sabato 29 agosto 2026

Miceli invisibili

                                                                              Dipinto di Jamuna Burry

Ricordo che ho iniziato ad andare al cinema da sola nel 2012. Era una serata fredda, mio marito era fuori città e le mie amiche avevano altri impegni, ma io volevo a tutti costi vedere Quartet, un film di Dustin Hoffman, uscito da poco. Mi misi la sciarpa e il cappotto, salii sulla mia bicicletta rossa e uscii di casa.

Il film mi è piaciuto molto e mi sono sentita a mio agio nella sala, anche senza la solita compagnia. Da quella sera ho iniziato ad andare al cinema da sola. Inoltre, ha cominciato a prendere forma in me un desiderio che il lavoro di insegnante e gli impegni familiari mi avevano via via costretto a rimandare. Non ricordo bene le scene di Quartet, ma ricordo la tenerezza che mi ispirò quella comunità di cantanti lirici in pensione, determinati a organizzare concerti per non perdere la casa che condividevano. Ho dovuto aspettare di andare in pensione per realizzare il mio progetto. Nell’autunno del 2025, uscendo dalla palestra, ho incontrato Vera, un’amica di vecchia data che, come me, aveva smesso di lavorare da qualche mese. Si occupava di sua madre, una donna quasi centenaria dalla lucidità fragile. Prima di salutarci le ho confessato il mio desiderio di rendermi utile come volontaria in una casa di riposo.

Vera mi ha dato il numero di Valeria, l’animatrice della struttura n cui era ricoverata sua madre. Valeria mi accolse a braccia aperte. Non c’era posto per me in quella sede, ma mi indicò un’ altra residenza dove avrei potuto leggere racconti ad alta voce un pomeriggio alla settimana.

Arrivai piena di entusiasmo e di libri. La realtà, però, mi disarmò subito: mi assegnarono la sala dei non autosufficienti. Attorno a un grande tavolo mi aspettava un gruppo di donne, tessitrici di passati invisibili.

Silvia, con gli occhi offuscati dalla cataratta, ascoltava i miei racconti come se fossero acqua fresca. Laura, minuta come un uccellino, invece mormorava parole incomprensibili che celavano la maestra e la poetessa che era stata. Le mancava una mano e con l’altra cercava le mie, aggrappandovisi con una tenerezza che mi spezzava l’anima.

Mariangela conservava l’impeto di chi aveva gestito una fabbrica di mozzarella a Napoli. A volte si alzava di scatto, mi afferrava il braccio e, con tono feroce e spaventato, esigeva: «Portami a casa». Gisella accarezzava un messale e supplicava che la portassero a Bologna, accanto ai genitori morti da decenni che lei credeva ancora in vita e che la stessero cercando.

Giuditta, con la sua cadenza veneziana mi ripeteva ogni pomeriggio la stessa cantilena:

«Come sei venuta?»

«In bicicletta.»

«E di che colore è?»

«Rossa.»

Daniela viveva nel regno dei sogni. Un pomeriggio, sentendomi parlare in spagnolo, si svegliò, mormorò alcune parole nella mia lingua e tornò a sprofondare nell’ombra. All’estremità del tavolo c’era Edda, pallida e provata. Per decenni era stata levatrice e aveva aiutato centinaia di creature a varcare la soglia della vita. Ora sembrava incapace di varcare quella della morte. Quando le porgevo le mani, quasi tutti le respingevano perché erano fredde. Solo Edda mi permetteva di far riposare le mie dita tra le sue.

Capii presto che le mie letture erano troppo lunghe e impegnative per loro, le cui menti volavano via come briciole nel vento. Provai con giochi, riviste e forbici, ma si stancavano subito. Allora proposi a Valeria di leggere le storie delle loro vite che avevo trovato nelle schede d’ingresso al centro. Fu quello il miracolo. Nel sentire a voce alta chi erano state, le anziane spalancarono gli occhi e sollevarono il mento. Salvate dall’anonimato, iniziarono a raccontare episodi delle loro vite. Ricordavano la giovinezza, il cortile dell’infanzia e il calore dei fratelli. Nessuna di loro menzionava un marito o un figlio: alla fine del cammino, la memoria le riportava al punto di partenza, accanto ai loro genitori.

Dopo Pasqua il posto di Edda era vuoto. Nessuno pronunciò mai la parola «morte». Valeria abbassò lo sguardo e il silenzio della sala fu il suo unico epitaffio.

L’ultimo giovedì prima dell’estate, mentre stavo tornando a casa, sentii che l’ aria era pesante, densa come un presagio. Volgendo lo sguardo verso la casa di riposo, le vidi: sottilissime e traslucide radici strisciavano lungo la facciata e si riversavano dalle finestre aperte.

