sabato 16 marzo 2013

La macchina da cucire














Come mai fare l'orlo dei pantaloni ogni volta era per me una complicazione? Mi domandai un pomeriggio in cui mio figlio ventenne mi aveva chiesto di accorciargli due paia di pantaloni.
Forse perché ancora dopo tanti anni non sapevo usare bene la macchina da cucire, pensai.
Comprai una macchina elettrica quando i bambini erano ancora piccoli, ricordo che un sabato mattina di fine inverno mi ero alzata presto con la gran voglia di andare a cercarne una. Volevo fare a tutti costi l'orlo di due paia di pantaloni, che erano appoggiati e quasi dimenticati da un bel po' di giorni in una sedia. Tutto ciò perché la signora Frida, una nostra vicina di casa, aveva avuto un infarto da poco e non poteva continuare a fare la sarta e quindi accorciare via via i nostri pantaloni.
Tutte le volte che le portavo alcuni indumenti da sistemare, mi fermavo a parlare con lei, perché sapevo che trascorreva molte ore da sola.
La signora Frida allora aveva una settantina d'anni soffriva di cuore da quando si era sposata. Abitava in un piccolo appartamento vicino al nostro con il marito e suo fratello celibe i quali lavoravano come fabbri in una bottega posta all'inizio della nostra strada. I due uomini, nonostante il lavoro impegnativo che svolgevano, trovavano il modo di fare i lavori domestici più pesanti. Lei cucinava e qualche ora la mattina e nel tardo pomeriggio, dopo il suo solito riposino, cuciva mentre ascoltava la radio. Faceva orli, stringeva vestiti, allargava sottane, sostituiva bottoni, cambiava cerniere, sfoderava e foderava giacche e cappotti, ecc. Ma ogni tanto si cuciva un capo tutto per sé. Appena finito il vestito o tailleur, a seconda della stagione, andava dal parrucchiere a farsi pettinare i suoi folti capelli bianchi e poi lo indossava orgogliosa, non solo perché era ben cucito ma anche perché essendo ancora snella si vedeva bella allo specchio.
Nella luminosa stanza dove lavorava di giorno c'erano sempre stoffe, bottoni, fili e rocchetti intorno alla sua bella macchina da cucire. All'imbrunire raccoglieva tutto e nascondeva la sua preziosa macchina in un piccolo armadio, per poter fare posto a un divano letto dove ogni notte dormiva il silenzioso fratello.
Il marito prima e poi il fratello erano morti a distanza di pochi mesi. Lei si era trovata all'improvviso da sola a gestire la sua fragile vita. Da allora una sua cugina lontana andava due volte la settimana a farle i lavori domestici, ma data la sua magra pensione era stato un grosso sacrificio per lei pagare la cugina, ma grazie ai piccoli lavoretti di cucitura poteva tirare avanti. Dopo quell'ultimo infarto era stata operata e aveva dovuto smettere di cucire. La cugina dopo poco era sparita.
Per fortuna l'assistente sociale del comune le aveva affidato una persona che ogni giorno le faceva la spesa e le faccende domestiche.
La signora Frida, usciva a fare una passeggiata ogni mattina accompagnata dalla giovane aiutante. I pomeriggi dopo il suo consueto sonnellino, accendeva la radio e riprendeva la macchina da cucire. Per prima cosa la contemplava, poi la spolverava a e infine caricava il rocchetto e  infilava l'ago con un filo ogni giorno di colore diverso e poi aspettava.
Mi diceva che si sentiva in pace con il mondo, sapendo che la sua macchina era pronta per ogni evenienza.
La macchina da cucire della signora Frida, mi ricordava quella di mia madre, una vecchia Singer, che aveva ereditato da mia nonna. Più di una volta avrebbe voluto insegnarmi a cucire, ma la macchina era usata raramente ed era sempre coperta con una una stoffa colorata con un motivo floreale. Più tardi ho capito che mia madre associava la Singer alla sua malattia, perché  aveva preso una brutta infezione polmonare quando cuciva di notte delle camice per una sarta.
In quelle rare  occasioni mi diceva di guardare attentamente e di stare seduta accanto a lei mentre cuciva. Qualche volte ero rimasta vicino a lei, ma non lasciandomi mai provare a  cucire un pezzettino di stoffa, mi annoiavo e quindi il più delle volte inventavo una scusa e correvo fuori per la strada.
