domenica 18 gennaio 2026

Il sapore salato delle lacrime

 




Alcune mattine d'inverno, quando andavo a lavorare in bicicletta, mi cadevano lungo il viso delle lacrime. Sarà il freddo?” Mi domandavo.

Proprio una di quelle mattine, fredde, ma soleggiate di gennaio, il sapore salato dei due rigagnoli che scendevano dalle mie guance fino a sfociare nella bocca, portò i miei pensieri verso il paese della costa catalana dove ero nata.

Era un giorno di fine agosto del 1977, mi trovavo seduta nella parte interna e più ombrosa della terrazza che dava sul giardino della vecchia casa di famiglia. C'era un grande silenzio, tutti dormivano la siesta. Mi vedevo mentre scrivevo una lettera a U., il mio innamorato. Ero triste, e le mie lacrime bagnavano la carta velina, come quelle prime gocce indecise che cadono quando si avvicina un temporale. Le parole che scrivevo con la penna stilografica si scioglievano e diventavano sempre più sfocate.

Ricordavo il sapore salato di quella scelta dolorosa che dovevo fare in quei giorni: andare a Firenze a vivere con U., che pochi mesi prima avevo incontrato, trasferendomi quindi all'Università di Firenze, o rimanere a studiare a Barcellona, come volevano i miei.

Verso le quattro, quando il paese cominciava a svegliarsi, sentii lo scampanellio della bicicletta di Anita la llevadora.

Mia madre andò ad aprire la porta, come tutti giorni, perché riconosceva quel famigliare tintinnio. La levatrice arrivava puntuale a farle la solita puntura.

Entrambe si sedettero in giardino sulle poltrone di vimini a prendere un caffè. Dopo poco mia madre si mise a piangere, perché temeva che io andassi a vivere in Italia da lì a poco.

Anita fu molto gentile con lei, per consolarla le disse, riferendosi a me, che nella vita bisognava fare la scelta che sentivamo più giusta per noi, anche se era dolorosa per gli altri, e così facendo le raccontò che anche lei aveva dovuto prendere una decisione. Dal balcone, ascoltai incuriosita la sua storia.

Anita era nata all'inizio del secolo nelle terre catalane, ma prima che scoppiasse la Guerra Civil era andata a lavorare come levatrice in un paesino andaluso della Sierra Morena. In Andalusia aveva sposato Anselmo, ed erano stati felici fino alla morte prematura del loro primo figlio. Dopo alcuni mesi, avevano chiamato Anselmo al fronte ed era sola quando erano spuntati i piedi del suo secondo figlio, ma subito era sfiorito. Per sopravvivere. aveva cercato di convivere con la nascita dei figli altrui e la morte dei suoi. Ma non sempre ci era riuscita e la notte spesso il dolore la attanagliava.

Mia madre non conosceva quella parte della vita di Anita, e si commosse soprattutto quando raccontò dei figli morti e della sua travagliata scelta, e quindi della sua partenza:

 Era già sera quando Anita arrivò alla stazione del piccolo paese della costa catalana. Sembrava una trottola, perché mentre camminava veloce, girava la testa insieme al suo corpo tondo, tondo, in cerca di Anselmo. Si fermò all'improvviso, e capì che correva per non tornare indietro alla scelta che aveva dovuto fare qualche giorno prima. Mentre guardava la profonda bellezza dei monti della Sierra Morena, tra le lacrime, aveva deciso di partire, lasciando per sempre il piccolo camposanto con i due corpicini sotto gli ulivi. Voleva ricominciare una nuova vita nella terra in cui era nata.

Anselmo era rimasto indietro, diversamente da lei. si muoveva lentamente, non solo per il pesante bagaglio ma per il suo carattere un po' flemmatico e parsimonioso. Anita era salita su una panchina della piazza, vicino alla stazione, per vedere tra la gente, ma non scorgeva né lui né le grandi valigie. Su quella torre di avvistamento, cominciò ad avere i primi dubbi:

Avrò fatto bene ad accettare il posto di levatrice in questo tanto sognato nido lontano?