Mi fermai. La strada era deserta. Cercai di proseguire, ma una resistenza invisibile sembrava impigliarsi alle ruote. Scesi dalla bici ed esaminai il pavimento. Non c’erano cavi né rovi. Solo quel micelio morbido che pulsava sotto l’asfalto.

Non provai paura, ma una pace immensa. Camminai mentre le radici svanivano nella foschia del tramonto. Allora capii che, quando il corpo appassisce, le sue radici diventano più forti e profonde, alla ricerca della terra fertile di chi ci ha preceduto.

Vicino a casa ripensai agli anziani del film Quartet. Il ricovero che stavo lasciando alle spalle era più austero e spartano di quello dei vecchi musicisti, ma in entrambi si intrecciavano le stesse radici invisibili. E capii che l’ unico modo per andare avanti era lasciarsi avvolgere da esse.









lunedì 13 luglio 2026

Las raíces invisibles

 

Aquel otoño trajo consigo una luz distinta, melancólica, como si la ciudad entera supiera que algo estaba a punto de cambiar. Fue una de esas mañanas doradas cuando me crucé con Vera. Compartíamos el gimnasio y, de pronto, nos descubrimos compartiendo también ese tiempo nuevo y vulnerable que es la jubilación. Vera dedicaba sus horas a cuidar de su madre, una mujer que rozaba el siglo de vida de frágil lucidez. Sin saber muy bien de qué rincón de mi alma brotó el impulso, le confesé mi necesidad de ser útil, de hacer voluntariado en alguna residencia de ancianos. Vera, con los ojos iluminados por la comprensión, me tendió un puente: el número de Valeria, la monitora del centro donde su madre residía.
Valeria me recibió con los brazoz abiertos. Y aunque no pude quedarme en el centro de la madre de Vera, me ofreció otra residencia donde leer en voz alta una tarde a la semana.
Llegué pertrechada de ilusión y libros, pero la realidad, con su crudeza silenciosa, me desarmó pronto. Me asignaron la sala de los grandes dependientes. Al cruzar el umbral, el tiempo pareció detenerse. Alrededor de una mesa inmensa aguardaba una tribu varada en la antesala del olvido. Eran mujeres, casi todas, tejedoras de pasados invisibles, con la única excepción de Enzo. Él era el más joven, pero también el prisionero de un cuerpo más devastado; un ladrón le había arrebatado la voz y el movimiento a base de golpes en el zaguán de su propia casa. Ahora, su única respuesta al mundo era una sonrisa perenne y misteriosa.
Aquellas mujeres nonagenarias conformaban una constelación de soledades fascinante. Silvia, con los ojos velados por las cataratas, poseía la paciencia de las santas y escuchaba mis relatos como quien bebe agua fresca. Genoveva, en cambio, vivía parapetada tras su sordera; Valeria me confesó que su carácter gruñón y su afán de mando venían de lejos, de una juventud donde quizás tuvo que gritar demasiado para ser escuchada.
Y luego estaba Laura. Menuda, frágil como un pájaro, desgranaba murmullos ininteligibles que escondían a la maestra de primaria que un día fue, a la autora de poemas que nadie leía ya. Le faltaba una mano, pero con la que le quedaba buscaba las mías, aferrándose a mí con una ternura que me partía el alma en dos. Mariangela, alta y rotunda como la tierra de Nápoles que la vio nacer, aún conservaba el ímpetu de quien gobernó una fábrica de mozzarella junto a su marido. A veces, la memoria le jugaba malas pasadas, se ponía en pie de un salto, me apresaba el brazo con dedos de hierro y me exigía, fiera y asustada: «Llévame a casa».
Gisella habitaba su propio exilio en un rincón. Ajena a nosotras, sus manos ajadas no dejaban de acariciar las páginas de un misal. A veces, emergía de sus rezos para suplicarme con un hilo de voz que la llevara a Bolonia, junto a sus padres, aterrorizada ante la idea de que ellos no supieran encontrarla. Giuditta, la veneciana, parecía la más despierta, pero su mente giraba en un bucle infinito, preguntándome cada tarde cómo había llegado hasta allí.
—En bicicleta —le respondía yo. —¿Y de qué color es tu bicicleta? —insistía, incansable. —Roja.
Y así seguíamos, atrapadas en el mismo diálogo circular, hasta que la firmeza compasiva de Valeria intervenía.
Había otras, las que habitaban el reino de los sueños, como Daniela, que una tarde despertó de su letargo abisal solo porque le hablé en español, murmurando palabras en mi idioma antes de volver a sumergirse en la sombra. Y en el extremo de la mesa, Nedda. Amarillenta, consumida, acurrucada sobre sí misma como si ya habitara la frontera. Durante décadas había sido comadrona, había ayudado a cientos de criaturas a cruzar el umbral hacia la vida, y sin embargo, ella parecía incapaz de cruzar el umbral hacia la muerte. Cuando yo llegaba los jueves y les ofrecía mis manos, casi todas las retiraban quejándose de mi frialdad. Solo Nedda, en su silencio agónico, permitía que mis dedos reposaran entre los suyos.
Pronto comprendí que mis lecturas eran demasiado largas para mentes que volaban como briznas al viento. Probé con los juegos, con revistas y tijeras, pero se cansaban con la rapidez de los niños pequeños. Fue entonces cuando le propuse a Valeria leer sus propias historias. Las fichas de sus vidas.
Aquel fue el milagro. Cuando empecé a leer en voz alta quiénes habían sido, las ancianas que dormitaban abrieron los ojos. Levantaron la barbilla. Rescatadas del anonimato, comenzaron a hablar. Desgranaron recuerdos de juventud, pero, curiosamente, ninguna pronunció el nombre de un marido o de un hijo. En aquel final del camino, la memoria las devolvía a la casilla de salida: todas añoraban a sus padres, el patio de la infancia, el calor de sus hermanos. Todas, excepto Nedda, cuyo asiento encontré vacío tras las vacaciones de Pascua. Nadie pronunció la palabra "muerte", Valeria solo me devolvió una mirada evasiva, y el silencio de la sala fue su único epitafio.
El último día, antes del verano, emprendí el regreso a casa en mi bicicleta roja. El aire era pesado, bochornoso, espeso como un presagio. De pronto, al mirar hacia el edificio de la residencia, las vi.
Eran raíces. Raíces finísimas, extrañas y translúcidas que reptaban por la fachada y se derramaban por las ventanas abiertas. Frené en seco. La calle estaba desierta, bañada por una quietud irreal. Retomé la marcha por el carril bici, pero sentí una resistencia invisible, como si algo se enredara en las ruedas. Me bajé, inspeccioné el suelo. No había cables, no había zarzas. Solo era aquel micelio suave, invisible, que latía bajo el asfalto.
Curiosamente, no sentí miedo, sino una paz inmensa. Caminé llevando la bicicleta de la mano mientras las raíces se desvanecían lentamente en la bruma del atardecer. Y entonces lo comprendí, con la claridad con la que se entienden las verdades absolutas: cuando el cuerpo humano se marchita, sus raíces se vuelven más fuertes y profundas, buscando la tierra fértil de los que nos precedieron. Y a veces, la única forma de seguir adelante, es dejarse envolver por ellas.




