Ricordo che ho iniziato ad andare al cinema da sola nel 2012. Era una serata fredda, mio marito era fuori città e le mie amiche avevano altri impegni, ma io volevo a tutti costi vedere Quartet, un film di Dustin Hoffman, uscito da poco. Mi misi la sciarpa e il cappotto, salii sulla mia bicicletta rossa e uscii di casa.
Il film mi è piaciuto molto e mi sono sentita a mio agio nella sala, anche senza la solita compagnia. Da quella sera ho iniziato ad andare al cinema da sola. Inoltre, ha cominciato a prendere forma in me un desiderio che il lavoro di insegnante e gli impegni familiari mi avevano via via costretto a rimandare. Non ricordo bene le scene di Quartet, ma ricordo la tenerezza che mi ispirò quella comunità di cantanti lirici in pensione, determinati a organizzare concerti per non perdere la casa che condividevano. Ho dovuto aspettare di andare in pensione per realizzare il mio progetto. Nell’autunno del 2025, uscendo dalla palestra, ho incontrato Vera, un’amica di vecchia data che, come me, aveva smesso di lavorare da qualche mese. Si occupava di sua madre, una donna quasi centenaria dalla lucidità fragile. Prima di salutarci le ho confessato il mio desiderio di rendermi utile come volontaria in una casa di riposo.
Vera mi ha dato il numero di Valeria, l’animatrice della struttura n cui era ricoverata sua madre. Valeria mi accolse a braccia aperte. Non c’era posto per me in quella sede, ma mi indicò un’ altra residenza dove avrei potuto leggere racconti ad alta voce un pomeriggio alla settimana.
Arrivai piena di entusiasmo e di libri. La realtà, però, mi disarmò subito: mi assegnarono la sala dei non autosufficienti. Attorno a un grande tavolo mi aspettava un gruppo di donne, tessitrici di passati invisibili.
Silvia, con gli occhi offuscati dalla cataratta, ascoltava i miei racconti come se fossero acqua fresca. Laura, minuta come un uccellino, invece mormorava parole incomprensibili che celavano la maestra e la poetessa che era stata. Le mancava una mano e con l’altra cercava le mie, aggrappandovisi con una tenerezza che mi spezzava l’anima.
Mariangela conservava l’impeto di chi aveva gestito una fabbrica di mozzarella a Napoli. A volte si alzava di scatto, mi afferrava il braccio e, con tono feroce e spaventato, esigeva: «Portami a casa». Gisella accarezzava un messale e supplicava che la portassero a Bologna, accanto ai genitori morti da decenni che lei credeva ancora in vita e che la stessero cercando.
Giuditta, con la sua cadenza veneziana mi ripeteva ogni pomeriggio la stessa cantilena:
«Come sei venuta?»
«In bicicletta.»
«E di che colore è?»
«Rossa.»
Daniela viveva nel regno dei sogni. Un pomeriggio, sentendomi parlare in spagnolo, si svegliò, mormorò alcune parole nella mia lingua e tornò a sprofondare nell’ombra. All’estremità del tavolo c’era Edda, pallida e provata. Per decenni era stata levatrice e aveva aiutato centinaia di creature a varcare la soglia della vita. Ora sembrava incapace di varcare quella della morte. Quando le porgevo le mani, quasi tutti le respingevano perché erano fredde. Solo Edda mi permetteva di far riposare le mie dita tra le sue.
Capii presto che le mie letture erano troppo lunghe e impegnative per loro, le cui menti volavano via come briciole nel vento. Provai con giochi, riviste e forbici, ma si stancavano subito. Allora proposi a Valeria di leggere le storie delle loro vite che avevo trovato nelle schede d’ingresso al centro. Fu quello il miracolo. Nel sentire a voce alta chi erano state, le anziane spalancarono gli occhi e sollevarono il mento. Salvate dall’anonimato, iniziarono a raccontare episodi delle loro vite. Ricordavano la giovinezza, il cortile dell’infanzia e il calore dei fratelli. Nessuna di loro menzionava un marito o un figlio: alla fine del cammino, la memoria le riportava al punto di partenza, accanto ai loro genitori.
Dopo Pasqua il posto di Edda era vuoto. Nessuno pronunciò mai la parola «morte». Valeria abbassò lo sguardo e il silenzio della sala fu il suo unico epitaffio.
L’ultimo giovedì prima dell’estate, mentre stavo tornando a casa, sentii che l’ aria era pesante, densa come un presagio. Volgendo lo sguardo verso la casa di riposo, le vidi: sottilissime e traslucide radici strisciavano lungo la facciata e si riversavano dalle finestre aperte.
Mi fermai. La strada era deserta. Cercai di proseguire, ma una resistenza invisibile sembrava impigliarsi alle ruote. Scesi dalla bici ed esaminai il pavimento. Non c’erano cavi né rovi. Solo quel micelio morbido che pulsava sotto l’asfalto.
Non provai paura, ma una pace immensa. Camminai mentre le radici svanivano nella foschia del tramonto. Allora capii che, quando il corpo appassisce, le sue radici diventano più forti e profonde, alla ricerca della terra fertile di chi ci ha preceduto.
Vicino a casa ripensai agli anziani del film Quartet. Il ricovero che stavo lasciando alle spalle era più austero e spartano di quello dei vecchi musicisti, ma in entrambi si intrecciavano le stesse radici invisibili. E capii che l’ unico modo per andare avanti era lasciarsi avvolgere da esse.