Crescendo avevo avuto la convinzione che imparare a cucire era poco interessante perché mi legava alle tradizioni femminili del paese e io volevo avere la possibilità di sganciarmi dalla famiglia e di conoscere altri mondi.
Invece avevo scoperto più tardi che, per la Signora Frida, la macchina da cucire era stata addirittura la sua salvezza e la sua fonte d'indipendenza.
La mia mente era impegnata in tutti quei ricordi quando ho sentito suonare il campanello.
Erano il fratello di U. e la moglie che venivano quella domenica a mangiare da noi.
Sono entrati mentre dicevo a mio figlio che avrei fatto gli orli a mano.
- Sei pazza a farli a mano, ti aiuto io ad accorciare i pantaloni con la macchina, disse mia cognata.
Dopo aver mangiato abbiamo trascorso tutto il pomeriggio piovoso in casa a cucire i benedetti pantaloni.
Le cosa sono filate lisce, fino a che sia per spessore della stoffa, sia per la qualità del filo non troppo buona, la macchina si è bloccata.
- Non preoccuparti ho detto mia cognata, sono abituata a queste “bizze” della macchina e mentre lo dicevo cominciavo a smontare la parte inferiore.
- Ecco dove era rimasto impigliato il filo, diceva lei.
Eravamo contente ma, l'allegria è durata poco perché non riuscivamo poi a incastrare i pezzi smontati.
Con un strano cerchio di metallo in una mano e il rocchetto inferiore nell'altra, mi sono sentita buffa e ho ricordato un pomeriggio di estate di due anni prima quando io e  una mia amica, volevamo cucire una grezza stoffa di colore beige che doveva servire a ricoprire le sedie a sdraio del giardino della casa di Poppi.
Doveva essere un lavoro da poco, diceva l'amica, che era molto più esperta di me, invece abbiamo trascorso tra risate e imprecazioni due pomeriggi interi. La macchina ogni tanto si bloccava, alcune volte non riuscivamo a infilare il filo nell'ago, altre si rompeva, insomma il lavoro procedeva molto lentamente.
Lei voleva a tutti costi finire, ma vedendo che non riuscivamo a montare il pezzo e poi che non avremmo potuto fare gli angoli perché era troppa spessa la stoffa, si cominciava ad innervosire.
Chiamerò la signora Frida, le ho detto
- Non importa ce la caveremo, diceva lei
Dopo un po' l'ho convinta e sono andata a chiedere aiuto alla anziana vicina.
La signora Frida ha preso le chiavi, si è messa la sua giacca verde di lana cotta e senza dimenticare gli occhiali da presbite è venuta molto volentieri a casa nostra. La osservavo e vedevo che era felice, forse perché ci poteva aiutare essendo una esperta nel cucire e soprattutto perché le piaceva stare in compagnia.
Con le sue magre mani che si muovevano sicure e precise ci ha rimontato i pezzi e come per magia la macchina ha cominciato a cucire. Era quasi buio quando abbiamo finito le fodere  delle sedia a sdraio.
Anche quella domenica abbiamo deciso di chiedere aiuto alla signora Frida, ma il suo campanello suonava invano.
Mi sono cominciata a preoccupare e a dare dei colpi più forti alla porta:
- Signora Frida, signora Frida, urlavo.
All'improvviso si è aperta la porta e lei sorridente ci ha detto che era in bagno e che non aveva sentito il campanello.
Come sempre ha preso le chiavi di casa, la giacca verde e gli occhiali.
Si è seduta davanti alla macchina da cucire appoggiando, come se l'accarezzasse, la mano destra sulla manovella e con la sinistra ha sistemato il pezzo che io avevo smontato e la cucitura è ricominciata.
Quella sera ero contenta perché avevo sistemato i pantaloni di mio figlio, anche se non sapevo cucire bene a macchina e ho pensato con gratitudine alla Signora Frida, all'amica e alla cognata, tutte donne generose che mi avevano dato  una mano, senza chiedere niente in cambio.



1 commento:

  1. bello anche questo racconto. in ognuno di essi trovo qualcosa che mi appartiene un pò. grazie! anna

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