domenica 5 luglio 2026

Raíces

 

Una mañana a principios de otoño me encontré con Vera por la calle. La conocía porque íbamos al mismo gimnasio. Nos pusimos al día sobre cómo llevábamos la vida de jubiladas. Vera estaba muy ocupada cuidando de su madre, que tenía casi cien años. No sé por qué, pero le confesé que me gustaría hacer voluntariado en una residencia de ancianos. Entonces me habló del asilo en el que estaba ingresada su madre.

Creo que están buscando voluntarios. Te puedo dar el número de Valeria, que es monitora —me dijo.

Valeria acogió con entusiasmo mi propuesta de leer cuentos a las personas mayores. Por el momento, no era posible hacerlo en la residencia donde estaba ingresada la madre de Vera, pero ella estaba dispuesta a dejarme leer relatos en otro centro donde trabajaba tres días a la semana.

Empecé con mucha ilusión, pero pronto me di cuenta de que no iba a ser una tarea fácil. Me asignaron a los mayores que no podían valerse por sí mismos. Entré en la sala y me topé con un grupo de ancianos sentados alrededor de una gran mesa. Eran casi todas mujeres, excepto Enzo, el más joven del grupo, pero también el que se encontraba en peor estado físico. Me contaron que un ladrón le había dado una paliza cuando entraba en su casa. Había sufrido daños cerebrales: no caminaba ni hablaba, solo sonreía.

Las mujeres nonagenarias formaban una tribu muy variopinta:

Silvia estaba casi ciega, pero no se quejaba, tenía un buen carácter; era paciente y escuchaba con interés todo lo que leía o les contaba.

Genoveva era bastante sorda, se enfadaba por cualquier cosa y siempre pensaba que la excluíamos. Le gustaba mandar; ya de joven era una gruñona, me comentó Valeria

Laura era menuda y no paraba de murmurar cosas sin sentido, pero era cariñosa, le gustaba besarme y siempre sonreía. Había sido maestra de primaria y había publicado varios poemas. Le faltaba una mano, pero con la otra estrechaba las mías.