Avrei dovuto restare nell'Andalusia, dove Anselmo avrebbe voluto vivere insieme a me, e dove sono sepolti i nostri figli?

Forse nella mia terra potrò essere di nuovo felice pensò dopo, per farsi forza. Ma Anselmo si sarebbe trovato bene in quei lidi? Per un attimo trattenne il respiro, e senza rendersi conto, le scappò un gemito.

Rimase immobile guardando il mare solcato da alcuni goffi pescherecci che rientravano stanchi al porticciolo.

Il sapore di sale delle sue lacrime le ricordò alcuni versi di una poesia di Antonio Machado che amava molto:


todo pasa y todo queda

pero lo nuestro es pasar,

pasar haciendo caminos,

caminos sobre la mar


I suoi dubbi furono placati da quella strofa e dalla tenue brezza di mare che accarezzava la sua nuca. Subito tornò in lei il buonumore.

Dopo poco tempo, che ad Anita era parso un'eternità, tra la gente intravide Anselmo. Era buffo: con quel bagaglio ingombrante, sembrava una bilancia a due braccia che si muoveva su e giù, su e giù, senza riuscire a trovare mai l'equilibrio. In quelle valigie era contenuta la loro storia: i momenti felici pesavano appena un po' di più di quelli infelici, voleva così pensare Anita vedendo quella bascula umana.

Corse ad aiutare quel povero uomo, rinsecchito, carico come un mulo, che, pur di accontentarla, dalla mattina alla sera, aveva lasciato la sua barberia e cavalcato insieme a lei sul primo treno verso il nord, quello che partiva all'alba.

Passò un carro e si fermò vicino a loro. L'uomo che lo conduceva gli diede un passaggio e caricò sopra le loro pesanti valigie.

Il cavallo che tirava il carro non era più giovane, ma era molto vitale, come l'uomo che lo guidava e che risultò essere Don Ramón Aubanell Fontrodona, un vecchio amico del defunto patrigno di Anita. Era così felice di quell’incontro, che invitò la coppia a cena per far loro incontrare sua moglie e Marcel, suo figlio piccolo.

Dopo aver mangiato, Marcel, che era diventato un bel giovanotto, cantò per loro delle canzoni popolari catalane. Sentendo quelle melodie, Anita fece un leggero movimento con la lingua e leccandosi le labbra sentì di nuovo i sapore salato delle lacrime, ma capì che quel senso di dubbio, che aveva prima sperimentato, era svanito del tutto ed adesso era diventato la sua certezza.

Anita, uscendo dalla casa di Don Ramón, abbracciò Anselmo e si incamminarono piano piano verso la loro nuova dimora.


Mentre scendevo dalla terrazza, dopo aver ascoltato la storia di Anita, avevo già deciso che sarei partita, nonostante il dolore che causavo alla mia famiglia. Ricordo che a metà pomeriggio uscii di casa per comprarmi una valigia, nella quale avrei messo i miei vestiti, i miei libri e la carta velina per scrivere ogni settimana una lettera a mia madre.


Mi sono asciugata le lacrime salate con i guanti, che portavo quando le giornate erano così fredde. Tra una pedalata e l'altra, sono arrivata di fronte alla scuola, dove, in un'aula del terzo piano, mi aspettavano i miei allievi. Avevo preparato per loro delle fotocopie di un articolo di divulgazione scientifica che parlava di epigenetica, cioè di come gli agenti esterni possono modificare l'espressione dei geni, ed evitare o, al contrario, far insorgere delle malattie. Volevo far arrivare ai ragazzi la recente scoperta degli scienziati: tutti possiamo aiutare i nostri geni adottando uno stile di vita sano (alimentazione ricca di nutrienti, attività fisica regolare, cercando di gestire lo stress, sonno di qualità e evitando tossine come fumo, alcol e droghe), creando così ambienti che supportano i geni buoni e attenuano quelli sfavorevoli, influenzando positivamente la salute a lungo termine. 

