicizia è cresciuta diventando sempre più salda.
Ricordo una notte, sedute nel cortile della trattoria, quell'amica, che la prima volta era restia ad entrare, dire che quel posto le piaceva davvero, perché si sentiva a proprio agio e insieme a noi quell'atmosfera le dava un sereno senso di pace in quel momento così stressante che stava attraversando nel lavoro.
- Non so come fare ad uscire dal ginepraio in cui mi sono cacciata, ho paura di perdere la causa contro il mio datore di lavoro.
Lei ha molta esperienza nel campo dell'insegnamento ai bambini malati e lotta con tutta se stessa perché siano riconosciuti a questi tutti i diritti, ma non sempre trova risposte giuste, per questo spesso è arrabbiata.
- fai come me, prenditi tre mesi di pausa e parti per una crociera intorno al mondo, disse l'amica austriaca.
Quella tra di noi che viaggia di più è sicuramente lei, perché si ritaglia sempre che può del tempo libero per se stessa, grazie alla sua professione di cantante, ma soprattutto al suo carattere deciso e intraprendente.
Siamo delle cinquantenni proprio diverse, pensai quella sera.
Sono passati più di due anni dalla nostra prima cena da Tiberio, ci sono stati dei cambiamenti nella vita di alcune di noi e non sempre riusciamo ad andare in palestra insieme, ma circa una volta al mese, ci vediamo per un tè o un aperitivo e quando abbiamo più tempo o vogliamo festeggiare qualcosa, ritorniamo nella nostra piccola trattoria: quella che ci ha portato tanta fortuna.


1 zia