Mariangela era alta y robusta y era natural de la provincia de Nápoles. Había sido dueña, junto con su marido, de una pequeña empresa productora de mozzarella. Solía estar de mal humor, gritaba y se levantaba de golpe para dirigirse a la puerta. Me agarraba con fuerza del brazo y me decía en tono amenazante:

Llévame a casa.

Por suerte, la auxiliar de turno la sacaba de la sala.

Gisella estaba en un rincón; no participaba en las actividades de grupo y no hacía más que rezar. Siempre llevaba en la mano un misal que no paraba de hojear. De vez en cuando, me suplicaba con voz amable que la llevara con sus padres, que vivían cerca de Bolonia, porque temía que no pudieran encontrarla.

Giuditta, una mujer de Venecia, parecía la más vivaz, pero en realidad era obsesiva: repetía siempre lo mismo como un loro, hasta cansar a quienes la rodeaban.

Cada día, cuando llegaba, me preguntaba cómo había llegado al centro y, cuando le respondía que había venido en bicicleta, volvía a hacerme la misma pregunta.

¿De qué color es tu bicicleta?

Roja —le respondía yo.

Y como una máquina, seguía con la misma pregunta, hasta que Valeria la hacía callar.

Valeria era amable, pero también firme y decidida como las profesoras.

Luego estaban las que dormían todo el día; Daniela, de vez en cuando, abría los ojos y me miraba. Una vez pareció salir de su letargo, el día en que le hablé en español. Murmuró algunas palabras en ese idioma y ya nada más. Valeria me contó que, unos meses antes, llevaba una vida bastante activa, pero un día, de repente, se hundió en un abismo.

Nedda era la que parecía tener un pie en el otro mundo. Era muy delgada, tenía la piel amarillenta y estaba acurrucada en una camilla inclinada hacia delante. Solo oí sus grititos una vez; por lo demás, siempre dormía con la cabeza ladeada. Daba pena: había sido comadrona y había ayudado a traer al mundo a muchos de niños, y, sin embargo, ella no conseguía abandonarlo.

Los jueves llegaba sobre las cuatro y lo primero que hacía era estrechar la mano de todos los ancianos. Todas retiraban las manos y las que hablaban me decían:

Tienes las manos muy frías

Nedda era la única que no retiraba las suyas de las mías.

Con el tiempo, mis lecturas se hicieron más breves, porque me di cuenta de que casi nadie conseguía seguirme. Un día empecé a proponerles juegos y manualidades. Al principio, parecía que le gustaba recortar fotos y dibujos de unas revistas que les había traído para luego pegarlos y crear un collage, pero al poco rato lo dejaban y yo era la única que seguía trabajando. Me parecían niños pequeños: se cansaban rápido de jugar y, a veces, eran caprichosos.

En los últimos días, le pedí a Valeria que leyéramos juntas las fichas sobre la historia de esas mujeres, una cada semana. Entonces, las ancianas levantaban la cabeza y me miraban con interés. Aquellas mujeres que solían dormitar empezaban a abrir los ojos, excepto Nedda, que cada semana estaba más cerca del final de su vida.

Después de las vacaciones de Semana Santa, al entrar, me di cuenta de que el puesto de la comadrona estaba vacío, pero nadie del personal me dijo nada al respecto. Tuve que preguntarle a Valeria, que, por cierto, me respondió de forma evasiva.

En los días previos a las vacaciones de verano, seguí leyéndoles las fichas personales y haciéndoles preguntas para involucrarlas. Quizás porque insistía, las ancianas que lograban hablarme contaban algo de sus familias, pero ninguna de ellas pronunció jamás el nombre de su marido o de sus hijos. Todas recordaban con nostalgia a sus padres y hermanos.

El último día, mientras volvía a casa en bicicleta, noté que el aire cálido y bochornoso me estaba ralentizando. De repente, vi unas raíces extrañas que salían por las ventanas de la residencia de ancianos. Después, nada más. La calle estaba casi desierta. Tomé el carril bici para llegar antes, pero seguía sintiendo que algo me frenaba. Apenas había recorrido dos metros cuando me detuve a revisar las ruedas. No había cables ni otros obstáculos. Era como un micelio suave e invisible. No me oprimía sino que me transmitía paz. Retomé mi camino llevando la bicicleta de la mano. Poco a poco, las raíces se desvanecieron. 

Entonces pensé:

Cuando el cuerpo humano se marchita, sus raíces se vuelven más fuertes y profundas, por eso hay que dejarse envolver por ellas”.