Prima di entrare in aula, morivo dalla voglia di condividere con i miei studenti quelle scoperte scientifiche, ma mi sono fermata per alcuni secondi davanti alla porta a pensare che Anita, e forse anch'io, con le nostre scelte avevamo aiutato i nostri geni.








giovedì 15 gennaio 2026

Il maestro repubblicano

 




Un pomeriggio in cui tutti i membri della famiglia eravamo riuniti per celebrare una festa di compleanno o altro anniversario, era dopo pranzo perché ricordo che c'erano bottiglie vuote di spumante e torroni sopra la tovaglia bianca, mio padre che forse quel giorno compiva ottantacinque anni, cominciò a raccontare la storia del maestro Planagumá, il cui nome avevo sentito più di una volta quando da piccola lo nominava mentre mi aiutava a fare i compiti. 

Ci disse che Josep Planagumá era arrivato al paese in treno con una valigia di cartone, una mattina soleggiata di settembre all'inizio degli anni Venti. Aveva da poco terminato gli studi, la cui prima parte aveva svolto in seminario; mio padre non si ricordava bene se quella stessa estate il maestro aveva vinto una cattedra per insegnare in un villaggio di una valle dei Pirenei, o forse era successo poco prima della guerra, ma il fatto è che aveva rinunciato a un posto statale.

Il giovane maestro Planagumá venne a sapere che nell'unica scuola laica del paese cercavano insegnanti. Essendo lui da sempre repubblicano voleva insegnare in una scuola libera e si trasferì nella nostra cittadina, lasciando la moglie e le due figlie piccole a Barcellona, ma ogni settimana andava in città per stare con loro cui teneva moltissimo.

Quegli anni, prima della proclamazione della Repubblica, sono stati molto difficili  a causa dei problemi economici e le tensioni sociali. Cresceva sempre di più l'opposizione alla dittatura del generale Primo de Rivera ad opera di repubblicani, socialisti, anarchici e di molti intellettuali. In seguito, con la Repubblica, ci furono molti cambiamenti positivi, ma si trattava comunque di tempi difficili, perché l'instabilità dei governi e le drastiche riforme fecero nascere odio e risentimento tra il popolo. Che peccato, perché gli ideali repubblicani erano da ammirare!

Mio padre si fermò alcuni minuti, per soffiarsi il naso, dal quale da un po' di tempo gli cadeva ogni tanto una gocciolina d'acqua, facendo un forte rumore. Poi ha continuato la sua storia:

In quel periodo frequentavo la scuola elementare e ho imparato molto durante le lezioni del señor Planagumá, così lo chiamavamo noi bambini. Ben presto, per il suo modo innovativo ed efficace d' insegnare fu nominato direttore della scuola.

Oltre ad essere un uomo intelligente, era curioso e trasmetteva il sapere di quel tempo attraverso le sue idee di uguaglianza, legalità e libertà. Nelle sue lezioni trattava diversi argomenti dalle lettere alle scienze. Dal suo volto sorridente e dal suo distinto, ma alla volta austero, portamento si capiva l' interesse che aveva per il mondo e per tutte le persone.  Indossava  sempre cappello, giacca e cravatta, nonostante il suo stipendio fosse modesto. Era un uomo buono, insegnava perché amava i bambini e voleva un mondo migliore per loro.

Ci dava delle regole all'inizio dell'anno e tutti le rispettavamo.

Les lleis son necessàries i tenen que ser iguales per tots; cal que siguin poques, però clares1diceva mentre camminava lungo l'aula.

Quasi tutti noi alunni eravamo figli di contadini, piccoli allevatori o umili negozianti. Nel villaggio c'era ancora uno strato sociale più basso, era quello dei minatori, operai e dei braccianti agricoli e della pesca, i cui figli frequentavano la scuola elementare pubblica, tuttavia alcuni di essi, soprattutto quelli provenienti da famiglie numerose, non avrebbero avuto mai l'opportunità di entrare in un' aula.

I più ricchi del paese, i proprietari delle grandi fabbriche tessili, l'avvocato, il notaio, il farmacista e il medico, mandavano i loro figli in istituti religiosi presso le città vicine.

Durante l'ultimo anno di scuola primaria mi sono appassionato e divertito ad ascoltare la voce del mio maestro che ci leggeva ogni giorno un capitolo di un libro. Ricordo ancora le parole che ci disse un giorno, mentre si levava i suoi occhiali tondi; era il mese di ottobre di 1929, tutti i giornali avevano annunciato la grande crisi economica.

 Avui començarem a llegir el libre "Cuore" , del escriptor italià, Edmondo De Amicis. Cal conèixer il mon i saber que existeixen altres terres i altres Països, d' aquesta manera podrem respetar als altres2 e dicendo quelle parole si rimise gli occhiali per leggere la prima pagina del racconto.

Era il diario di un bambino e iniziava con il primo giorno di scuola. Era lunedì 17 ottobre di milleottocento... Poi ha aggiunto:

I protagonisti avevano cognomi italiani, dato che la storia si svolgeva a Torino: Derossi, Nelli , Bottini, Garrone, ecc.
 Qui m'hauria dit que una de les meves filles es casaria amb un italià3 ?E dicendo questo mio padre cominciò a ridere.

I qui t'hauria dit que la teva filla seria professora a Itàlia4? ho detto io. 

Ho notato che non aveva apprezzato le mie parole, dato che non gli era piaciuto del tutto che io fosse andata a vivere così lontano.
Con una tazza de caffè in mano, che gli aveva preparato mia madre, continuò dicendo:

Aveva un grande talento, le lezioni di scienze erano molto interessanti perché ci faceva capire le leggi della fisica e della chimica attraverso degli esperimenti, disse questo mentre prendeva due bicchieri, uno lo riempì d'acqua e lo mise sopra a un altro contenente olio, separati da uno strato forato di carta velina.

Molte volte durante la nostra infanzia mio padre ci avevano dimostrato, a noi figli, che l'olio andava in su e l'acqua in giù perché la densità dell'olio era inferiore a quella dell'acqua, pensavo questo mentre lui ha seguitato a raccontare:

Ho dovuto lasciare la scuola a dodici anni, perché le mie braccia erano necessarie per lavorare la terra, ma su insistenza del maestro ho potuto frequentare le sue lezioni serali, fino a quattordici anni.

Dopo la guerra, i vincitori mandarono via tutti gli insegnanti repubblicani dalle scuole, il señor Planagumà  trascorse alcuni anni in prigione.

Al suo ritorno il padre di un suo ex alunno lo assunse come contabile in una piccola fabbrica tessile. Trascorse alcuni anni difficili, ma piano piano riprese energia per lottare contro il regime franchista e non smise mai di trasmettere a tutti l'amore per i libri.

Ogni sera si incontrava con altri repubblicani per combattere la dittatura, insegnava a leggere e a scrivere ai tanti analfabeti del paese e prestava libri ai lettori di tutta la zona. Sua moglie, che si era trasferita in paese prima della guerra con le figlie, aiutava il marito a registrare i titoli dei libri in dotazione; più tardi, il maestro, quando sono arrivati in paese la llevadora5 e suo marito, il quale ben presto ha imparato a leggere e scrivere in catalano e castigliano, ha trovato in lui un un amico fedele e buon aiutante.

Prima di finire il racconto, mio padre è diventato pensieroso e si è zittito per alcuni minuti, ma dopo poco mentre sorseggiava un po' di vino dolce dal suo calice aggiunse: 

Il mio maestro scomparse dal nostro paese alla fine degli anni '50. Molti sospettavano che un compagno di partito lo avesse tradito e che la guardia civil fosse andata a prenderlo una notte molto buia. Altri dicevano che se ne era andato a Barcellona scoraggiato e col cuore infranto, perché aveva perso ogni speranza di vedere un paese migliore.

Poi mio padre riprese ricordando le ultime parole del maestro Perboni del libro "Cuore", che erano anche quelle preferite dal signor Planagumà:
- Ragazzi, questa è l'ultima volta che ci troviamo riuniti. Siamo stati insieme un anno, e ora ci lasciamo buoni amici, non è vero? Mi rincresce di separarmi da voi, cari figliuoli. - S'interruppe; poi ripigliò: - Se qualche volta m'è scappata la pazienza, se qualche volta, senza volerlo, sono stato ingiusto, troppo severo, scusatemi.

Queste erano le parole di un maestro della fine del XIX secolo, ma sono ancora preziose per me come lo dovrebbero essere per tutti gli insegnanti del mondo, ho pensato a tutto questo mentre mio padre concludeva la storia del señor Planagumà .

Per molto tempo non ho sentito mio padre parlare del suo maestro, fino a che pochi mesi prima della sua morte lo ha nominato di nuovo. Gli ho chiesto se voleva che cercasse i discendenti del maestro per poter dire loro che suo padre o forse suo nonno era stato una gran persona e per ringraziare loro dall'educazione ricevuta.

No val la pena , non els trobaràs6 ha detto.

Sul comodino della stanza dell'ospedale di Barcellona, dove mio padre trascorse i suoi ultimi giorni, c'era appoggiato il libro Cuore di E. De Amicis.




1. Le regole sono necessarie e devono essere uguali per tutti, inoltre devono essere poche ma chiare
2 Oggi cominceremo a leggere il libro “cuore” del grande scrittore italiano E. De Amicis. Bisogna conoscere il mondo e sapere che esistono altre terre e altri paesi, in questo modo potremo rispettare gli altri.
3 Chi mi avrebbe detto che una delle mie figlie si sarebbe sposata con un italiano?
4 E chi ti avrebbe detto che tua figlia avrebbe insegnato in Italia?
5 La levatrice
6 Non vale la pena, non li troverai.



domenica 11 gennaio 2026

Uñas pintadas de rojo

 


Hace unos meses leí la reseña de un libro que me intrigó: la escritora contaba en forma de diario que había alcanzado el bienestar físico y psicológico, dedicando cada día diez minutos a hacer algo inusual, a pesar de todos los líos y peripecias que le habían ocurrido.
Me prometí comprar ese libro, pero no lo hice de inmediato porque, con los años ya no hago compras impulsivas
de libros.

Te has vuelto una verdadera ahorradora me diríais.

Pero no solo miro el precio, también el tamaño. No me gustan los libros pesados y voluminosos, porque a menudo los llevo en el bolso.

Ese día apunté el título del libro en mi cuaderno rojo.

Si tiene éxito, al cabo de unos meses saldrá en edición de bolsillo y entonces lo compraré me dije.

Pasó un tiempo y una mañana, después de terminar las clases en el instituto en el que enseño, y que se encuentra en el centro de Florencia, no lejos de donde vivo, volví a dar con el libro «Per dieci minuti»

Todos los días, agotada y hambrienta, vuelvo a casa en bicicleta y siempre pedaleo muy rápido, por lo que casi nunca me detengo a apreciar la belleza de las calles y de los edificios medievales y renacentistas.

Esa mañana, en lugar de ir directamente a casa, no sé por qué me metí en las callejuelas cercanas al Duomo. Era más de la una cuando me encontré frente a la librería. En la calle solo había algunos turistas; era la hora del almuerzo.

Dejé la bicicleta cerca de la entrada de la tienda y empecé a recorrer las salas, que normalmente están llenas de gente, de pie o sentada en los taburetes de los pasillos. Ese día, sin embargo, pude sentarme cómodamente y empecé a hojear algunos libros.

Pasé un rato en la sección de literatura española y luego fui a la de narrativa italiana. Fue allí donde vi el libro. Lo abrí y empecé a leer el primer capítulo titulado Uno smalto fucsia.

Miré inmediatamente mis uñas, pintadas de rojo, y recordé el día en que mi hija, que por entonces era adolescente, me pintó por primera vez las uñas de un color llamativo. Todavía me da un poco de vergüenza salir de casa para ir a trabajar con las uñas pintadas de rojo, pero me he ido acostumbrando y he notado que unas uñas pintadas de rojo alegran el día. Siento ternura y gratitud hacia mi hija por haberme descubierto esto.

De repente, me entró hambre, cogí el libro y fui a pagar a la caja. Mientras pedaleaba lentamente hacia casa, me fijé en la belleza de la ciudad que se extendía a mi alrededor y pensé que después de comer invitaría a tomar un té a mi anciana vecina que vive sola con su perrita y le pintaría las uñas.